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VENERABILE Teresa Manganiello, l’«analfabeta sapiente» che ad Avellino fece fiorire il Terz’Ordine




I l decreto di ieri che ne riconosce le virtù eroiche la renderà venerabile. Teresa Manganiello nacque a Montefusco, in provincia di Avellino, il 1° gennaio 1849, undicesima di dodici figli, da genitori contadini. Ancora adolescente manifestò il desiderio di consacrare la sua vita al Signore, possibilità realizzata grazie alla presenza di padre Ludovico Acernese che istituì a Montefusco il Terz’Ordine Francescano proprio per rivitalizzare la vita cristiana. Teresa divenne la prima terziaria della località irpina e nel 1871 fece la professione dei voti prendendo il nome di sorella Maria Luisa.
Sebbene priva di istruzione, fu l’artefice dell’estensione del Movimento Terziario Francescano in Irpinia e nel Sannio. Veniva chiamata, con affetto, « analfabeta sapiente » per la dedizione con cui si prendeva cura delle necessità delle persone che incontrava. Nel 1873 si recò in udienza da papa Pio IX per presentare l’idea di una nuova comunità francescana. Il Pontefice la benedisse e la incoraggiò ad andare avanti; quando ormai veniva già considerata come la prima superiora della nuova Congregazione delle Suore Terziarie Francescane, la salute cominciò a declinare. Morì il 4 novembre 1876 a soli 27 anni; nel 1881 padre Ludovico Acernese fondò a Pietradefusi, sempre in provincia di Avellino, la congregazione delle Suore Francescane Immacolatine ispirate all’opera e alla dedizione di Teresa. Nel 1976 è stata aperta la causa per la sua beatificazione; il processo diocesano si è chiuso nel 1991 e gli atti sono stati approvati dalla Santa Sede il 12 dicembre 1992. ( F. Mas.)


Fonte:Avvenire

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Promulgati dal Papa i Decreti per la Canonizzazione di una nuova Santa e per la Beatificazione del cardinale Newman e di numerosi martiri



La Chiesa avrà presto una nuova Santa e diversi nuovi Beati. Nel ricevere questa mattina in udienza il prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, l’arcivescovo Angelo Amato, Benedetto XVI ha autorizzato la promulgazione dei Decreti riguardanti il miracolo della Beata spagnola, Candida Maria di Gesù Cipitria y Barriola, fondatrice delle Figlie di Gesù, spentasi Salamanca, in Spagna, il 9 agosto 1912 all’età di 67 anni. I Decreti promulgati oggi riconoscono inoltre i miracoli per tre Servi di Dio, tra i quali quello attribuito all'intercessione del cardinale inglese Giovanni Enrico Newman, fondatore degli Oratori di San Filippo Neri, che si convertì dall'anglicanesimo al cattolicesimo.

I Decreti risonoscono inoltre il martirio di un vescovo ungherese, mons. Zoltan Ludovico Meszlény, ucciso dalla repressione comunista nel 1951, di un sacerdote tedesco, Giorgio Häfner, morto nel campo di concentramento di Dachau, nel 1942, e di un sacerdote spagnolo, Giuseppe Samsó y Elías, e di un altro gruppo di religiosi della Congregazione dei Sacri Cuori, tutti uccisi nel 1936 a causa delle persecuzioni patite dalla Chiesa durante la Guerra civile. Infine, i Decreti riconoscono le virtù eroiche di due fondatrici di Istituti religiosi - Anna Maria Janer Anglarill e Maria Serafina del Sacro Cuore di Gesù - di un sacerdote della Congregazione dei Missionari di Marianhill, Englemar Unzeitig, e di una giovane laica terziaria francescana, vissuta nella seconda metà dell’Ottocento, Teresa Manganiello.




Fonte:www.radiovaticana.org

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Triduo a San Lucchese

di Giovanna d'arco

30/04/2009 - 11:22

TRIDUO A S. LUCCHESE




PRIMO GIORNO


In Nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti.
- Amen.

Actiones nostras, quaesumus, Domine, aspirando praeveni et adiuvando
prosequere, ut cuncta nostra oratio et operatio a te semper incipiat et per
te coepta finiatur. Per Christum Dominum nostrum.
- Amen.

Inno

Iste confessor Domini, colentes,
Quem pie laudant populi per orbem,
Hac die laetus meruit beatas
Scandere sedes.
Qui pius, prudens, humilis, pudicus
Sobriam duxit sine labe vitam,
Donec humanos animavit aurae
Spiritus artus.
Cuius ob praestans meritum, frequenter
Aegra quae passim iacuere membra
Viribus morbi domitis, saluti
Restituuntur.
Noster hinc illi chorus obsequentem
Concinit laudem celebresque palmas,
Ut piis eius precibus iuvemur
Omne per aevum.
Sit salus illi, decus atque virtus,
Qui super coeli solio coruscans,
Totius mundi seriem gubernat
Trinus et Unus.

Fede di S. Lucchese

1. O Dio grande, potente e misericordioso, pei meriti della fede
profonda che nutrì il cuore del tuo fedele servo S. Lucchese e lo rese
invincibile a tutte le seduzioni della carne e del sangue, dà a noi poveri
peccatori il dono della fede, con la grazia grande di poterla confessare
davanti al mondo senza nessun timore né rispetto umano.
- Un Pater, Ave, Gloria.

2. O Redentore del mondo e nostro Signore Gesù Cristo, pei meriti di S.
Lucchese e della sua fede viva ed invitta, con cui debellò le varie
tentazioni del senso, concedi a noi tuoi figli, ricomprati a prezzo del tuo
sangue, il dono eccellentissimo della fede, senza la quale, se ci è pure
l’accompagnamento delle opere, potremo cantare vittoria su tutte le
battaglie dei nostri spirituali nemici. E così sia.
- Un Pater, Ave, Gloria.

3. O Spirito Consolatore e celeste Lume delle anime, pei meriti della
fede magnanima di S. Lucchese che rendesti faro di luce agli erranti,
sedenti in mezzo alle tenebre e all’ombra di morte, accorda a noi tuoi
poveri figli l’accrescimento della fede, in mezzo ad un secolo incredulo e
ribelle ai tuoi lumi ; affinchè, vivendo fermi ed incrollabili sullo scoglio
inconcusso della fede, meritiamo di essere coronati eternamente nel cielo,
come servi buoni e fedeli. E così sia.
- Un Pater, Ave, Gloria.

Responsorio

Quicumque optat prodigia
Tuas ad aras convolet,
Lucesi, qui beneficus
Solis instar es omnibus.
Protector o dulcissime,
Nos te precantes respice,
Et fac aeterni gaudii
Simus tecum participes.
Mors, ignis, pestis, flumina,
Morbi, procellae, daemones
Iussis tuis obtemperant
Dono superni Numinis.
Protector o dulcissime, ecc.
Gloria Patri, ecc.
Protector o dulcissime, ecc.
v.Ora pro nobis, beate Lucesi.

Oremus

Dives in misericordia Deus, qui B : Lucensium ad poenitentiam vocatum,
pietatis et misericordiae meritis clarescere voluisti ; da nobis, eius
intercessione et exemplo, dignos poenitentiae fructus facere, et
indulgentiam tuam pietatis et misericordiae operibus promereri.

Per Christum Dominum nostrum.
- Amen.

SECONDO GIORNO


In nomine Patris, ecc. - Actionas nostras, ecc. - Iste confessor, ecc.

Speranza di S. Lucchese

1. O Dio onnipotente ed eterno, prostrati ai tuoi piedi ed umilmente
adorandoti, pei meriti della speranza di S. Lucchese, ti supplichiamo a
concedere a noi servi tuoi il dono grande ed esimio di questa virtù ;
affinché in mezzo alle procelle di questo mare tempestoso della vita, ci
serviamo della speranza, come di un’ancora di fortezza, per non essere
travolti dalle onde furiose delle umane tentazioni. E così sia.
- Un Pater, Ave, Gloria.

2. O Redentore divino e Salvatore del mondo, noi figli del tuo Cuore
amorosissimo, ti supplichiamo che pei meriti del tuo buon servo ed amico S.
Lucchese e della sua speranza invincibile che l’animò nelle inevitabili
tristezze di quest’esilio, ci conceda questa virtù, la quale, in mezzo alle
prove amare della vita, ci renda lieti e sereni, aspettando imperterriti i
beni celesti. E così sia.
- Un Pater, Ave, Gloria.

3. O Spirito Santo , Vita intima delle anime nostre, noi tuoi miseri
servi ti preghiamo che, in grazia e pei meriti della speranza del tuo servo
S. Lucchese e di tutte le sue opere buone che sono un frutto di questa virtù
soprannaturale, comporti a noi tuoi umili figli con l’accrescimento di
questo dono tutte quelle grazie spirituali e temporali, che ci sono
necessarie per arrivare a salute. E così sia.
- Un Pater, Ave, Gloria.

Il resto come il primo giorno.

TERZO GIORNO

In nomine Patris, ecc. - Actiones nostras, ecc. - Iste confessor, ecc.

Carità di S. Lucchese.



1. O Padre eterno che ci hai creato a tua immagine e somiglianza, pei
meriti di S. Lucchese e della sua sviscerata carità, dai a noi tue umili
creature il dono eccellentissimo della carità , affinché amando te, solo
ed unico vero Dio sopra ogni cosa ed il nostro prossimo come noi stessi per
amor tuo, possiamo ottenere dalla tua infinita bontà e misericordia la
grazia grande di amarti e di goderti per sempre nel regno vero della pace. E
così sia.
- Un Pater, Ave, Gloria.

2. Eterno divin Figlio che, per l’amore infinito che ci hai portato da
tutta l’eternità, ci hai redento con lo sborso di tutto il tuo sangue, noi
ti scongiuriamo umilmente che, pei meriti della carità compassionevole del
tuo buon amico Lucchese e di tutte le sue opere buone, conceda a noi di
rivestirci sempre col manto di carità, procurando di essere benigni,
amorosi, pazienti, servizievoli, generosi, graziosi con tutti, anche con i
nostri nemici, a somiglianza del tuo Cuore dolce e mansueto con tutti. E
così sia.
- Un Pater, Ave, Gloria.

3. Eterno divino Spirito che sei la carità e infondi carità nei tuoi
eletti, noi ti preghiamo che, pei meriti delle insigni opere caritatevoli
esercitate in vita dal tuo servo S. Lucchese, conceda a noi, miserelli tuoi
servi, il dono della cristiana carità, e con questa virtù ci conceda ancora
tutte quelle grazie e favori che ci sono di bisogno per l’acquisto del
cielo. E così sia.
- Un Pater, Ave, Gloria.

Il resto come il primo giorno.

PREGHIERA A SAN LUCCHESE.


O inclito confessore di Cristo S. Lucchese, protettore speciale di
Poggibonsi, gloria della Valdelsa e primo fra i seguaci di San Francesco
d’Assisi nel suo Terz’Ordine, noi ti preghiamo a concederci la grazia di
potere imitare le tue grandi virtù, e segnatamente la carità verso il
prossimo bisognoso e sconsolato, ricordandoci in ogni tempo e in ogni luogo
che il prossimo, massimo se bisognoso e sconsolato, riveste la persona
augusta del nostro Signore Gesù Cristo, e quello che si fa ad esso, il
Signore lo prende come se fosse fatto a se stesso. Deh ! Fa’ nostro caro
avvocato, che noi siamo sempre saldi e costanti nell’esercizio ininterrotto
delle opere di carità, sapendo che Dio è carità e chi rimane nella carità
rimane in Dio e Dio rimane con lui. E, se Dio rimane con noi, chi ci potrà
impedire il cammino del bene? In esso vogliamo persistere irremovibili fino
alla morte. Ricoprici tu coi tuoi meriti e con la tua protezione. E così
sia.

GIACULATORIA A SAN LUCCHESE.

San Lucchese dal cuor dolce e pio,
Accetta questo cuore e dallo a Dio.
Accetta questo cuore e fammi tale,
Che faccia sempre il bene e fugga il male.



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il Papa ai francescani

di Giovanna d'arco

28/04/2009 - 10:58

18.04.2009 @ 16:17

Papa Benedetto XVI ai Francescani (Italiano)

UDIENZA AI MEMBRI DELLA FAMIGLIA FRANCESCANA
PARTECIPANTI AL “CAPITOLO DELLE STUOIE”
Alle ore 12.30 di questa mattina, nel cortile del Palazzo Apostolico di Castel Gandolfo, il Santo Padre Benedetto XVI riceve i Membri della Famiglia Francescana partecipanti al “Capitolo delle Stuoie”, iniziato ad Assisi il 15 aprile per concludersi oggi a Roma.




DISCORSO DEL SANTO PADRE
Cari fratelli e sorelle della Famiglia Francescana!

Con grande gioia do il benvenuto a tutti voi, in questa felice e storica ricorrenza che vi ha riuniti insieme: l’ottavo centenario dell’approvazione della “protoregola” di san Francesco da parte del Papa Innocenzo III. Sono passati ottocento anni, e quella dozzina di Frati è diventata una moltitudine, disseminata in ogni parte del mondo e oggi qui, da voi, degnamente rappresentata. Nei giorni scorsi vi siete dati appuntamento ad Assisi per quello che avete voluto chiamare “Capitolo delle Stuoie”, per rievocare le vostre origini. E al termine di questa straordinaria esperienza siete venuti insieme dal “Signor Papa”, come direbbe il vostro serafico Fondatore. Vi saluto tutti con affetto: i Frati Minori delle tre obbedienze, guidati dai rispettivi Ministri Generali, tra i quali ringrazio Padre Josè Rodriguez Carballo per le sue cortesi parole; i membri del Terzo Ordine, con il loro Ministro Generale; le religiose Francescane e i membri degli Istituti secolari francescani; e, sapendole spiritualmente presenti, le Suore Clarisse, che costituiscono il “secondo Ordine”. Sono lieto di accogliere alcuni Vescovi francescani; e in particolare saluto il Vescovo di Assisi, Mons. Domenico Sorrentino, che rappresenta la Chiesa assisana, patria di Francesco e Chiara e, spiritualmente, di tutti i francescani. Sappiamo quanto fu importante per Francesco il legame col Vescovo di Assisi di allora, Guido, che riconobbe il suo carisma e lo sostenne. Fu Guido a presentare Francesco al Cardinale Giovanni di San Paolo, il quale poi lo introdusse dal Papa favorendo l’approvazione della Regola. Carisma e Istituzione sono sempre complementari per l’edificazione della Chiesa.

Che dirvi, cari amici? Prima di tutto desidero unirmi a voi nel rendimento di grazie a Dio per tutto il cammino che vi ha fatto compiere, ricolmandovi dei suoi benefici. E come Pastore di tutta la Chiesa, lo voglio ringraziare per il dono prezioso che voi stessi siete per l’intero popolo cristiano. Dal piccolo ruscello sgorgato ai piedi del Monte Subasio, si è formato un grande fiume, che ha dato un contributo notevole alla diffusione universale del Vangelo. Tutto ha avuto inizio dalla conversione di Francesco, il quale, sull’esempio di Gesù, “spogliò se stesso” (cfr Fil 2,7) e, sposando Madonna Povertà, divenne testimone e araldo del Padre che è nei cieli. Al Poverello si possono applicare letteralmente alcune espressioni che l’apostolo Paolo riferisce a se stesso e che mi piace ricordare in questo Anno Paolino: “Sono stato crocifisso con Cristo, e non vivo più io, ma Cristo vive in me. E questa vita, che io vivo nel corpo, la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha consegnato se stesso per me” (Gal 2,19-20). E ancora: “D’ora innanzi nessuno mi procuri fastidi: io porto le stigmate di Gesù sul mio corpo” (Gal 6,17). Francesco ricalca perfettamente queste orme di Paolo ed in verità può dire con lui: “Per me vivere è Cristo” (Fil 1,21). Ha sperimentato la potenza della grazia divina ed è come morto e risorto. Tutte le sue ricchezze precedenti, ogni motivo di vanto e di sicurezza, tutto diventa una “perdita” dal momento dell’incontro con Gesù crocifisso e risorto (cfr Fil 3,7-11). Il lasciare tutto diventa a quel punto quasi necessario, per esprimere la sovrabbondanza del dono ricevuto. Questo è talmente grande, da richiedere uno spogliamento totale, che comunque non basta; merita una vita intera vissuta “secondo la forma del santo Vangelo” (2 Test., 14: Fonti Francescane, 116).

E qui veniamo al punto che sicuramente sta al centro di questo nostro incontro. Lo riassumerei così: il Vangelo come regola di vita. “La Regola e vita dei frati minori è questa, cioè osservare il santo Vangelo del Signore nostro Gesù Cristo”: così scrive Francesco all’inizio della Regola bollata (Rb I, 1: FF, 75). Egli comprese se stesso interamente alla luce del Vangelo. Questo è il suo fascino. Questa la sua perenne attualità. Tommaso da Celano riferisce che il Poverello “portava sempre nel cuore Gesù. Gesù sulle labbra, Gesù nelle orecchie, Gesù negli occhi, Gesù nelle mani, Gesù in tutte le altre membra” Anzi, trovandosi molte volte in viaggio e meditando o cantando Gesù, scordava di essere in viaggio e si fermava ad invitare tutte le creature alla lode di Gesù″ (1 Cel., II, 9, 115: FF, 115). Così il Poverello è diventato un vangelo vivente, capace di attirare a Cristo uomini e donne di ogni tempo, specialmente i giovani, che preferiscono la radicalità alle mezze misure. Il Vescovo di Assisi Guido e poi il Papa Innocenzo III riconobbero nel proposito di Francesco e dei suoi compagni l’autenticità evangelica, e seppero incoraggiarne l’impegno in vista anche del bene della Chiesa.

Viene spontanea qui una riflessione: Francesco avrebbe potuto anche non venire dal Papa. Molti gruppi e movimenti religiosi si andavano formando in quell’epoca, e alcuni di essi si contrapponevano alla Chiesa come istituzione, o per lo meno non cercavano la sua approvazione. Sicuramente un atteggiamento polemico verso la Gerarchia avrebbe procurato a Francesco non pochi seguaci. Invece egli pensò subito a mettere il cammino suo e dei suoi compagni nelle mani del Vescovo di Roma, il Successore di Pietro. Questo fatto rivela il suo autentico spirito ecclesiale. Il piccolo “noi” che aveva iniziato con i suoi primi frati lo concepì fin dall’inizio all’interno del grande “noi” della Chiesa una e universale. E il Papa questo riconobbe e apprezzò. Anche il Papa, infatti, da parte sua, avrebbe potuto non approvare il progetto di vita di Francesco. Anzi, possiamo ben immaginare che, tra i collaboratori di Innocenzo III, qualcuno lo abbia consigliato in tal senso, magari proprio temendo che quel gruppetto di frati assomigliasse ad altre aggregazioni ereticali e pauperiste del tempo. Invece il Romano Pontefice, ben informato dal Vescovo di Assisi e dal Cardinale Giovanni di San Paolo, seppe discernere l’iniziativa dello Spirito Santo e accolse, benedisse ed incoraggiò la nascente comunità dei “frati minori”.

Cari fratelli e sorelle, sono passati otto secoli, e oggi avete voluto rinnovare il gesto del vostro Fondatore. Tutti voi siete figli ed eredi di quelle origini. Di quel “buon seme” che è stato Francesco, conformato a sua volta al “chicco di grano” che è il Signore Gesù, morto e risorto per portare molto frutto (cfr Gv 12,24). I Santi ripropongono la fecondità di Cristo. Come Francesco e Chiara d’Assisi, anche voi impegnatevi a seguire sempre questa stessa logica: perdere la propria vita a causa di Gesù e del Vangelo, per salvarla e renderla feconda di frutti abbondanti. Mentre lodate e ringraziate il Signore, che vi ha chiamati a far parte di una così grande e bella “famiglia”, rimanete in ascolto di ciò che lo Spirito dice oggi ad essa, in ciascuna delle sue componenti, per continuare ad annunciare con passione il Regno di Dio, sulle orme del serafico Padre. Ogni fratello e ogni sorella custodisca sempre un animo contemplativo, semplice e lieto: ripartite sempre da Cristo, come Francesco partì dallo sguardo del Crocifisso di san Damiano e dall’incontro con il lebbroso, per vedere il volto di Cristo nei fratelli che soffrono e portare a tutti la sua pace. Siate testimoni della “bellezza” di Dio, che Francesco seppe cantare contemplando le meraviglie del creato, e che gli fece esclamare rivolto all’Altissimo: “Tu sei bellezza!” (Lodi di Dio altissimo, 4.6: FF, 261).

 

 


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18.04.2009


Indirizzo di saluto di Fr. José Rodríguez Carballo al Santo Padre
(Castelgandolfo – 18 aprile 2009)



Santo Padre!
È con il cuore trepidante di gioia che tutta la Famiglia Francescana oggi si stringe intorno a Lei, per celebrare nella Chiesa e con la Chiesa l’VIII Centenario della fondazione dell’Ordine dei Frati Minori, per celebrare il dono del carisma che san Francesco ci ha lasciato e per confessare, con le parole del testamento di santa Chiara, prima pianticella del serafico padre, che «tra gli altri doni, che ricevemmo e ogni giorno riceviamo dal nostro Donatore, il Padre delle misericordie, per i quali dobbiamo maggiormente rendere grazie allo stesso glorioso Padre, c’è la nostra vocazione» (Test 2).

È questo, veramente, il grande dono che abbiamo ricevuto e che ha radicalmente trasformato le nostre vite. È per questo dono che vogliamo levare oggi il nostro comune canto di gioia e di ringraziamento all’Altissimo bon Signore.

Per vivere insieme, come una vera e unica famiglia, questo momento per noi così importante, provenienti da ogni continente, ci siamo riuniti tre giorni fa ad Assisi sotto un tendone, davanti alla piccola chiesetta della Porziuncola, dove è cominciata la nostra storia e da dove i primi Frati partirono a due a due per predicare a tutti la penitenza.

Lì abbiamo nuovamente sentito il pressante invito che l’Altissimo ci rivolge anche oggi a convertirci e a vivere con fedeltà secondo la forma del santo Vangelo del Signore nostro Gesù Cristo, in obbedienza, senza nulla di proprio e in castità. Come fratelli e da minori abbiamo riascoltato la chiamata a portare la pace e la riconciliazione agli uomini e alle donne del nostro tempo e a condividere con loro l’unica nostra ricchezza: il Bene, ogni Bene, il sommo Bene, il Signore Dio, vivo e vero.

Forti di questa sola certezza, abbiamo lasciato Assisi per venire da Lei, santo Padre, come un giorno fece Francesco d’Assisi con i suoi primi compagni. Le chiediamo di confermarci ancora una volta in questo santo proposito di vita, perché, come recita la nostra Regola, «sempre sudditi e soggetti ai piedi della medesima santa Chiesa, stabili nella fede cattolica, osserviamo la povertà e l’umiltà e il santo Vangelo del Signore nostro Gesù Cristo, che abbiamo fermamente promesso» (Rb 12, 4).

Facendomi interprete dei sentimenti di filiale venerazione dei miei confratelli Ministri generali Conventuali e Cappuccini, con i quali condividiamo la medesima Regola di vita, nonché del Ministro generale del Terz’Ordine Regolare, della Ministra generale dell’Ordine Francescano Secolare, del Vice Presidente della Conferenza dei Religiosi e delle Religiose che professano la Regola del Terz’Ordine Regolare, di tutte le Sorelle Clarisse, unite a noi nella preghiera, e di tutti i presenti, desidero esprimerLe la nostra più profonda gratitudine per averci ammessi alla Sua presenza. In questo suo paterno gesto riconosciamo l’amorevole cura che la santa madre Chiesa ha avuto lungo tutti questi secoli nei confronti della nostra Famiglia, fin da quando, ottocento anni fa, il nostro serafico padre, con umiltà e devozione, si prostrò con i suoi primi compagni dinanzi al Suo predecessore, Innocenzo III, per promettere obbedienza e riverenza (cfr. 3Comp 52).

Proprio alla vigilia della Sua felice elezione al soglio di Pietro, mentre Le rinnoviamo i nostri migliori auguri per il genetliaco da poco trascorso, le assicuriamo la nostra fervida preghiera e desideriamo, noi Ministri generali, rinnovare nelle Sue mani, Santo Padre, a nome di tutti i Frati sparsi nel mondo, il nostro impegno a vivere secondo la Regola. Imploriamo, per questo, anche la Sua apostolica benedizione, così da riprendere il nostro cammino e continuare a rendere testimonianza alla voce del Figlio di Dio con la parola e con le opere, facendo conoscere a tutti che non c’è nessuno onnipotente eccetto lui (cfr. LOrd 9).

 

 


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 Francescani/ Chiuso Capitolo, l'abbraccio con Benedetto XVI
di Apcom
Quattro famiglie 'divise, ma unite nel carisma


Castel Gandolfo, 18 apr. (Apcom) - I francescani compiono 800 anni e per la prima volta nella storia si riuniscono nel Capitolo internazionale. Le quattro famiglie - minori, conventuali, cappuccini e terz'ordine regolare - si sono ritrovate tutte insieme ad Assisi, mentre oggi i 'seguaci' del Poverello San Francesco sono stato ricevuti dal Papa, a Castel Gandolfo, e dal presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, nella Tenuta di Castelporziano. Il summit - che ha visto giungere 2mila frati da 65 Paesi del mondo - si è aperto il 15 aprile. "Un evento storico - riferiscono dal Sacro Convento di Assisi - che rientra nei festeggiamenti degli ottocento anni della fondazione dell'Ordine Francescano". "Una felice e storica ricorrenza", ha detto Papa Ratzinger, ricordando che si celebra "l'ottavo centenario dell'approvazione della 'protoregola' di San Francesco da parte del Papa Innocenzo III. Sono passati ottocento anni - ha aggiunto il Pontefice - e quella dozzina di Frati è diventata una moltitudine, disseminata in ogni parte del mondo e oggi qui, da voi, degnamente rappresentata". "Al termine di questa straordinaria esperienza - ha proseguito Ratzinger - siete venuti insieme dal 'Signor Papa', come direbbe il vostro serafico Fondatore". Benedetto XVI ha definito San Francesco "un vangelo vivente, capace di attirare a Cristo uomini e donne di ogni tempo, specialmente i giovani, che preferiscono la radicalità alle mezze misure". Infine, ha invitato i francescani di tutto il mondo a seguire l'esempio di San Francesco e Santa Chiara. "Anche voi - ha detto - impegnatevi a seguire sempre questa stessa logica: perdere la propria vita a causa di Gesù e del Vangelo, per salvarla e renderla feconda i frutti abbondanti". Tre i temi affrontati nella tre giorni di Assisi: la fraternità, la missione e la fedeltà alla chiesa. Una piattaforma che poi ha permesso di cogliere l'impegno nella società attraverso l'evangelizzazione, la comunicazione, il laicato francescano. Non sono mancate discussioni sulle sfide concrete a cui anche i francescani sono chiamati: l'educazione, mass media e comunicazione, la sfida della pace e del dialogo e il ruolo dei laici nella società. Ieri, intanto, si è svolta una giornata di digiuno. I fondi raccolti sono stati devoluti per le suore di Paganica e per un centro di bambini ciechi in Egitto. "E' stato un evento molto bello e importante - ha detto padre Giuseppe Piemontese, custode del Sacro Convento di Assisi - ci siamo confrontati su alcuni aspetti che possono orientarci a rivedere la nostra vita e la nostra impostazione pastorale. L'esperienza della fraternità - ha aggiunto - è sempre un'esperienza interessante quando si proviene dalle diverse famiglie e da diverse parti del mondo. Ne è venuto fuori l'invito a riscoprire la regola di San Francesco e soprattutto a riscoprire il compito originario di farsi missionari e annunciatori del Vangelo nelle varie parti del mondo". padre Marco Tasca: giornate bellissime, vissute bene in fraternità. "La prima nota è la fraternità - ha detto da parte sua padre Marco Tasca, ministro generale dell'Ordine - 2mila frati si sono ritrovati insieme da tutte le parti del mondo, e hanno vissuto benissimo insieme. Una fraternità bellissima. E poi c'è la bellezza del carisma francescano che accomuna tutte le famiglie, e ha ancora qualcosa da dire oggi". "Un momento di profonda comunione fra le quattro famiglie quella che niente e nessuno potrà cancellare", ha detto padre Enzo Fortunato, responsabile comunicazione del Capitolo. La famiglia francescana nel mondo è ben radicata. Sono 650mila i religiosi, presenti in 110 nazioni. Di questi, 400mila sono laici appartenenti al Terzo Ordine dei francescani secolari, 35mila sono minori, conventuali e cappuccini, 60mila sono clarisse e 155mila degli Istituti e Congregazioni francescane. L'Ordine francescano fu fondato da San Francesco nel 1209-1210, in seguito all'approvazione di Papa Innocenzo III. A differenza dagli altri ordini religiosi, come agostiniani e benedettini, i francescani hanno come carisma la povertà intesa come non possedimento di beni quali conventi e terre, ma anche di condurre una vita mendicante.


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Una luce per l'Abruzzo

di Giovanna d'arco

12/04/2009 - 15:45

UNA LUCE PER ILLUMINARE LA NOTTE DELL’ABRUZZO
UNA LUCE PER ANTICIPARE IL “NUOVO GIORNO” DELL’ABRUZZO


terremoto abruzzo


Violente scosse di terremoto  
hanno colpito stanotte la terra d’Abruzzo…
Ha tremato forte la terra…
Ha ferito e umiliato duramente la vita…
Ha seminato paura, sconforto e morte…

Partecipiamo al dolore delle popolazioni colpite
E ci uniamo alla preghiera del Papa per le vittime,
in particolare per i bambini,
e per le loro famiglie.

 E nel buio che per pochi attimi ha avvolto tutti noi
Da questa sera… da questa notte …

Vogliamo accendere una piccola luce…
La luce di questi pochi brani
della preghiera di San Francesco:
Lodi di Dio Altissimo

Tu sei amore e carità. Tu sei sapienza.
Tu sei sicurezza, tu sei quiete.
Tu sei protettore, Tu sei custode e nostro difensore.
Tu sei fortezza, Tu sei refrigerio.
Tu sei la nostra speranza, Tu sei la nostra fede, Tu sei la nostra carità.
Tu sei tutta la nostra dolcezza, Tu sei la nostra vita eterna,
grande e ammirabile Signore,
Dio onnipotente, misericordioso Salvatore.

 

candela


Accenderemo anche un piccolo lumino
in ogni luogo dove pregheremo…
Come segno e impegno ad essere
Fraternità di luce
Anche e soprattutto nei giorni bui come oggi…

 

 

 

 

Il Consiglio nazionale sta verificando tutte le possibilità di aiuto concreto in loco ed al proposito ha incaricato Angiola Maria Lettieri, consigliere regionale della Campania, di coordinare tali operazioni.Anche la GiFra d'Italia si sta muovendo in tal senso.

Invitiamo ogni Fraternità locale ad aderire a questa iniziativa, ed a comunicare la sua adesione all'indirizzo: angiola.lettieri@alice.it  

Invitiamo anche ogni Fraternità ad evitare iniziative autonome ed a comunicare al coordinatore nominato dal Centro nazionale (angiola.lettieri@alice.it) la sua disponibilità di aiuto concreto alle popolazioni dell’abruzzo in termini di

- volontari
- raccolte fondi
- altro

 

FINESTRA DI SOLIDARIETA'

 

 

finestra di solidarietà

 

Per le raccolte di fondi, vi invitiamo a riferirvi all'ormai nota"finestra di solidarietà", inviando le vostre donazioni con la causale: "offerta terremoto abruzzo", a:

 

ASSOCIAZIONE ATTIVITA’ OFS D’ITALIA – ONLUS
Iban code Credito Artigiano Ag. 4 Milano  IT 70 D 03512 01604 000000002134
Iban code c/c postale IT  77 U 07601 01600 000021747449
 

 

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Anche la famiglia francescana piange i suoi morti nella tragedia che sconvolge la terra abruzzese. La comunità delle Clarisse di Paganica ha perso due sorelle tra cui la abbadessa, Madre Gemma. Ancora scarse le notizie che ci giungono dai membri delle Fraternità Ofs dell'aquilano che ad ogni modo sembrano tutti illesi. Gravemente danneggiati gli edifici di culto ed alcuni conventi del Primo Ordine.

 

 

terremoto abruzzo

 

 

Il coordinamento attivato dal Consiglio nazionale dell'OFS d'Italia ha preso i primi contatti con la Protezione Civile offrendo disponibilità per aiuti di ogni genere alle vittime del terremoto. Sono state richieste le varie competenze da rendere disponibili per gli aiuti. Chiediamo a tutti i francescani secolari disponibili, di contattare al più presto la coordinatrice nominata dall'Ofs (Angiola Maria Lettieri) allindirizzo mail: angiola.lettieri@alice.it e comunicare la propria area di competenza tecnica.

 

 

terremoto abruzzo

 

Si sta inoltre valutando insieme al Vescovo de L'Aquila, l'opportunità di offrire la nostra disponibilità per l'animazione delle S. Messe del giorno di Pasqua. Siamo in attesa di conoscere le possibilità anche per questo importante servizio rivolto alle anime di molti disperati.

 

Fonte:www.ofs.it

 

 

 


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Ecco i contributi dell'Ordine Francescano Secolare d'Italia al Convegno Internazionale “Tracce di pace nei conflitti del terzo millennio” tenutosi il 10 Dicembre 2008 nella Sala Capitolare della Minerva del Senato della Repubblica, in occasione del 60° Anniversario della DICHIARAZIONE UNIVERSALE DEI DIRITTI UMANI.

L'Ordine francescano Secolare  è stato fra i promotori di questo Convegno ed era presente con numerosi membri del consiglio nazionale, della Gi.Fra ed altri appartenenti all'Ordine della regione Lazio (Emanuela De Nunzio e Benedetto Lino): ad essa hanno partecipato numerosi parlamentari, rappresentanti delle altre Associazione promotrici dell'evento ed altre personalità internazionali.
 
Il ministro nazionale Giuseppe Failla, indirizzando il saluto iniziale a nome del consiglio nazionale ai presenti, ha fatto riferimento alla  "Lettera a tutti i reggitori dei popoli"  di San Francesco, e ha sottolineato l'importanza del nostro essere presenti a questo convegno in quanto "da sempre ci riconosciamo chiamati per costruire realtà di pace".
 
Il suo intervento e quello del consigliere nazionale Riccardo Farina hanno suscitato unanimi consensi durante l'incontro ed eccellenti e positive valutazioni anche nelle conclusioni dell'assemblea che ha accolto favorevolmente le iniziative proposte dall'OFS.

 

60° Anniversario
della
DICHIARAZIONE UNIVERSALE DEI DIRITTI UMANI
Convegno Internazionale


Tracce di pace nei conflitti del terzo millennio
10 Dicembre 2008

Senato della Repubblica
Sala Capitolare della Minerva

Saluto introduttivo del Presidente Nazionale dell Ordine
Francescano Secolare d Italia - Giuseppe Failla


A tutti i podestà e ai consoli, ai giudici e ai reggitori
di ogni parte del mondo, e a tutti gli altri ai quali
giungerà questa lettera, frate Francesco, vostro servo
nel Signore Dio, piccolo e spregevole, a tutti voi
augura salute e pace.
con reverenza vi prego, come posso, affinchè a
causa delle cure e della sollecitudine di questo secolo
che voi avete, non dimentichiate il Signore né vi
allontaniate dai suoi comandamenti.
Coloro che avranno preso su di sé questo scritto e
lo osserveranno, sappiano di essere benedetti dal
Signore Dio. (Lettera ai Reggitori dei popoli - San
Francesco)

Carissimi tutti,
Desideriamo rivolgere un saluto agli Onorevoli
Parlamentari presenti, ai rappresentanti tutti delle
Associazioni invitate, ai fratelli e alle sorelle della
Famiglia Francescana e a tutti i presenti, rivolgendo al
contempo un francescano augurio di Pace e di Bene.
- Non è raro sentire parlare ancora oggi di Francesco
d Assisi come di un eroe solitario che, sorto
all improvviso come un prodigio, si staglia gigantesco
sull orizzonte di una realtà ecclesiale e sociale
immersa nell appiattimento e nella mediocrità.
Può sembrare più semplice e di maggior effetto
presentare le grandi personalità della storia come
miracolose meteore che non hanno alcuna spiegazione
perché del tutto sganciate dal terreno della realtà
umana in cui sono comparse. Ma è un po come
staccare una splendida immagine dall insieme
dell affresco a cui appartiene, con l intento di
esaltarne la bellezza: si finisce per compromettere la
reale comprensione del capolavoro. A proposito di
Francesco e del vasto movimento da lui suscitato sono
però ormai numerosi gli studi che hanno cercato di
mettere in luce il collegamento profondo con il
retroterra sociale, culturale e soprattutto religioso nel
quale sono sorti e si sono mossi. Questi studi
consentono infatti di percepire quanto egli fosse
saldamente radicato nella storia del suo tempo, ed
insieme quanta originalità e quanta capacità di
trascenderla egli abbia avuto in se stesso. Oggi
possiamo così lasciarci alle spalle l immagine un po
romantica di un Francesco mistico ed estatico, che
sarebbe passato sulla scena della storia
senz accorgersi di ciò che gli stava attorno per far
posto a quella più corretta che lo vede uomo di grande
concretezza, lucidamente consapevole dei tanti
fermenti sociali e religiosi che da tempo solcavano la
società e la Chiesa: un cristiano che di tali fermenti ha
saputo farsi interprete, anzi un interprete geniale. Da
tale ispirazione nasce il laicato francescano, oggi
strutturato in un Ordine riconosciuto ed innestato
pienamente nella Chiesa e, in quanto secolare, nella
società. L Ordine Francescano Secolare, come tutta la
Famiglia Francescana, è presente in quasi tutto il
mondo con le proprie cellule denominate fraternità
coordinate da consigli locali, regionali, nazionali ed
ovviamente un consiglio di presidenza internazionale.
- Oggi rappresenta per noi un occasione speciale in
quanto da sempre ci riconosciamo chiamati per
costruire realtà di pace. Nel primo punto che apre il
Preambolo della Dichiarazione Universale dei Diritti
dell Uomo si legge: Il riconoscimento della dignità
inerente a tutti i membri della famiglia umana, e dei
loro diritti, uguali ed inalienabili, costituisce il
fondamento della libertà, della giustizia e della pace
nel mondo. Anche nella Regola dell Ordine
Francescano Secolare, regola che ogni francescano
abbraccia e sposa il giorno della sua pubblica
professione, si legge un invito di tale portata: I
Francescani Secolari siano presenti con la
testimonianza della propria vita umana e anche con
iniziative coraggiose tanto individuali che comunitarie
nella promozione della giustizia (Reg. 15). Il senso
di fraternità li renderà lieti di mettersi alla pari di tutti
gli uomini, specialmente dei più piccoli, per i quali si
sforzeranno di creare condizioni di vita degne di
creature redente da Cristo (Reg. 13) .
Francesco d Assisi, il nostro fondatore, è infatti
universalmente riconosciuto come il più grande
interprete di un progetto autentico e concreto di vita
votata al bene comune. Egli ha intuito, già otto secoli
fa, l 'enorme portata di un grande valore:
ricongiungere la persona umana, scissa tra anima e
corpo secondo l ottica del suo tempo, riconoscendole i
diritti fondamentali che ancora oggi insieme siamo qui
a difendere. Dunque, un carisma, quello francescano,
insieme tanto antico e tanto nuovo, una visione della
Verità e della Vita che congiuntamente formano la
Via della fratellanza. Il tutto autenticato dalla lunga
storia dell uomo, in una sfida profetica che ha
rivelato inusitati orizzonti, creando sempre nuovi
spazi di vita per difendere coloro che anche oggi sono
i senza diritto, gli ultimi del mondo!
E con questa consapevolezza che Vi salutiamo,
coscienti del nostro ruolo e del nostro compito nella
società e nella Chiesa. Ringraziamo per essere stati
invitati in questo luogo prestigioso per parlare anche
di noi e per proporre anche il nostro ideale di vita, che
si farà poi proposta concreta.

Pace e bene a tutti.


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La principessa che rinunciò alla corona

Elisabetta d'Ungheria nelle fonti documentarie del Duecento
di Silvia Guidi


Tratto da L'Osservatore Romano del 17 novembre 2008




Sua madre - Gertrude di Andechs-Merano, una discendente di Carlo Magno - venne uccisa da una congiura di palazzo quando lei aveva solo sei anni, suo padre, il re di Ungheria Andrea II, aveva usurpato il trono del fratello maggiore Emerico

- usando a questo scopo i fondi che gli erano stati affidati per organizzare una crociata in Terra Santa - il suo confessore, Corrado di Marburgo, verrà assassinato poco dopo la sua morte, suo figlio primogenito Ermanno morirà all'età di diciotto anni, avvelenato dallo zio Enrico di Raspe, che ambiva alla corona della Turingia; la vita di santa Elisabetta d'Ungheria spicca per contrasto e appare ancora più singolare e luminosa se si delineano meglio i contorni del contesto cupo e sanguinario in cui è nata e vissuta.

Due famiglie reali, la propria e quella del marito, il langravio di Turingia, Assia e Sassonia Ludovico iv; due regge, il castello di Sárospatak, alle falde dei Carpazi dove è nata e il castello di Warburg in Turingia dove ha vissuto gran parte della sua vita, più simili alla Elsinore di Amleto o al regno sconvolto dalle guerre fratricide di re Lear che ai sereni colori pastello dell'affresco del buon governo di Ambrogio Lorenzetti a Siena. Santa Elisabetta d'Ungheria (Padova, Edizioni Messaggero, 2008, pagine 692, 37 euro) a cura di Lino Temperini, francescano del Terzo Ordine secolare, giornalista e docente alla Pontificia Università Antonianum, offre al lettore una biografia essenziale della santa, ma soprattutto un'ampia rassegna di fonti storiche del Duecento, per la prima volta tradotte integralmente in italiano: dalle lettere di Federico ii - una missiva a Corrado di Turingia sullo stato patrimoniale dell'ospedale San Francesco a Marburgo e un'epistola a frate Elia, ministro dell'Ordine dei frati minori - agli atti del processo di canonizzazione, integrati dai compendi degli agiografi più antichi. Ci sono anche i testi dei due uffici liturgici dedicati a santa Elisabetta, Gaudeat Hungaria e Laetare Germania e documenti contemporanei o appena successivi alla sua morte - come i Detti delle quattro ancelle - che ci permettono di recuperare qualcosa del volto autentico di Elisabetta e della sua vita quotidiana, dall'infanzia alla prima giovinezza.

Non oltre, visto che la principessa di Turingia, prima penitente francescana assurta all'onore degli altari, è morta a soli 24 anni, il 17 novembre del 1231, al termine di una vita breve ma eccezionalmente intensa, ancorata alla preghiera e alla contemplazione ma travolta da prove di ogni tipo e continui rovesci della sorte; all'età di quattro anni viene promessa in sposa al langravio di Turingia e consegnata alla famiglia del futuro marito per prepararsi al suo futuro di regina, prima delle nozze rischia più volte di essere ripudiata dai suoceri, che le preferirebbero un'alleanza politica e dinastica più vantaggiosa, dopo la morte prematura del marito viene cacciata dal castello di Warburg e costretta a rifugiarsi con i tre figli piccoli in una stalla, vittima prima dell'odio e del disprezzo della corte, che la considera una pazza pericolosa, scialacquatrice dei beni del tesoro reale in "inutili" opere di carità, poi delle attenzioni interessate della sua famiglia d'origine, che cerca per lei un nuovo partito, più ricco e influente del primo, per rafforzare il potere del già vasto e potente regno di Ungheria.

Elisabetta non cede alla disperazione e non si piega alla ragion di Stato, rinuncia al lusso e ai privilegi della vita di corte per condividere la miseria estrema dei suoi poveri. Cosa che aveva già iniziato a fare, per quanto permesso dal suo ruolo, anche prima di restare vedova, temendo di cedere alla tentazione di dimenticare Dio quando la sua felicità familiare sembra perfetta: nei primi anni del matrimonio ama riamata suo marito, dà alla luce tre figli, assicurando la successione al trono alla discendenza di Ludovico, è amatissima dal popolo che soccorre con elemosine e cura allestendo dispensari e ospedali da campo in tempo di carestia. Anche quando sembra avere tutto - ricchezza, bellezza, potere - Elisabetta non si accontenta di una felicità "provvisoria" e appena può lascia i suoi abiti preziosi per indossare la veste grigia francescana. Fin da bambina ha sempre sentito il bisogno di togliersi la corona prima di entrare in chiesa, come gesto di rispetto di fronte all'unico vero re del mondo.

Le cronache duecentesche, quando non sono irrigidite da stilemi narrativi convenzionali o non assemblano sequenze di passi scritturali che descrivono il prototipo della donna virtuosa, riportano con freschezza episodi della sua vita che mettono in luce l'instancabile carità di Elisabetta ma anche la profondità e la delicatezza dell'amore che Ludovico nutriva per lei. Nelle loro testimonianze le inservienti Guda e Isentrude parlano di una vita matrimoniale non facile in cui momenti di tensione - il celebre miracolo delle rose, in cui i pani nascosti sotto il mantello per essere distribuiti ai poveri si trasformano in fiori, risparmia a Elisabetta i rimproveri del consorte e le accuse di eccessiva prodigalità - si alternano a gesti di grande tenerezza.

Il marito le tiene la mano quando si sveglia a pregare di notte, finge di dormire quando le ancelle vengono a chiamarla prima dell'alba per la recita del Mattutino, si preoccupa che non prenda freddo nelle lunghe ore che passa inginocchiata nella cappella di palazzo. A volte è spaventato dal fervore della consorte, ma resta contagiato dalla sua fede; il regalo di fidanzamento, che la principessa di Turingia conserva tra i suoi tesori più preziosi, è uno specchio con un crocefisso istoriato sul retro. Ludovico morirà a Otranto a 27 anni, mentre guida le truppe tedesche verso la crociata; un anno dopo Elisabetta si consacra interamente a Dio e abbandona definitivamente la corte.

La venerazione per la santa, tanto simile a Francesco d'Assisi nel vivere la povertà radicale consigliata dal Vangelo, è continuata ininterrotta nel corso dei secoli. Nei cicli pittorici, come nelle vetrate nella splendida basilica gotica a lei dedicata a Marburgo, viene raffigurata con i costumi tradizionali dei principi magiari, mentre nasconde sotto il mantello un fascio di rose, o con l'abito grigio delle terziarie.

Meno frequente - ma comunque presente su arazzi, reliquiari e oggetti d'uso comune - l'iconografia che la rappresenta con in mano le tre corone di sposa, madre e consacrata. La grande carità di Elisabetta, che ha suscitato l'ammirazione e la venerazione dei contemporanei - tanto da essere proclamata santa da Papa Gregorio ix a solo quattro anni dalla sua morte - ha esercitato un'attrazione particolare sugli artisti.

Due grandi musicisti dell'età romantica, Franz Liszt e Richard Wagner, hanno tratto ispirazione dalla sua vita; Wagner ambienta il Tannhäuser, una delle sue opere più celebri, proprio, nel castello di Warburg. Il protagonista, il trovatore Tannhäuser, è attratto dal paradiso artificiale del Venusberg, il mondo pagano di Afrodite, desidera il Paradiso ma non ha il coraggio di incamminarsi lungo la strada tracciata per raggiungerlo.

La salvezza arriverà, non grazie ai suoi buoni propositi o ai suoi sforzi etici, ma all'amore della sua fidanzata - che si chiama, non a caso, Elisabetta - disposta a dare la vita per lui; il misterioso intervento della Grazia viene preannunciato già nella celeberrima ouverture, in cui Wagner riesce a stemperare l'angoscia e i confusi desideri del singolo nell'abbraccio pacificante dell'Essere.

Franz Listz, di origine ungherese, cattolico e terziario francescano, aveva dedicato alla biografia della santa un oratorio famoso, composto dopo aver visto gli affreschi del pittore austriaco Moritz von Schwin. L'oratorio venne dedicato al re di Baviera, ma non fu eseguito per la prima volta nel castello di Warburg, come si afferma di solito; otto giorni prima venne rappresentato a Pest, con un libretto in ungherese per celebrare il venticinquesimo anniversario della fondazione del Conservatorio locale. Liszt, che aveva da poco preso gli ordini minori, assistè al debutto indossando il saio francescano.


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Santa Elisabetta d’Ungheria


Eboli – Convento Cappuccini – 20-23 nov. 2008

cell 3335890831 – tel 0828 366449

Orario /Programma

Giovedì 20 novembre

Ore      18,00 Celebrazione Eucaristica

            18,30   “Elisabetta, donna di penitenza” (fr. Gianfranco Pasquariello)

            20,00   Adorazione Eucaristica

Venerdì 21 novembre

Ore      18,00 Celebrazione Eucaristica

            18,30   “Elisabetta, donna evangelica” (fr. Bonaventura Pace)

            20,00   Vespri

 

Sabato 22 novembre

 

Ore     18,00 Celebrazione Eucaristica

        18,30  “Elisabetta, donna di fede” -          

                   “Marco, il Vangelo della fede”: 

 chiave di lettura del primo Vangelo (fr. Giuseppe Celli)

 

Domenica 23 novembre

 

Ore     09,00 Accoglienza

Ore     09,15 Lodi

        09,30 E voi chi dite che io sia?” (Mc 8,29):

                a scuola dell’evangelista Marco (fr. Giuseppe Celli)

        10,30    Intervallo

        11,00 Laboratori di ricerca sul vangelo di Marco

        13,00    Pranzo

        15,30  Condivisione del lavoro dei laboratori

        18,00  Celebrazione Eucaristica

                   Ammissioni all’Ofs e Professione della Regola

          19,00    Agape fraterna


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La Fondazione Wallenberg chiede che Giovanni XXIII sia dichiarato "Giusto fra le Nazioni"


Il creatore della Fondazione Internazionale Raoul Wallenberg, Baruj Tenembaum - prestigioso rappresentante ebraico e pioniere a livello mondiale del dialogo interreligioso negli anni Sessanta - ha rivolto un appello affinché Giovanni XXIII sia dichiarato “Giusto fra le Nazioni”. Questo titolo è conferito dallo Yad Vashem, il Memoriale dell'Olocausto in Israele, a quanti salvarono gli ebrei durante l'Olocausto. La dichiarazione di Tenembaum, inviata all'agenzia Zenit, arriva in occasione del 50° anniversario dell'elezione del cardinale Angelo Giuseppe Roncalli a Sommo Pontefice. Dopo un simposio scientifico organizzato nel giugno 2003 dall'Università di Bologna e dalla Fondazione Giovanni XXIII per il 40° anniversario della morte di Angelo Roncalli, su istanza della Fondazione Wallenberg, le Poste argentine emisero un francobollo dedicato alla sua memoria. Qualche anno prima, nel settembre del 2000, in una cerimonia presso la Missione dell'Osservatore Permanente del Vaticano presso le Nazioni Unite e in presenza dell'allora Segretario di Stato vaticano, il cardinale Angelo Sodano, la Fondazione Wallenberg dichiarò aperta la campagna internazionale per il riconoscimento dell'azione umanitaria svolta da Angelo Roncalli. Monsignor Roncalli, prima di essere Papa, “intercesse presso il re Boris di Bulgaria a favore degli ebrei bulgari, e presso il governo turco a favore dei rifugiati ebrei che erano fuggiti in Turchia”, ha ricordato Tenembaum. “Ha anche fatto tutto il possibile per evitare la deportazione degli ebrei greci. Quando fu Delegato Apostolico del Vaticano a Istanbul nel 1944, inoltre, “organizzò una rete per salvare gli ebrei e altri perseguitati dal nazismo”. “Grazie alle sue azioni, migliaia di condannati a morte riuscirono a salvare la propria vita" - ha sottolineato Tenembaum. “Con il pontificato di Giovanni XXIII è stata inaugurata una nuova era nelle relazioni tra la Chiesa cattolica e l'ebraismo – ha constatato il fondatore –. Si è trattato di un'epoca caratterizzata dalla comprensione e dall'intesa dopo secoli di denigrazione, pregiudizi e persecuzione religiosa”. “Le porte del dialogo interreligioso hanno cominciato ad aprirsi allora e sono rimaste aperte durante il pontificato di Papa Giovanni Paolo II, che si rivolgeva agli ebrei come ai 'fratelli maggiori', ha visitato i campi di concentramento nazisti in segno di contrizione e solidarietà con le vittime ebraiche e si è recato in pellegrinaggio in Terra Santa”. (R.P.)

fonte: Radio Vaticana

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Cinquant'anni fa l'elezione di Papa Giovanni XXIII

«Da ieri sera mi sono fatto chiamare Joannes»

di Marco Roncalli




Cinquant'anni fa veniva eletto al papato Angelo Giuseppe Roncalli, che così scriveva la sera di quel giorno: "28 ottobre martedì (...) Conclave al III giorno (...) S. Messa nella Cappella Matilde: con molta devozione da parte mia. Invocati con speciale tenerezza i miei Santi Protettori: S. Giuseppe, S. Marco, S. Lorenzo Giustiniani, S. Pio X, perché, m'infondano calma e coraggio (...) Non credetti bene discendere a desinare coi cardinali. Mangiai in camera. Seguì un breve riposo e un grande abbandono. All'XI scrutinio, eccomi nominato papa. O Gesù anch'io dirò con Pio XII quando riuscì eletto papa Miserere mei Deus secundum magnam misericordiam tuam. Si direbbe un sogno: ed è prima di morire, la realtà più solenne di tutta la mia povera vita. Eccomi pronto o Signore, ad convivendum et ad commoriendum (...) Dal Balcone di San Pietro circa 300 mila persone mi applaudivano. I riflettori mi impedivano di vedere altro che una massa amorfa in agitazione".
Si disse che - tra opzioni di continuità e discontinuità dopo il lungo pontificato pacelliano - il conclave era stato orientato dalla ricerca di un "Papa di transizione". Ma con Roncalli indicato già prima dell'ingresso nella Sistina: se costretto a notare "gran movimento di farfalle" intorno alla sua "povera persona" - come confidò al diario il 15 ottobre 1958; se capace di chiedere in segreteria di Stato a monsignor Angelo Dell'Acqua: "Appare anche il mio nome come futuro Papa. Che devo fare?" - e l'amico a rispondergli "non dica di no; lasci fare e affronti il sacrificio che Le si domanda"; se pronto a confessare il 24 ottobre al vescovo di Faenza Giuseppe Battaglia: "Sto passando attraverso qualche preoccupazione. Vi scrivo in fretta per invitarvi alla preghiera con me (...) Quando sentiste dire che ho dovuto cedere al volo dello Spirito Santo...".
"Guai a Lei se entra in conclave senza avermi fatto questo favore: la biografia di Sua Eminenza se chiamato ad majora", così, il giorno seguente, il conte Giuseppe Dalla Torre - direttore de "L'Osservatore Romano" - al segretario dell'anziano patriarca di Venezia Roncalli, don Loris Capovilla - che giorni fa ha compiuto 93 anni e ha appena rieditato le Lettere del pontificato.
Se chiamato ad majora, dunque! Come avvenne. Dopo che anche sul cardinale Gregorio Pietro Agagianian, proprefetto di Propaganda Fide, erano confluiti parecchi voti degli elettori: "Sapete che il vostro cardinale ed io eravamo come appaiati nel conclave dello scorso ottobre? I nostri nomi si avvicendavano or su or giù, come ceci nell'acqua bollente", confidò dopo l'elezione lo stesso Giovanni XXIII parlando agli alunni del Collegio armeno.
"Da ieri sera mi sono fatto chiamare Joannes", inizia in ogni modo così, con assoluta sobrietà, il diario di quel pontificato annunciato come "di transizione". Le sequenze successive, però, smentiscono subito certe posizioni attendiste sottese nell'ipotesi della provvisoria "transizione". Basti pensare a certi gesti reali e simbolici del nuovo Papa - le visite agli ospedali o al carcere di Regina Coeli - e ad altre sue decisioni immediate: la "normalizzazione" della curia - con le nuove nomine - o l'assunzione piena del ruolo di Vescovo di Roma - palesata con la presa di possesso della cattedrale del Laterano. E tuttavia è una, di lì a poco, la decisione papale - in incubazione già all'inizio di novembre - che spazza via del tutto l'ipotesi del "papato di transizione". O che consentirà di leggerla in modo nuovo. Quella del concilio ecumenico annunciato il 25 gennaio 1959. Ben presto la "transizione" assumerà, in pienezza, il senso di una svolta. E il pontefice bergamasco si rivelerà gradualmente un grande diplomatico - anche se non lo era subito sembrato - un grande comunicatore - pur digiuno di tecniche - ma soprattutto l'uomo dalla fede salda come la roccia, il pastore nei solchi della grande tradizione della Chiesa, ma proiettato con fiducia nel futuro. E capace di indicare i segni dei tempi; di reclamare l'urgenza di un aggiornamento nelle forme dell'annuncio evangelico; di dissentire dai profeti di sventura e cercare un dialogo aperto con il mondo contemporaneo. Tutto questo, appunto, nel segno della scelta conciliare.
Ripensare all'uomo che il 28 ottobre 1958 si caricò sulle spalle "con semplicità l'onore ed il peso del pontificato" - e, come annotò più tardi sul suo Giornale dell'anima, "con la gioia di poter dire di nulla aver fatto per provocarlo", significa però abbracciare con lo sguardo tutta una parabola umana e spirituale vissuta nell'impegno - direbbe Boris Pasternak - di essere "vivo, vivo e null'altro, sino alla fine", senza la quale non si può spiegare l'autentico significato dell'ultima tappa: quella che sovente ha condizionato approcci e prospettive. È un'operazione che si può fare considerata la mole smisurata delle fonti roncalliane edite - opere giovanili, diari, zibaldoni, quaderni, epistolari, omeliari, resoconti di discorsi, messaggi, colloqui, scritti privati e ufficiali - tutto materiale utile a capire mente e cuore di un giovane chierico o di un maturo ecclesiastico, il suo background, la sua conoscenza della storia e della critica storica, le sue scelte - e, di riflesso, anche il ruolo di collaboratori e interlocutori. Possibile, però, se si sa riconoscere che molto spesso ogni brano è timbrato dalle cifre della sintesi armonica e della semplificazione essenziale di chi si sente nel profondo pastor et pater, votato a quello che per tutta la vita, soprattutto sulla Cattedra di Pietro, è servizio sacerdotale. Possibile se si tiene conto della sua attenzione continua e responsabile ai bisogni della Chiesa e dell'"uomo in quanto tale", lungo un percorso esistenziale segnato dalla normalità anche nelle virtù, pubbliche e private. Solo così lo si sottrae al mito e lo si consegna alla storia, solo così lo si libera da tanti stereotipi logori che non ne hanno messo in luce la complessità.
Quartogenito di tredici figli, Angelo Giuseppe Roncalli, nato e battezzato il 25 novembre 1881 a Sotto il Monte (Bergamo), ad esempio non può essere considerato solo un frutto esclusivo della cultura contadina, dacché poco più che decenne la sua vera "famiglia" fu il seminario, a Bergamo e a Roma, l'istituzione che forgiò l'uomo di Chiesa, ma anche l'uomo, il chierico che attraversò la tempesta del modernismo, ma anche il giovane presbitero poi cresciuto alla scuola del grande vescovo Giacomo Maria Radini Tedeschi. Ecco perché una delle chiavi ermeneutiche per comprendere appieno la figura di Roncalli, la sua vocazione, la sua testimonianza, resta quella della spiritualità da lui assorbita durante l'adolescenza, e poi rigenerata nella quotidianità di ogni esperienza, primariamente come fiducia in Dio e nell'uomo sua immagine. Questo il vero filo che lega decisioni e scritti, senza delimitazioni di ambito, anche negli esercizi più alti del governo della Chiesa. È sempre nella luce della fede che Roncalli valuta i rapporti storici, persino quelli politici. Non a caso scrive in alcune note da Pontefice - citando Rosmini - che: "Il compito(...) del Papa per tutta la Chiesa e dei Vescovi per le diocesi di ciascuno, è predicare il Vangelo, condurre gli uomini alla salute eterna, con la cautela di adoperarsi perché nessun altro affare terreno impedisca, o intralci, o disturbi questo primo ministero". Ed è nella presenza attraente di Dio, nel tenersi "sempre con Dio e con le cose di Dio", che la sua vita si dipana. Da qui anche la consapevolezza di una fraternità universale e la sua preferenza nell'innalzare ponti piuttosto che barriere. È ciò che ha fatto, dopo aver trascorso i primi quarant'anni a servizio della sua diocesi, e nei successivi decenni "a servizio della Chiesa universale". Che ha realizzato quando Benedetto XV lo chiama a Roma a servizio della Congregazione di Propaganda Fide (tra il 1921 e il 1925) per animare in Italia il movimento di cooperazione missionaria), quando Pio XI dopo averlo promosso all'episcopato lo invia suo visitatore apostolico in Bulgaria - un decennio di solitudine nella terra delle rose e delle spine - e successivamente (dal 1935 al 1944) alla delegazione di Istanbul, amministratore apostolico dei latini di Costantinopoli, ma anche con il compito di delegato per la Grecia. Vent'anni di presenza nel Vicino Oriente gli consentono di sperimentare una sorta di ecumenismo ante litteram, di conoscere la varietà di riti e di tradizioni della Chiesa cattolica e delle Chiese ortodosse, ma anche il contesto islamico e il laicismo di Ataturk, di prodigarsi per gli ebrei in fuga e i greci affamati sotto l'occupazione dell'Asse, di dire - come fa a Istanbul nella Pentecoste del 1944: "Gesù è venuto per abbattere queste barriere; egli è morto per proclamare la fraternità universale; il punto centrale del suo insegnamento è la carità, cioè l'amore che lega tutti gli uomini a lui come primo dei fratelli, e che lega lui con noi al Padre".
Ma vanno ricordati pure gli anni alla nunziatura nella Parigi del dopoguerra - là promosso da Pio XII per risolvere il problema dei vescovi collaborazionisti - il suo atteggiamento davanti ai problemi della nuova Francia percorsa da tanti fermenti culturali, e poi il periodo veneziano come patriarca - memorabile il richiamo pastorale alla Sacra Scrittura e il rilancio della Bibbia nelle celebrazioni in onore di Lorenzo Giustiniani nel 1956.
Solo ricordando tutto questo si arriva a percepire l'uomo della fedeltà e del rinnovamento che ha nel cuore oboedientia et pax; che appena eletto chiede preghiere per lui affinché sia - a immagine di Gesù - un buon pastore. O l'uomo che con realismo prudente inizia l'epoca del disgelo e del dialogo, il Papa che nell'enciclica Ad Petri Cathedram del (1959) invita a considerare "non ciò che divide gli animi, ma ciò che li può unire nella mutua comprensione e nella reciproca stima", che nella Pacem in terris (1963) sottolinea la distinzione fra l'errore e l'errante, o che dopo l'elezione si costruisce un robusto programma di lavoro proprio richiamando "alcune forme antiche di affermazione dottrinale e di saggi ordinamenti di ecclesiastica disciplina, che nella storia della Chiesa, in epoca di rinnovamento, diedero frutti di straordinaria efficacia, per la chiarezza del pensiero, la compattezza dell'unità religiosa, la fiamma più viva del fervore cristiano". Con questa visione negli occhi, il 25 gennaio 1959 annunciò il concilio ecumenico Vaticano II, il sinodo per la diocesi di Roma, l'aggiornamento del codice di diritto canonico.
Ricordava nei giorni scorsi il vescovo Bruno Forte proprio a Sotto il Monte - dove sto scrivendo - che, nei fatti, il pontificato giovanneo attraverso il concilio ha coniugato la storia e l'eterno, valorizzando il rinnovamento teologico del XX secolo e il ritorno alle fonti bibliche, patristiche e liturgiche, che lo aveva nutrito. Un senso vivo della storia mai separato in lui però da uno sguardo aperto sul mistero, attento a misurare sull'eterno la caducità e la contingenza del tempo. Un motto trasmessogli in seminario lo accompagnò tutta la vita: "Dio è tutto, io sono nulla". E parlando con Jean Guitton da Pontefice diceva: "Gli astronomi, per guidare gli uomini, si servono di strumenti molto complicati(...) Io mi accontento, come Abramo, di avanzare nella notte, un passo dopo l'altro, alla luce delle stelle". Una metafora per richiamare il "padre dei credenti", guidato dalla "Parola del Dio vivente". Insomma la Parola divina alla radice della storia umana. Quella cui è stato dedicato il Sinodo dei vescovi appena concluso. Sempre nel paese natale di Giovanni XXIII, la settimana scorsa è arrivato anche Frère Aloys, il priore di Taizé, provenendo da Roma, dal Sinodo dei vescovi. Ha confidato: "Ascoltando in questi ultimi giorni i vescovi del mondo intero, mi dicevo: "Se i vescovi arrivano a vivere, attraverso questo Sinodo, una così bella espressione della collegialità, lo devono ancora a Giovanni XXIII". Anche lì egli ha aperto un cammino che la Chiesa non ha finito d'esplorare".


(©L'Osservatore Romano - 27-28 ottobre 2008)




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