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INDONESIA: APPELLO PER AIUTI UMANITARI
PER LE VITTIME DEL TERREMOTO IN PADANG


La Famiglia Francescana ha elaborato un progetto per aiutare urgentemente le vittime del terremoto in Padang (Indonesia). Per portare a termine la prima fase del progetto, strettamente umanitario, c’è bisogno di 38.846 Euro. Con tale progetto si vuole aiutare 700 famiglie, circa 3.000 persone. Le donazioni possono essere inviate all’Economato generale della Curia OFM, specificando “per le vittime del terremoto in Padang (Indonesia). Il coordinatore del progetto è Fr. Peter C. Aman, OFM.

Per inviare donazione:
BANCA POPOLARE DI SONDRIO – ROMA SEDE
Intestazione: FONDO SOLIDARIETÀ S. FRANCESCO
IBAN: IT95 L056 9603 2110 0000 5300 X66
BIC/SWIFT: POSOIT22

 

 


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Lettera del Ministro e del Definitorio generale per la Festa di san Francesco


SEGUIRE IL SANTO VANGELO
PER RENDERLO OGGI VIVO E VISIBILE


Carissimi fratelli,
Il Signore Gesù doni a ciascuno di voi
ogni bene e la Sua pace.
All’inizio del nostro servizio alla Fraternità
universale, e continuando una tradizione ormai
consolidata, in occasione della festa del nostro
serafico Padre san Francesco desideriamo inviarvi
un saluto fraterno e un semplice messaggio per
riprendere insieme il cammino della nostra vita e
missione francescana, «con autenticità e aperti al
futuro».
Abbiamo percorso tre anni di riflessione, di
approfondimento, di riscoperta della “grazia delle
origini”, e siamo stati ricondotti all’ispirazione originaria
del nostro carisma, all’«intuizione» primordiale
di Francesco, ispirata dal Signore, che ha preceduto
l’«istituzione» che ne è seguita. Rendiamo
insieme grazie al Signore per i molteplici frutti che
tale risalita al “bocciolo” originario ha sicuramente
prodotto nelle Fraternità e nelle Entità dell’Ordine.
È stato come un ritorno al «primo amore» e quanto
vorremmo che l’entusiasmo e la passione delle
origini possa continuare ad alimentare e rendere
dinamica la nostra fedeltà quotidiana! Riandando
all’origine del nostro carisma abbiamo incontrato
con occhi nuovi Francesco, ma non abbiamo voluto
tornare indietro, come ad un passato storico e
nostalgico; abbiamo invece rivisitato l’esperienza
fondante di Francesco come l’icona del nostro futuro,
come la forma vitae che tutti siamo chiamati
a realizzare e rendere eloquente testimonianza per
il mondo di oggi.
Quando noi celebriamo la “grazia delle origini”
guardiamo a Francesco d’Assisi. Ma Francesco,
per andare alla radice del suo progetto di vita,
vedeva Gesù Cristo, presente nel lebbroso baciato,
visibile nel Crocifisso di san Damiano, ispiratore
nella Parola ascoltata alla Porziuncola. E quando


ancora Francesco non sapeva cosa dovesse fare, il
Signore stesso gli rivelò che doveva «vivere secondo
la forma del santo Vangelo» (Test 14). Francesco
rinvia noi tutti al Vangelo, alla persona di Gesù
povero e crocifisso! Questo è il grande dono che
anche noi abbiamo ricevuto! Di questo dono unico,
come degli altri innumerevoli doni che riceviamo
– il dono della vita, della vocazione, dei fratelli,
della Parola, dell’Eucaristia – noi rendiamo continuamente
grazie al Signore e Gli siamo profondamente
riconoscenti. Il recente Capitolo generale ce lo ha ricordato
e riproposto con chiarezza: «È questa la buona
notizia che abbiamo ricevuto: il Vangelo di Gesù
Cristo Figlio di Dio, dono che cambiò la vita di
Francesco d’Assisi e che cambia quella di ciascuno
di noi» (Portatori del dono del Vangelo [PdV]
5). «Osservare il santo Vangelo» (Rb 1,1), che vuol
dire «seguire l’insegnamento e le orme del Signore
nostro Gesù Cristo» (Rnb 1,1) è la nostra «regola e
vita» (Rb 1, 1). Come Francesco «comprese se stesso
interamente alla luce del Vangelo» (Benedetto
XVI), così anche noi siamo chiamati a ripartire dal
Vangelo per viverlo nelle diverse e mutevoli condizioni
attuali in cui ciascuno si trova, insieme con
Francesco e come Francesco ce lo ha trasmesso. In
questo modo, in fedeltà gioiosa e creativa (cf. VC
37), daremmo risposte adeguate ai segni dei tempi,
come ci ha chiesto il Capitolo generale 2003 (cf. Il
Signore ti dia pace 6). Per poter «seguire più da vicino il Vangelo»
(CCGG 5,2), come abbiamo promesso, per tenere
«ferme le parole, la vita e l’insegnamento e il
santo Vangelo» (Rnb 22,12) di Gesù, dobbiamo in
primo luogo accogliere sempre nelle nostre vite la
Parola che ci viene donata, accogliere il Vangelo
come dono gratuito che ci viene offerto ogni giorno,
accoglierlo con l’assidua lettura orante della
Parola, che purifica le nostre intenzioni, guida le
nostre azioni, tiene vivo il fuoco della missione.


Con le parole del Capitolo generale straordinario
del 2006, che riprende quelle del Ministro generale,
ci ridiciamo con forza e con convinzione: «Torniamo
al Vangelo e la nostra vita riavrà la poesia,
la bellezza e l’incanto delle origni… Liberiamo il
Vangelo e il Vangelo libererà noi» (Il Signore ci
parla lungo il cammino 14). Lasciamoci liberare
dal torpore spirituale, dall’arida abitudine, dalla
stanchezza e dalla rassegnazione, per ripartire con
il Cristo e la sua Parola, accompagnati da Francesco,
con il forte desiderio di essere veri discepoli di
Gesù nel mondo e per il mondo di oggi.
Ma non possiamo essere veri discepoli se
non siamo nello stesso tempo anche testimoni e
missionari di Gesù, c’insegna san Francesco. Il
Vangelo ricevuto e accolto non possiamo tenerlo
solo per noi: dobbiamo restituirlo andando per il
mondo ad annunciarlo a tutti gli uomini. È quanto
il Capitolo generale ci ha detto chiamandoci «portatori
del dono del Vangelo». Sì, il Vangelo che
è la nostra forma vitae, il Vangelo che è all’origine
delle nostre Fraternità e della nostra missione
evangelizzatrice, dobbiamo restituirlo con la testimonianza
dell’amore reciproco nelle Fraternità,
con l’annuncio esplicito, con le scelte evangeliche
coraggiose per «incarnare il Vangelo in maniera
concreta» (PdV 8), con la fantasia creatrice che sa
trovare, nelle diverse circostanze, forme nuove e
adatte ai diversi destinatari del mondo odierno.
Il dono del Vangelo, accolto e restituito secondo
la logica evangelica del dono (cf. Il Signore ci
parla lungo il cammino, 19ss), è dunque la nostra
“professione” fondamentale. Secondo le recenti
ricostruzioni storiche del probabile contenuto
essenziale della Proto-Regola presentata al Papa
Innocenzo III Francesco non avrebbe precisato
nessuna modalità di attività apostoliche, avrebbe
invece chiaramente indicato le condizioni della sequela
Christi, la sua maniera di intendere e di voler
vivere radicalmente il Vangelo: spirito di orazione
e devozione, fraternità, povertà e minorità, “annuncio
del Vangelo di pace” (PdV 9), predicazione ed
evangelizzazione (cfr. CCGG 1,2). Sono le Priorità
che abbiamo cercato di approfondire e di mettere
in atto in questi ultimi anni e che ora ritroviamo
radicate nella scelta fondamentale del Vangelo vissuto

sine glossa, sul quale le medesime Priorità
ritrovano la loro unità carismatica.
Il Capitolo generale ha voluto riproporre
ancora le Priorità in quanto «valori fondamentali»,
rivisitate sotto una duplice luce: da una parte come
dimensioni evangeliche del discepolo-missionario,
e dunque «in chiave di missione evangelizzatrice e
nella prospettiva di apertura al mondo» (Mandati
del Capitolo generale 1); dall’altra come impegno
e responsabilità di ciascuna Entità che deve
«trovare una propria metodologia o un processo
per studiare, approfondire e mettere in pratica le
Priorità» (Mandati del Capitolo generale 6).
Questo è il cammino concreto che il Capitolo
di Pentecoste 2009 ci ha indicato e che ciascun
Frate, ogni Fraternità ed Entità, sono chiamati a riprendere
e percorrere sin da adesso.
Ora ci preme sottolineare l’importanza
assoluta di entrare tutti nella dinamica della logica
del dono per superare anzitutto ogni forma
di “immobilismo” spirituale e pastorale, per superare
qualsiasi tendenza o tentazione di “autoreferenzialità”
che chiude ogni orizzonte, in modo
da aprirsi, anche espropriandosi di tante forme di
indebita appropriazione, e andare ad «abitare le
frontiere» antropologiche e sociali, curare le ferite
provocate dalle «fessure di un mondo frammentato,
con un impegno di integrazione per superare
queste ed altre dicotomie, come cammino
di restituzione» (PdV 22). Riteniamo ugualmente
importante promuovere tra di noi una «sensibilità
sociale» (cfr. PdV 29-30) ed avviarci tutti verso
una nuova «evangelizzazione condivisa» promuovendo
«la condivisione della nostra missione
con i laici» nostri fratelli (cfr. PdV 25-27).
Noi, nuovo Definitorio generale, prenderemo
il nostro tempo nella seconda metà di settembre
fino alla prima settimana di ottobre per fare insieme
una riflessione approfondita sul documento del
Capitolo generale. Continueremo nei mesi successivi
e verso Natale pensiamo di fare conoscere a
tutti voi il frutto delle nostre riflessioni e le deci

sioni che lo Spirito ci suggerirà per l’animazione
dell’Ordine e la attuazione dei Mandati capitolari.
In questo primo messaggio abbiamo voluto
semplicemente riportare noi e voi al contenuto essenziale
della nostra Regola, il Vangelo, che poi è
la Persona stessa di Gesù, che abbiamo promesso di
“seguire” più che di “imitare” , per renderlo vivo e
visibile agli uomini di oggi.
Il modo migliore per onorare e celebrare san
Francesco è quello di rivivere fedelmente l’eredità
che ci ha lasciato: ascoltare e accogliere in noi il

Vangelo di Gesù, viverlo con autenticità e totalità
di adesione, restituirlo agli uomini e alle donne di
oggi, «camminando per le strade del mondo come
Frati Minori evangelizzatori con il cuore rivolto al
Signore» (PdV 10).
Buona festa del nostro Padre san Francesco,
al quale chiediamo che ci benedica come suoi figli
e ci accompagni sul cammino del Vangelo.


I vostri fratelli del Definitorio generale:

Fr. José Rodríguez Carballo ofm (Min. gen.)
Fr. Michael Anthony Perry, ofm (Vic. gen.)
Fr. Vincenzo Brocanelli, ofm (Def. gen.)
Fr. Vicente-Emilio Felipe Tapia, ofm (Def. gen.)
Fr. Nestor Inácio Schwerz, ofm (Def. gen.)
Fr. Francis William Walter, ofm (Def. gen.)
Fr. Roger Marchal, ofm (Def. gen.)
Fr. Ernest Karol Siekierka, ofm (Def. gen.)
Fr. Paskalis Bruno Syukur, ofm (Def. gen.)
Fr. Julio César Bunader, ofm (Def. gen.)
Fr. Vincent Mduduzi Zungu, ofm (Def. gen.)


Roma, 17 settembre 2009
Festa delle Stigmate di san Francesco
Prot.100238


fonte:www.ofm.org


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18 SETTEMBRE

SAN GIUSEPPE DA COPERTINO





La santità non è nei fenomeni mistici.

"Vi è un'opinione troppo diffusa e accettata, forse a causa dei trattati di mistica moderni e del modo di scrivere la vita dei santi. Ci si è abituati a vedere la santità in manifestazioni straordinarie, che talvolta la caratterizzano o nei modi dei quali Dio si vale per prepararla, accrescerla, manifestarla, quando gli piace, modi che non sono la santità, né la sua essenziale manifestazione.

Anche quando la causa di tali manifestazioni è divina, non bisogna darci soverchia importanza, dato che non potrebbero rivelare la profondità e il valore reale dell'azione divina, che, generalmente, tanto più è intensa quanto meno si tradisce all'esterno.

Quando si leggono le vite dei Padri e dei grandi contemplativi dell'antichità, si resta colpiti dal silenzio quasi completo, che essi mantengono circa gli effetti esteriori della contemplazione soprannaturale... Per essi l'unione con Dio, la vera santità consiste nella pratica eroica delle virtù teologali e cardinali...

I Santi sono uomini come gli altri, che hanno però preso sul serio le condizioni della loro creazione e il fine che Dio si è proposto nel crearli" (M.me Cecile Bruyère, La vie spirituelle et l'oraison, Mame, 1950, p. 42, 338).



Scopo dei privilegi.

Tuttavia accade che Dio conceda, a qualcuno dei suoi servi, privilegi che non sono per necessità segno della santità, ma piuttosto ricompensa e che soprattutto sono utili nella Chiesa per la salvezza, la conversione, la santificazione delle anime, che con stupore li notano. Dio li concede quando crede e, quando crede, anche li toglie e il segno della sua azione divina sta piuttosto nell'umiltà, che sempre sa conservare colui che è oggetto della divina liberalità.



Privilegi di san Giuseppe.

Due privilegi sono stati concessi a san Giuseppe da Copertino e lo hanno reso celebre, ma gli hanno procurato ancor più sofferenze e umiliazioni: il dono di essere alzato da terra come per un'esplosione di amore di Dio, e quello di leggere nelle anime, come se fossero libri aperti davanti ai suoi occhi. Il povero e ignorante religioso aveva penato per farsi ammettere nell'Ordine dei Frati Minori, perché sembrava buono a nulla ed era stato ordinato sacerdote solo perché il vescovo, che aveva fiducia in lui, non lo aveva sottoposto ad esame. Ma Dio voleva manifestare in questo ignorante, il quale aveva tanto mortificato la sua carne e subito tante umiliazioni e obbrobri, i privilegi che le nostre anime e i nostri corpi avranno dopo la risurrezione. I corpi risuscitati possono spostarsi da un luogo all'altro con grande rapidità, elevarsi verso Dio, senza peso o ostacoli e le anime potranno leggere nelle altre anime ciò che la grazia del Signore vi avrà deposto, dal giorno del battesimo fino alla glorificazione.



VITA. - Giuseppe nacque il 17 giugno 1603 a Copertino, nel regno di Napoli. Era di famiglia tanto povera che la madre lo mise al mondo in una stalla, ma gli diede una educazione piissima e severa. Già nell'infanzia la sua preghiera era così fervorosa e costante che parve non capire altro e non occuparsi d'altro che di Dio. Entrò a 17 anni nell'Ordine dei Minori Conventuali, ma fu necessario dimetterlo, perché, se erano notati i suoi rapimenti come le sue virtù, non erano meno notate le sue incapacità a qualsiasi lavoro e inoltre era sempre fuori della regola. Però i Conventuali ci ripensarono ed egli entrò nel noviziato e fu anche ordinato sacerdote, nonostante l'ignoranza della scolastica. I superiori lo designarono alla predicazione e tosto il suo linguaggio, semplice e infiammato, convertì molti peccatori. Le sue estasi, la sua vita tra cielo e terra, il dono di leggere nelle anime, gli valsero grande celebrità e molte persecuzioni e fu denunciato alla Inquisizione. L'Inquisizione riconobbe la sua virtù, ma ordinò che, per prudenza, fosse tenuto fisso in un convento dell'Ordine. Felice di tale decisione, passò gli ultimi anni della sua vita nella preghiera e nel silenzio. Morì a Osimo, presso Loreto, nel 1663; fu beatificato nel 1753 da Benedetto XIV e canonizzato da Clemente XIII nel 1767.



Preghiera.

Lodiamo Dio per i doni prodigiosi che ti ha fatto, o Giuseppe, ma le tue virtù sono doni più grandi. Senza di queste, quelli sarebbero stati sospetti per la Chiesa tanto più circospetta perché da tanto tempo il mondo applaudiva e ammirava. Obbedienza, pazienza, carità, crescendo in mezzo alle prove, posero in te il segno dell'autenticità divina incontestabile ai fatti straordinari, che il nemico può scimmiescamente contraffare. Satana può portare Simone in alto, ma non sa fare umile un uomo. Degno figlio del serafico d'Assisi, fa' che noi possiamo, sulle tue orme volare non nell'aria, ma nelle regioni della luce vera, lontani dalla terra e dalle passioni, la nostra vita possa essere, come la tua, nascosta in Dio (Colletta e Antifona propria della festa; Col 3,3).



da: dom Prosper Guéranger, L'anno liturgico. - II. Tempo Pasquale e dopo la Pentecoste, trad. it. L. Roberti, P. Graziani e P. Suffia, Alba, 1959, p. 1092-1093


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17.09.2009 @ 22:57

Sono stato crocifisso con Cristo

Sono stato crocifisso con Cristo
José Rodríguez Carballo, OFM Ministro generale
Monte Verna 17 Settembre 2009 - Gal 6, 14-18; Lc 9,23-26


Cari fratelli e sorelle, cari pellegrini, «La grazia del Signore nostro Gesù Cristo sia con il vostro spirito. Amen» (Gal 6,18).

Con il cuore ricolmo di commozione, anche quest’anno, siamo saliti su questo santo monte, toccato dal dito dell’Onnipotente e segnato dalla presenza del Poverello, per incontrarci con “il crocifisso della Verna”, con Francesco d’Assisi, l’alter Christus, nel cui corpo il Signore, due anni prima della sua morte, volle imprimere le stimmate della sua passione, per infiammare il nostro spirito con il fuoco del suo amore (cf Colletta), e attraverso Francesco, incontrarci con colui che lui stesso canta come l’«altissimo, onnipotente, bon Signore» (Cant 1).

Francesco, che fin dalla sua conversione nutrì una profonda e tenera devozione a Cristo crocifisso, desiderò ardentemente configurarsi a Lui «nelle sofferenze e nei dolori della passione» (LegM XIII, 2). E qui, a poca distanza da dove ci troviamo, «un mattino, all’appressarsi della festa dell’Esaltazione della Santa Croce», l’«amico di Cristo», come lo chiama san Bonaventura, venne «trasformato tutto nel ritratto visibile di Cristo crocifisso, non mediante il martirio della carne, ma mediante l’incendio dello spirito», portando nelle mani, nei piedi e nel costato le stigmate di Gesù, «come quelle che poco prima aveva osservato nell’immagine dell’uomo crocifisso (LegM XIII, 3).

È così che Francesco si trasforma nell’immagine del Crocifisso e da vero amante si configura interamente a Lui. Da questo momento potrà davvero far sue le parole di Paolo: «sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me» (Gal 2,20); e anche quelle che abbiamo ascoltato nella la prima lettura: «Quanto a me invece non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo, per mezzo della quale il mondo per me è stato crocifisso, come io per il mondo … D’ora innanzi nessuno mi procuri fastidi: difatti io porto le stigmate di Gesù nel mio corpo (Gal 6,14.17).

Francesco sta vivendo forse il momento peggiore della sua vita. Una delle sue biografie, lo Specchio di perfezione, parla di tentazioni, tribolazioni e sofferenze (cf Sp 99). Francesco soffre nel suo corpo, pieno di malattie, ma soffre in particolare nello spirito: i suoi, quelli che ha sempre accolto come un dono di Dio – «il Signore mi diede dei fratelli», dice nel suo Testamento (14) – sono quelli che ormai non lo ritengono più necessario e rifiutano i suoi insegnamenti perché sembrano troppo radicali. La sua vita, umanamente parlando, gli si presenta come una frustrazione. E in questa situazione, come reagisce Francesco?

Guardiamo alle Lodi di Dio Altissimo che Francesco ha composto qui alla Verna proprio dopo lo stigmatizzazione. Nel mezzo della grande notte oscura che sta attraversando, il Poverello scopre che il Signore è tutto: «il bene, ogni bene, il sommo bene» (LodAl 3). Nel mezzo della tempesta interiore l’assisiense comincia a cantare: Tu sei sapienza, umiltà, pazienza, bellezza, mansuetudine, sicurezza, quiete, gioia, speranza e letizia, giustizia, temperanza e tutta la nostra ricchezza a sufficienza (cf LodAl, 4s). E quando tutti i sostegni umani vengono meno, Francesco dice: Tu sei bellezza, protettore, custode e difensore, Tu sei refrigerio, Tu sei tutta la nostra dolcezza (cf LodAl 6s). Francesco ha finalmente capito che la vera felicità, la vera gioia, non nasce dall’autorealizzazione, dalle risposte gratificanti che gli altri possono dare, ma dall’adempimento del progetto del Signore. Se le stigmate sono la risposta del Signore all’autenticità di Francesco, «alla [sua] ricerca del volere di Dio, a cui bramava con sommo ardore di conformarsi in tutto e per tutto», come afferma il Dottore Serafico (LegM XIII, 1), le Lodi di Dio Altissimo sono la risposta credente di Francesco che sperimenta nella propria carne che cosa significa rinnegare se stessi, prendere la propria croce ogni giorno e seguire Gesù, come è detto nel Vangelo che abbiamo ascoltato (cf Lc 9,23). Se Gesù stesso ha sofferto tentazioni, tribolazioni, afflizioni, e aveva provato nella sua carne il prezzo del tradimento di uno dei suoi amici, che cosa poteva aspettarsi Francesco volendo seguire le sue orme? Finalmente Francesco può dire: «per me il vivere è Cristo» (Fil 1, 21). Vivere come Gesù, seguire le sue orme, vivere di Cristo: questo è ormai il solo progetto esistenziale di Francesco. Essere tutto per Colui che è il tutto.

Cari fratelli e amici, la nostra salita sul monte della Verna non può lasciarci indifferenti al messaggio che gridano queste rocce. Esse ci parlano di amore e passione. Amore di Gesù per l’umanità: «Avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine» (Gv 13,1). Amore di un uomo, Francesco d’Assisi, per il Dio vivo e vero; amore che lo ha portato a configurarsi in tutto al volto visibile di Dio, al Crocifisso, diventando «di lui vero amante e imitatore», come lo ha definito sorella Chiara (TestsC 5). Ma questo monte ci parla anche della necessità di tornare ai fratelli, anche a quelli che ci fanno soffrire, per condividere con loro ciò che il Signore opera in ciascuno. Francesco, stando alle fonti biografiche, soffriva intensamente perché i fratelli non comprendevano la sua situazione e perché lui non poteva mostrare loro la gioia che era nel suo cuore. D’altra parte non tiene per sé il dono ricevuto, lo condivide scendendo dalla montagna e portando a tutti l’immagine del Cristo crocifisso (cf LegM 5).

Alla luce di questa esperienza veramente mistica di Francesco due sono gli inviti molto concreti che ci rivolge oggi lo stigmatizzato della Verna: configurarci all’amore che ci ha amati per primo (cf 1Gv 4,19); essere per i nostri fratelli immagini viventi di Cristo e del suo amore per l’umanità, in particolare quella sofferente.

Amici e fratelli, noi, che siamo stati toccati dall’amore di Cristo, che siamo stati chiamati ad essere discepoli e a seguirlo nel Vangelo, conosciamo il percorso per rispondere a questo amore e a questa vocazione: rinnegare noi stessi e prendere la croce ogni giorno. Il programma di viaggio non è facile, ma Francesco ci grida: non abbiate paura, nulla è impossibile perché il Signore è la nostra forza.

Francesco, vieni, torna tra noi, abbiamo bisogno di te, perché tu ci dica che la gioia vera non sta nella sapienza umana, nelle ricchezze, nelle ricompense che ci vengono dagli uomini, ma nell’essere fedeli al progetto del Signore.

Francesco, vieni, torna tra noi, abbiamo bisogno di te, per imparare che per seguire Gesù vi è un solo percorso: quello seguito anche da Lui, fatto di espropriazione e di rinnegamento di sé.

Francesco, vieni, torna tra noi, abbiamo bisogno di te, perché tu ci dica come amare coloro che ci fanno soffrire e come fare perché l’Amore sia ogni giorno un po’ più amato; per convertirci, anche noi, in amici di Cristo, in veri suoi amanti e imitatori.

Vieni, Frate Francesco. Abbiamo bisogno di te…

 

 


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1.09.2009 @ 23:33

Nuovo Vescovo francescano in Egitto

Fr. Adel Zaki Stafanos, OFM, nominato Vescovo
Città del Vaticano, 1 settembre 2009

Fr. Adel Zaki Stafanos, OFM, della Prov. della S. Famiglia (Egitto) è stato nominato da Benedetto XVI Vicario Apostolico di Alessandria di Egitto (Egitto), assegnandogli la sede titolare vescovile di Flumenzer.


Fr. Adel Zaki è nato il 1° dicembre 1947 a Luxor. Nel 1959 ha frequentato il Collegio Serafico di Assiut; nel 1963 è entrato nel Seminario dei Frati Minori di Guizeh. Ha iniziato il Noviziato il 30 settembre 1968 ed ha emesso la professione temporanea il 1 ottobre 1969. Dopo aver conseguito il Baccalaureato in Teologia, il 10 settembre 1972 ha emesso i voti perpetui. Il 24 settembre 1972 è stato ordinato sacerdote al Cairo. Nel 1973 si è iscritto all’Università St. Joseph dei Padri Gesuiti, a Beirut, dove nel 1975 ha conseguito la Licenza in Teologia Dogmatica. Dal 1975 al 1989 ha esercitato il suo apostolato presso le parrocchie di Assiut, El-Tawirat e a Nag-Hammadi; si è occupato della pastorale giovanile ed è stato direttore scolastico. Dal 1989 al 1998 è stato Ministro provinciale, con residenza al Daher (Cairo). Dal 1998 è stato Parroco a Boulacco (Cairo). È stato Segretario dell’Assemblea dei Gerarchi Cattolici in Egitto. Parla l’arabo e l’italiano, conosce il latino e comprende il francese ed anche l’inglese.

 

 


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Francesco, mediante le sacre Stimmate, prese l’immagine del Crocifisso

Dalla «Legenda minor» di san Bonaventura


Francesco, servo fedele e ministro di Cristo, due anni prima di rendere a Dio il suo spirito, si ritirò in un luogo alto e solitario, chiamato monte della Verna, per farvi una quaresima in onore di san Michele Arcangelo. Fin dal principio, sentì con molta più abbondanza del solito la dolcezza della contemplazione delle cose divine e, infiammato maggiormente di desideri celesti, si sentì favorito sempre più di ispirazioni dall’alto.

 



Un mattino, verso la festa dell’Esaltazione della santa Croce; raccolto in preghiera sulla sommità del monte, mentre era trasportato in Dio da ardori serafici, vide la figura di un Serafino discendente dal cielo. Aveva sei ali risplendenti e fiammanti. Con volo velocissimo giunse e si fermò, sollevato da terra, vicino all’uomo di Dio. Apparve allora non solo alato ma anche crocifisso.
A questa vista Francesco fu ripieno di stupore e nel suo animo c’erano, al tempo stesso, dolore e gaudio. Provava una letizia sovrabbondante vedendo Cristo in aspetto benigno, apparirgli in modo tanto ammirabile quanto affettuoso ma al mirarlo così confitto alla croce, la sua anima era ferita da una spada di compaziente dolore.
Dopo un arcano e intimo colloquio, quando la visione disparve, lasciò nella sua anima un ardore serafico e, nello stesso tempo, lasciò nella sua carne i segni esterni della passione, come se fossero stati impressi dei sigilli sul corpo, reso tenero dalla forza fondente del fuoco.
Subito incominciarono ad apparire nelle sue mani e nei suoi piedi i segni dei chiodi; nell’incàvo delle mani e nella parte superiore dei piedi apparivano le capocchie, e dall’altra parte le punte. Il lato destro del corpo, come se fosse stato trafitto da un colpo di lancia, era solcato da una cicatrice rossa, che spesso emetteva sangue.
Dopo che l’uomo nuovo Francesco apparve insignito, mediante insolito e stupendo miracolo, delle sacre stimmate, discese dal monte. Privilegio mai concesso nei secoli passati, egli portava con sé l’immagine del Crocifisso, non scolpita da artista umano in tavole di pietra o di legno, ma tracciata nella sua carne dal dito del Dio vivente.

 

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VENERABILE Teresa Manganiello, l’«analfabeta sapiente» che ad Avellino fece fiorire il Terz’Ordine




I l decreto di ieri che ne riconosce le virtù eroiche la renderà venerabile. Teresa Manganiello nacque a Montefusco, in provincia di Avellino, il 1° gennaio 1849, undicesima di dodici figli, da genitori contadini. Ancora adolescente manifestò il desiderio di consacrare la sua vita al Signore, possibilità realizzata grazie alla presenza di padre Ludovico Acernese che istituì a Montefusco il Terz’Ordine Francescano proprio per rivitalizzare la vita cristiana. Teresa divenne la prima terziaria della località irpina e nel 1871 fece la professione dei voti prendendo il nome di sorella Maria Luisa.
Sebbene priva di istruzione, fu l’artefice dell’estensione del Movimento Terziario Francescano in Irpinia e nel Sannio. Veniva chiamata, con affetto, « analfabeta sapiente » per la dedizione con cui si prendeva cura delle necessità delle persone che incontrava. Nel 1873 si recò in udienza da papa Pio IX per presentare l’idea di una nuova comunità francescana. Il Pontefice la benedisse e la incoraggiò ad andare avanti; quando ormai veniva già considerata come la prima superiora della nuova Congregazione delle Suore Terziarie Francescane, la salute cominciò a declinare. Morì il 4 novembre 1876 a soli 27 anni; nel 1881 padre Ludovico Acernese fondò a Pietradefusi, sempre in provincia di Avellino, la congregazione delle Suore Francescane Immacolatine ispirate all’opera e alla dedizione di Teresa. Nel 1976 è stata aperta la causa per la sua beatificazione; il processo diocesano si è chiuso nel 1991 e gli atti sono stati approvati dalla Santa Sede il 12 dicembre 1992. ( F. Mas.)


Fonte:Avvenire

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Promulgati dal Papa i Decreti per la Canonizzazione di una nuova Santa e per la Beatificazione del cardinale Newman e di numerosi martiri



La Chiesa avrà presto una nuova Santa e diversi nuovi Beati. Nel ricevere questa mattina in udienza il prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, l’arcivescovo Angelo Amato, Benedetto XVI ha autorizzato la promulgazione dei Decreti riguardanti il miracolo della Beata spagnola, Candida Maria di Gesù Cipitria y Barriola, fondatrice delle Figlie di Gesù, spentasi Salamanca, in Spagna, il 9 agosto 1912 all’età di 67 anni. I Decreti promulgati oggi riconoscono inoltre i miracoli per tre Servi di Dio, tra i quali quello attribuito all'intercessione del cardinale inglese Giovanni Enrico Newman, fondatore degli Oratori di San Filippo Neri, che si convertì dall'anglicanesimo al cattolicesimo.

I Decreti risonoscono inoltre il martirio di un vescovo ungherese, mons. Zoltan Ludovico Meszlény, ucciso dalla repressione comunista nel 1951, di un sacerdote tedesco, Giorgio Häfner, morto nel campo di concentramento di Dachau, nel 1942, e di un sacerdote spagnolo, Giuseppe Samsó y Elías, e di un altro gruppo di religiosi della Congregazione dei Sacri Cuori, tutti uccisi nel 1936 a causa delle persecuzioni patite dalla Chiesa durante la Guerra civile. Infine, i Decreti riconoscono le virtù eroiche di due fondatrici di Istituti religiosi - Anna Maria Janer Anglarill e Maria Serafina del Sacro Cuore di Gesù - di un sacerdote della Congregazione dei Missionari di Marianhill, Englemar Unzeitig, e di una giovane laica terziaria francescana, vissuta nella seconda metà dell’Ottocento, Teresa Manganiello.




Fonte:www.radiovaticana.org

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Capitulum generale Ordinis fratrum minorum

S. Mariae Angelorum 2009



Introduzione alla Lectio del 1° giugno

Fr. Giacomo Bini ofm


Dalla Regola bollata (Cap 1)

Nel nome del Signore incomincia la vita dei frati minori

La regola e la vita dei frati minori è questa, cioè osservare il santo Vangelo del Signore nostro Gesù Cristo, vivendo in obbedienza, senza nulla di proprio e in castità.

Frate Francesco promette obbedienza e ossequio al signor papa Onorio e ai suoi successori canonicamente eletti e alla Chiesa romana. E gli altri frati siano tenuti a obbedire a frate Francesco e ai suoi successori.


REGOLA DEI FRATI MINORI (Cap.1).


Francesco era zelantissimo per la vita comune e la Regola, e lasciò una particolare benedizione a quanti ne desideravano ardentemente l'osservanza.

Questa, ripeteva, è il libro della vita, speranza di salvezza, midollo del Vangelo, via della perfezione, chiave del Paradiso, patto di eterna alleanza. Voleva che tutti ne avessero il testo e la conoscessero molto bene, e ne facessero sempre oggetto di meditazione con l'uomo interiore, come sprone contro l'indolenza ed a memoria delle promesse giurate.

Insegnò ad averla sempre davanti agli occhi, come richiamo alla propria condotta, e, ciò che più importa, a morire con essa” (2Cel 208).


La vita dei Frati Minori inizia nel nome del Signore, consiste nel vivere il Vangelo come “forma vitae”, come Regola; siamo liberi da ogni dipendenza e radicalmente espropriati (voti), per appartenere esclusivamente al Signore, nella Chiesa e con la Chiesa.


La vita. La Regola nasce dunque dalla vita e si accompagnerà alla vita; non è solo un documento giuridico, né dovrà contrapporsi alla vita o escluderla, ma armonizzarsi con essa: l’una ha bisogno dell’altra; ma la priorità spetta alla vita. Trattandosi di vita evangelica, il vino nuovo dovrà periodicamente far scoppiare gli otri vecchi nei quali siamo talvolta tentati di travasarlo.


Frati Minori. Si tratta della vita evangelica, definita da Francesco con due termini che sono già un programma ben delineato: come “fratelli” e come “minori”! La Fraternità, come elemento essenziale (e non opzionale) dovrà accompagnare sempre la vocazione e la missione dei Frati. Siamo chiamati a vivere il Vangelo in fraternità, qualificata dalla “minorità”, situandoci tra gli ultimi, come ha fatto Gesù, facendo della propria vita un servizio, un dono gratuito, umile e universale. Il vivere dunque da poveri, per i poveri, con i poveri e come i poveri: è il nostro stato di vita, al quale siamo chiamati.


Inizio... Questa “avventura” inizia perché chiamati dal Signore e con gli occhi e il cuore orientati verso il Vangelo. E siccome la distanza tra il nostro comportamento quotidiano e il Vangelo è incolmabile, siamo invitati a ricominciare continuamente. E’ stata questa la raccomandazione di Francesco ai frati alla fine della sua vita.(cfr 1Cel 103).


Nel nome del Signore. Tutto viene da Lui: la vita, il coraggio di iniziare a camminare con Lui, il lavorare per la riconciliazione in vista di una fraternità sempre più universale perché tutti siamo figli dello stesso Padre, chiamati a metterci a servizio di tutti. Tutto è dono suo; abbiamo dunque la responsabilità di far “circolare” questo amore e farlo fruttificare,per restituirglielo senza appropriarci di nulla. La nostra vita dovrà essere una risposta a questo amore gratuito che si caratterizza per una “stabilità” nella fede e in ciò che “abbiamo fermamente promesso”(Rb 12).


Vivere il Vangelo. E’ il centro di tutto. Vivere il Vangelo nel suo insieme, ciò che Gesù ha detto e ciò che Gesù ha fatto, “sine glossa”, senza rimandi e senza ritocchi, soprattutto senza annacquarlo né strumentalizzarlo; vivere ancorati al Vangelo in un’attitudine contemplative e obbediente. E’ su questo “centro” che costruiremo la nostra vocazione, la nostra missione, la nostra identità, una identità “in via”, sempre in divenire e sempre confrontata con la Parola, e sempre “da ristrutturare”.


La Regola. La Regola è la “forma di vita evangelica”; è il Vangelo che prende “forma” nella misura in cui la nostra esistenza quotidiana si propone di “seguire le orme, l’umiltà, la povertà e gli insegnamenti del S. Vangelo”. “Seguire” significa che siamo disposti sempre a lasciare tutto per ancorarci all’unica sicurezza che è Gesù. La nostra vita sarà sempre un’itineranza evangelica, in fraternità e minorità, ispirata al Vangelo, modellata sul Vangelo e “ri-formata” sul Vangelo. La Regola e le Costituzioni dovranno sempre rimandare, guidare e orientare verso il Vangelo.


Nella Chiesa e con la Chiesa. Questa avventura evangelica ha sempre bisogno di mediazioni concrete: di una Fraternità organizzata e soprattutto della Chiesa. Queste mediazioni ci aiutano a non cadere in “personalismi pseudo-profetici” devianti, o in interpretazioni troppo soggettive della nostra “forma vitae”. Contemporaneamente tutte le mediazioni vanno sempre riferite al Vangelo, nostra fonte di ispirazione; vanno purificate e orientate secondo la radicalità evangelica alla quale siamo chiamati e ci siamo impegnati nella professione.

E’ molto significativo quanto avvenne al Capitolo delle stuoie, ed è narrato dallo Specchio di Perfezione. Alcuni frati,”sapienti e istruiti”, fecero pressione sul cardinale Ugolino perché Francesco si lasciasse convincere a dar loro una Regola sullo stile di quelle già esistenti, “al fine di condurre una vita religiosa ben ordinata”.

Francesco, a queste insinuazioni, senza dilungarsi in troppe spiegazioni, “prese per mano (il Cardinale) e lo condusse tra i frati riuniti a Capitolo, e così parlò ad essi in fervore e forza di Spirito Santo: Fratelli miei, fratelli miei! Il Signore mi ha chiamato per la via della semplicità e dell’umiltà, e questa via mostrò a me nella verità per me e per quelli che intendono credermi e imitarmi. Di conseguenza non voglio che mi nominiate nessuna Regola né di S. Benedetto, né di S. Agostino, né di S. Bernardo, né alcun’altra via e forma di vita, se non quella che dal Signore mi è stata misericordiosamente mostrata e donata. Il Signore mi ha detto che dovevo essere come un novello pazzo in questo mondo, e non ci ha voluto condurre per altra via che quella di questa scienza... Dio vi confonderà per mezzo della vostra scienza e sapienza” (Spec 68).

In questo testo Francesco ristabilisce chiaramente la gerarchia dei valori di fronte alla tentazione, sempre presente nella storia, del potere, dell’apparenza, dell’efficienza, del numero... Tutte le mediazioni umane che contano e che nella logica del mondo tendono a farsi valere vanno purificate e sottomesse alla logica del Vangelo, alla sequela di Gesù umile e povero. Questa tensione non va esasperata, ma riconciliata. Francesco non vuol separarsi dai Fratelli e lo dice chiaramente al Capitolo; non vuol separarsi dalla Chiesa e prende per mano il Cardinale (la Chiesa!) per riportare tutto e tutti verso la priorità del Vangelo, su cui anche la Chiesa deve sempre confrontarsi; e questo anche con l’aiuto dei Frati Minori! Si tratta della dimensione provocativa e profetica tipica della vita religiosa, tipica della nostra vita.

 

 


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Omelia veglia di Pentecoste Capitolo generale ofm

S. Maria degli Angeli sabato 30 maggio 2009




Con stupore siamo entrati in questa celebrazione, supplicando con forza : “ Veni Creator Spiritus”. È la Pentecoste! Oggi celebriamo la discesa dello Spirito vivificante, oggi lo Spirito Santo è effuso su tutta la terra, su ogni uomo. In questa santa notte, come abbiamo pregato all’inizio della Veglia: “ si rinnova il prodigio della Pentecoste”. Eccoci allora a celebrare il mistero nella contemplazione della luce, nell’ascolto della Parola, nella silenziosa adorazione eucaristica, compiendo tutto questo insieme con Maria, la Vergine degli Angeli, la Sposa dello Spirito Santo, colei che ancora una volta accompagna i discepoli del suo Figlio e prega insieme con loro in ardente attesa del dono dello Spirito.


Abbiamo iniziato la nostra celebrazione con il simbolo della luce cantando. “ Accende lumen sensibus, infonde amorem cordibus”. Nella sacre Scritture lo Spirito Santo non proclama mai il proprio nome, ma sempre quello del Padre o del Figlio. Non ci insegna a dire: Ruach, che è il suo nome, ma Abbà, cioè Padre, e Maranatha. Cioè Signore Gesù! Lo Spirito si rivela rivelando altre persone. Sconosciuto, egli è colui che fa conoscere ogni cosa. Lo Spirito Santo dunque è luce; luce nel senso che illumina le cose, rimanendo essa stessa nascosta. Ma è proprio così facendo che egli si dà a conoscere per quello che è. San Basilio Magno lo spiega in base alla profonda osservazione che ciò che è causa del vedere, è visto insieme a ciò che si vede. Mostrandoci il Figlio – che è l’immagine di Dio e lo splendore della sua gloria – il Paraclito rivela se stesso ( Basilio Magno, Sullo Spirito Santo, XVI 64 PG 32,185 ). L’illuminazione dello Spirito allora ci permette, anche questa sera di fare esperienza viva di Cristo, luce da luce, splendore della gloria del Padre ( cf. preghiera iniziale ), e di accogliere insieme al Padre e al Figlio il medesimo e vivificante Spirito. L’illuminazione dello Spirito ci permette dunque di fare esperienza viva del Dio Uno e Trino.


Ed è sotto questa luce che noi abbiamo ascoltato e accolto nel rendimento di grazie la Parola di Dio che abbiamo proclamato. Una parola che illumina ancora una volta la nostra vita e ci aiuta ad entrare nella profondità del mistero che con tutta la Chiesa celebriamo, facendoci comprendere che cosa lo Spirito Santo opera nella vita del mondo e dei credenti. Ripercorriamo brevemente i testi proclamati.


Il giorno di Babele segnò per gli uomini la sciagura della divisione per incomunicabilità Il giorno di Pentecoste restaura la gioiosa possibilità del dialogo ritrovato per la potenza redentrice del sacrificio di Gesù. Egli morì non per una nazione, ma per radunare tutti i figli di Dio dispersi. Così, come abbiamo pregato, la terra può diventare una solo famiglia e ogni lingua può proclamare che Gesù è il Signore ( cf. orazione alla prima lettura ). Accogliendo il dono dello Spirito siamo dunque chiamati a diventare strumenti e segni di unità.


Ai piedi del Sinai, Dio si sceglie un popolo. Egli fa sempre le sue scelte. Ha preferito i poveri per parlare del suo amore; ha scelto dei discepoli per farli testimoni della risurrezione. Ma, a sua volta, anche l’eletto da Dio è costretto a fare delle scelte: gli avvenimenti di cui è testimone non sono semplici fatti di cronaca: lo impegnano direttamente. Chi è stato liberato, si sente chiamato a sua volta a un’opera di liberazione. Il fuoco del Sinai è lo stesso fuoco del Cenacolo. Nasce un nuovo popolo chiamato a far conoscere la salvezza e la liberazione che Cristo ha portato. Ecco chi diventiamo accogliendo il dono dello Spirito.



Lo Spirito che noi invochiamo, perché scenda ancora abbondante su tutti noi, è lo Spirito del Signore che dona vita. La visione di Ezechiele è molto eloquente a tal proposito. Il deserto delle ossa aride e secche, vivificate dalla Parola di Dio e dallo Spirito, diventa il simbolo di Israele senza speranza, a cui Dio promette sopravvivenza e liberazione. La vita nuova che lo Spirito Santo dona continuamente alla sua Chiesa è la continua risurrezione che trasforma la nostra vita e ci rende capaci di speranza dentro le diverse situazione di morte.


A Gerusalemme il giorno di Pentecoste i discepoli annunziavano in varie lingue le grandi opere di Dio e tutti comprendevano il messaggio di salvezza. Si compiva quello che il profeta Gioele predisse: un popolo intero è capace di profetizzare. Lo Spirito ci rende testimoni e profeti.


Ecco cosa compie in noi lo Spirito Santo, portando a compimento tutta la storia della salvezza. Lo Spirito Santo, come afferma la quarta preghiera eucaristica, è infatti colui che ci aiuta a non vivere più per noi stessi e a perfezione l’opera di Dio nel mondo compiendo ogni santificazione. L’apostolo Paolo ci ha ricordato poi che lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza. È lui che prega in noi, è lui che ci fa comprendere i misteri del regno di Dio, è lui che ci fa entrare nell’intimità di Dio.


Raccogliamo il grido di Gesù che forte risuona questa sera anche per noi: “ Chi ha sete venga a me e beva, chi crede in me. Come dice la Scrittura: dal suo seno sgorgheranno fiumi d’acqua viva”. È il richiamo a dissetarci a quell’acqua zampillante che è lo Spirito Santo, dono del Cristo Risorto. È in Cristo che la nostra vita ha senso e chi fa esperienza dello Spirito, cioè di quest’acqua viva, di questa sorgente che zampilla per la vita eterna, incontra il Cristo ed è anche chiamato a far conoscre agli altri, che solo Cristo è l’amore gratuito, che sazia il cuore dell’uomo. Quando nel cuore dell’uomo alberga lo Spirito Santo, quando egli prende dimora dentro di noi, la vita cambia. Cambia la nostra mentalità, il nostro modo di pensare ed agire: non viviamo più per noi stessi, ma viviamo nel dono e nel perdono. Viviamo da Risorti. Così la Pasqua si compie nella nostra vita e non solo nel tempo liturgico.


Attuali più che mai mi sembrano le parole di papa Paolo VI che in una udienza del 29 novembre 1972 diceva: “ Quale bisogno avvertiamo, primo e ultimo, per questa nostra Chiesa benedetta, quale?”, E potremmo aggiungere noi frati minori qui radunati alla Porziuncola per il Capitolo generale, “ Quale bisogno avvertiamo per la nostra fraternità universale?”. Paolo VI rispondeva e diceva anche per noi: “ Avvertiamo il bisogno dello Spirito, lo Spirito Santo, animatore e santificatore della Chiesa, suo respiro divino, il vento delle sue vele, suo principio unificatore, sua sorgente interiore di luce e di forza, suo sostegno e sua consolatore, sua sorgente di carismi e di canti, sua pace e suo gaudio….La Chiesa ha bisogno della sua perenne Pentecoste; ha bisogno di fuoco nel cuore, di parola sulle labbra, di profezia nello sguardo…..Ha bisogno la Chiesa di sentir fluire per tutte le sue umane facoltà l’onda dell’amore, di quell’amore che si chiama carità, e che appunto è diffusa nei nostri cuori proprio dallo Spirito Santo”.


Forse è proprio per questo che Francesco voleva che i suoi frati si radunassero a Capitolo nel tempo di Pentecoste. Forse è proprio questo che intendeva quando affermava che il ministro generale dell’Ordine è lo Spirito Santo. Forse è proprio questo che voleva e vuole dai suoi frati e cioè che “ facciano attenzione che sopra ogni cosa devono desiderare di avere lo Spirito del Signore e la sua santa operazione” ( Rb X, 8 ).


Alla vergine Maria che Francesco invoca e saluta con i titoli di “ Figlia e ancella dell’altissimo sommo Re, il Padre celeste, madre del santissimo Signore nostro Gesù Cristo, sposa dello Spirito Santo” ( Antifona UffPass 2 ) affidiamo la nostra vita e la comprensione di quanto lo Spirito dice oggi alla sua Chiesa, a tutto il nostro Ordine e a ciascuno di noi. “ Chi ha orecchi ascolti ciò che lo Spirito dice …” ( Ap 2,7b ) in questa sera di grazia.

 

F.Bravi



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Capitolo generale - Conferenza Stampa

Roma, 22 maggio 2009
I Francescani di oggi guardano al futuro… attraverso il Capitolo


Con questo incipit si è aperta la conferenza stampa di oggi, 22 maggio, presso la Sala “Duns Scoto” della Curia Generale dei Frati Minori, in Via S. Maria Mediatrice 25, a Roma. L’occasione è stata la presentazione dei lavori del 187° Capitolo generale dell’Ordine dei Frati minori, che si svolgerà ad Assisi, dal 24 maggio al 20 giugno prossimi.
Sono intervenuti Fr. José Rodriguez Carballo (Ministro Generale), Fr. Francesco Bravi (Vicario Generale) e Fr. Francesco Patton (Segretario del Capitolo).

Gli interventi dei relatori e le domande dei giornalisti presenti hanno riguardato soprattutto il tema del Capitolo “Verbum Domini nuntiantes in universo mundo” (Annunciatori della Parola del Signore in tutto il mondo) la situazione dell’Ordine oggi e l’agenda dei lavori capitolari. Uno dei momenti di maggior interesse si avrà certamente giovedì 4 giugno, quando i 152 delegati presenti sceglieranno il nuovo Ministro Generale dell’Ordine dei Frati Minori. Presiederà l’elezione il Delegato Pontificio, Sua Em.za Rev.ma il Cardinale
JOSÉ SARAIVA MARTINS C.M.F.

Fr. José Carballo ha sottolineato le “sfide missionarie” a cui il Capitolo vuole rispondere, in particolare quella della inculturazione, del rinnovamento del linguaggio, “più umile, più sapienziale e meno ampolloso”, accompagnato sempre da una coerente testimonianza di vita. “E’ un traguardo a cui non si è ancora giunto, ma a cui l’Ordine tende ancora oggi, dopo 800 anni”.

Oltre ai dati statistici, gli argomenti di maggior interesse per i giornalisti sono stati quelli relativi al dialogo interreligioso ed ecumenico, che i frati svolgono grazie alla larga presenza internazionale, e la “minorità“, come scelta degli ultimi, degli oppressi per essere solidali con loro e annunciare la speranza.

Al termine della conferenza, Fr. Carballo ha presentato la medaglia commemorativa degli 800 anni dell’Ordine francescano (1209-2009), spiegandone la simbologia: su un lato la colomba della Spirito Santo, “il vero Ministro generale” – secondo san Francesco; sull’altro la raffigurazione del Capitolo generale guidato dal Poverello di Assisi, che insegna ai frati la via per la propria conversione, indicando il volto del Crocifisso che gli parlò a San Damiano. Ciascuno dei presenti l’ha quindi ricevuta in ricordo della mattinata.

Per ogni ulteriore informazione rivolgersi a:

Fr. Mirko A. Sellitto
UFFICIO STAMPA
Cell.: (+39) 3385756921
Tel.: (+39) 075.80512260
Fax: (+39) 075.80512283
E-mail: press@ofm.org



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Triduo a San Lucchese

di Giovanna d'arco

30/04/2009 - 11:22

TRIDUO A S. LUCCHESE




PRIMO GIORNO


In Nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti.
- Amen.

Actiones nostras, quaesumus, Domine, aspirando praeveni et adiuvando
prosequere, ut cuncta nostra oratio et operatio a te semper incipiat et per
te coepta finiatur. Per Christum Dominum nostrum.
- Amen.

Inno

Iste confessor Domini, colentes,
Quem pie laudant populi per orbem,
Hac die laetus meruit beatas
Scandere sedes.
Qui pius, prudens, humilis, pudicus
Sobriam duxit sine labe vitam,
Donec humanos animavit aurae
Spiritus artus.
Cuius ob praestans meritum, frequenter
Aegra quae passim iacuere membra
Viribus morbi domitis, saluti
Restituuntur.
Noster hinc illi chorus obsequentem
Concinit laudem celebresque palmas,
Ut piis eius precibus iuvemur
Omne per aevum.
Sit salus illi, decus atque virtus,
Qui super coeli solio coruscans,
Totius mundi seriem gubernat
Trinus et Unus.

Fede di S. Lucchese

1. O Dio grande, potente e misericordioso, pei meriti della fede
profonda che nutrì il cuore del tuo fedele servo S. Lucchese e lo rese
invincibile a tutte le seduzioni della carne e del sangue, dà a noi poveri
peccatori il dono della fede, con la grazia grande di poterla confessare
davanti al mondo senza nessun timore né rispetto umano.
- Un Pater, Ave, Gloria.

2. O Redentore del mondo e nostro Signore Gesù Cristo, pei meriti di S.
Lucchese e della sua fede viva ed invitta, con cui debellò le varie
tentazioni del senso, concedi a noi tuoi figli, ricomprati a prezzo del tuo
sangue, il dono eccellentissimo della fede, senza la quale, se ci è pure
l’accompagnamento delle opere, potremo cantare vittoria su tutte le
battaglie dei nostri spirituali nemici. E così sia.
- Un Pater, Ave, Gloria.

3. O Spirito Consolatore e celeste Lume delle anime, pei meriti della
fede magnanima di S. Lucchese che rendesti faro di luce agli erranti,
sedenti in mezzo alle tenebre e all’ombra di morte, accorda a noi tuoi
poveri figli l’accrescimento della fede, in mezzo ad un secolo incredulo e
ribelle ai tuoi lumi ; affinchè, vivendo fermi ed incrollabili sullo scoglio
inconcusso della fede, meritiamo di essere coronati eternamente nel cielo,
come servi buoni e fedeli. E così sia.
- Un Pater, Ave, Gloria.

Responsorio

Quicumque optat prodigia
Tuas ad aras convolet,
Lucesi, qui beneficus
Solis instar es omnibus.
Protector o dulcissime,
Nos te precantes respice,
Et fac aeterni gaudii
Simus tecum participes.
Mors, ignis, pestis, flumina,
Morbi, procellae, daemones
Iussis tuis obtemperant
Dono superni Numinis.
Protector o dulcissime, ecc.
Gloria Patri, ecc.
Protector o dulcissime, ecc.
v.Ora pro nobis, beate Lucesi.

Oremus

Dives in misericordia Deus, qui B : Lucensium ad poenitentiam vocatum,
pietatis et misericordiae meritis clarescere voluisti ; da nobis, eius
intercessione et exemplo, dignos poenitentiae fructus facere, et
indulgentiam tuam pietatis et misericordiae operibus promereri.

Per Christum Dominum nostrum.
- Amen.

SECONDO GIORNO


In nomine Patris, ecc. - Actionas nostras, ecc. - Iste confessor, ecc.

Speranza di S. Lucchese

1. O Dio onnipotente ed eterno, prostrati ai tuoi piedi ed umilmente
adorandoti, pei meriti della speranza di S. Lucchese, ti supplichiamo a
concedere a noi servi tuoi il dono grande ed esimio di questa virtù ;
affinché in mezzo alle procelle di questo mare tempestoso della vita, ci
serviamo della speranza, come di un’ancora di fortezza, per non essere
travolti dalle onde furiose delle umane tentazioni. E così sia.
- Un Pater, Ave, Gloria.

2. O Redentore divino e Salvatore del mondo, noi figli del tuo Cuore
amorosissimo, ti supplichiamo che pei meriti del tuo buon servo ed amico S.
Lucchese e della sua speranza invincibile che l’animò nelle inevitabili
tristezze di quest’esilio, ci conceda questa virtù, la quale, in mezzo alle
prove amare della vita, ci renda lieti e sereni, aspettando imperterriti i
beni celesti. E così sia.
- Un Pater, Ave, Gloria.

3. O Spirito Santo , Vita intima delle anime nostre, noi tuoi miseri
servi ti preghiamo che, in grazia e pei meriti della speranza del tuo servo
S. Lucchese e di tutte le sue opere buone che sono un frutto di questa virtù
soprannaturale, comporti a noi tuoi umili figli con l’accrescimento di
questo dono tutte quelle grazie spirituali e temporali, che ci sono
necessarie per arrivare a salute. E così sia.
- Un Pater, Ave, Gloria.

Il resto come il primo giorno.

TERZO GIORNO

In nomine Patris, ecc. - Actiones nostras, ecc. - Iste confessor, ecc.

Carità di S. Lucchese.



1. O Padre eterno che ci hai creato a tua immagine e somiglianza, pei
meriti di S. Lucchese e della sua sviscerata carità, dai a noi tue umili
creature il dono eccellentissimo della carità , affinché amando te, solo
ed unico vero Dio sopra ogni cosa ed il nostro prossimo come noi stessi per
amor tuo, possiamo ottenere dalla tua infinita bontà e misericordia la
grazia grande di amarti e di goderti per sempre nel regno vero della pace. E
così sia.
- Un Pater, Ave, Gloria.

2. Eterno divin Figlio che, per l’amore infinito che ci hai portato da
tutta l’eternità, ci hai redento con lo sborso di tutto il tuo sangue, noi
ti scongiuriamo umilmente che, pei meriti della carità compassionevole del
tuo buon amico Lucchese e di tutte le sue opere buone, conceda a noi di
rivestirci sempre col manto di carità, procurando di essere benigni,
amorosi, pazienti, servizievoli, generosi, graziosi con tutti, anche con i
nostri nemici, a somiglianza del tuo Cuore dolce e mansueto con tutti. E
così sia.
- Un Pater, Ave, Gloria.

3. Eterno divino Spirito che sei la carità e infondi carità nei tuoi
eletti, noi ti preghiamo che, pei meriti delle insigni opere caritatevoli
esercitate in vita dal tuo servo S. Lucchese, conceda a noi, miserelli tuoi
servi, il dono della cristiana carità, e con questa virtù ci conceda ancora
tutte quelle grazie e favori che ci sono di bisogno per l’acquisto del
cielo. E così sia.
- Un Pater, Ave, Gloria.

Il resto come il primo giorno.

PREGHIERA A SAN LUCCHESE.


O inclito confessore di Cristo S. Lucchese, protettore speciale di
Poggibonsi, gloria della Valdelsa e primo fra i seguaci di San Francesco
d’Assisi nel suo Terz’Ordine, noi ti preghiamo a concederci la grazia di
potere imitare le tue grandi virtù, e segnatamente la carità verso il
prossimo bisognoso e sconsolato, ricordandoci in ogni tempo e in ogni luogo
che il prossimo, massimo se bisognoso e sconsolato, riveste la persona
augusta del nostro Signore Gesù Cristo, e quello che si fa ad esso, il
Signore lo prende come se fosse fatto a se stesso. Deh ! Fa’ nostro caro
avvocato, che noi siamo sempre saldi e costanti nell’esercizio ininterrotto
delle opere di carità, sapendo che Dio è carità e chi rimane nella carità
rimane in Dio e Dio rimane con lui. E, se Dio rimane con noi, chi ci potrà
impedire il cammino del bene? In esso vogliamo persistere irremovibili fino
alla morte. Ricoprici tu coi tuoi meriti e con la tua protezione. E così
sia.

GIACULATORIA A SAN LUCCHESE.

San Lucchese dal cuor dolce e pio,
Accetta questo cuore e dallo a Dio.
Accetta questo cuore e fammi tale,
Che faccia sempre il bene e fugga il male.



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il Papa ai francescani

di Giovanna d'arco

28/04/2009 - 10:58

18.04.2009 @ 16:17

Papa Benedetto XVI ai Francescani (Italiano)

UDIENZA AI MEMBRI DELLA FAMIGLIA FRANCESCANA
PARTECIPANTI AL “CAPITOLO DELLE STUOIE”
Alle ore 12.30 di questa mattina, nel cortile del Palazzo Apostolico di Castel Gandolfo, il Santo Padre Benedetto XVI riceve i Membri della Famiglia Francescana partecipanti al “Capitolo delle Stuoie”, iniziato ad Assisi il 15 aprile per concludersi oggi a Roma.




DISCORSO DEL SANTO PADRE
Cari fratelli e sorelle della Famiglia Francescana!

Con grande gioia do il benvenuto a tutti voi, in questa felice e storica ricorrenza che vi ha riuniti insieme: l’ottavo centenario dell’approvazione della “protoregola” di san Francesco da parte del Papa Innocenzo III. Sono passati ottocento anni, e quella dozzina di Frati è diventata una moltitudine, disseminata in ogni parte del mondo e oggi qui, da voi, degnamente rappresentata. Nei giorni scorsi vi siete dati appuntamento ad Assisi per quello che avete voluto chiamare “Capitolo delle Stuoie”, per rievocare le vostre origini. E al termine di questa straordinaria esperienza siete venuti insieme dal “Signor Papa”, come direbbe il vostro serafico Fondatore. Vi saluto tutti con affetto: i Frati Minori delle tre obbedienze, guidati dai rispettivi Ministri Generali, tra i quali ringrazio Padre Josè Rodriguez Carballo per le sue cortesi parole; i membri del Terzo Ordine, con il loro Ministro Generale; le religiose Francescane e i membri degli Istituti secolari francescani; e, sapendole spiritualmente presenti, le Suore Clarisse, che costituiscono il “secondo Ordine”. Sono lieto di accogliere alcuni Vescovi francescani; e in particolare saluto il Vescovo di Assisi, Mons. Domenico Sorrentino, che rappresenta la Chiesa assisana, patria di Francesco e Chiara e, spiritualmente, di tutti i francescani. Sappiamo quanto fu importante per Francesco il legame col Vescovo di Assisi di allora, Guido, che riconobbe il suo carisma e lo sostenne. Fu Guido a presentare Francesco al Cardinale Giovanni di San Paolo, il quale poi lo introdusse dal Papa favorendo l’approvazione della Regola. Carisma e Istituzione sono sempre complementari per l’edificazione della Chiesa.

Che dirvi, cari amici? Prima di tutto desidero unirmi a voi nel rendimento di grazie a Dio per tutto il cammino che vi ha fatto compiere, ricolmandovi dei suoi benefici. E come Pastore di tutta la Chiesa, lo voglio ringraziare per il dono prezioso che voi stessi siete per l’intero popolo cristiano. Dal piccolo ruscello sgorgato ai piedi del Monte Subasio, si è formato un grande fiume, che ha dato un contributo notevole alla diffusione universale del Vangelo. Tutto ha avuto inizio dalla conversione di Francesco, il quale, sull’esempio di Gesù, “spogliò se stesso” (cfr Fil 2,7) e, sposando Madonna Povertà, divenne testimone e araldo del Padre che è nei cieli. Al Poverello si possono applicare letteralmente alcune espressioni che l’apostolo Paolo riferisce a se stesso e che mi piace ricordare in questo Anno Paolino: “Sono stato crocifisso con Cristo, e non vivo più io, ma Cristo vive in me. E questa vita, che io vivo nel corpo, la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha consegnato se stesso per me” (Gal 2,19-20). E ancora: “D’ora innanzi nessuno mi procuri fastidi: io porto le stigmate di Gesù sul mio corpo” (Gal 6,17). Francesco ricalca perfettamente queste orme di Paolo ed in verità può dire con lui: “Per me vivere è Cristo” (Fil 1,21). Ha sperimentato la potenza della grazia divina ed è come morto e risorto. Tutte le sue ricchezze precedenti, ogni motivo di vanto e di sicurezza, tutto diventa una “perdita” dal momento dell’incontro con Gesù crocifisso e risorto (cfr Fil 3,7-11). Il lasciare tutto diventa a quel punto quasi necessario, per esprimere la sovrabbondanza del dono ricevuto. Questo è talmente grande, da richiedere uno spogliamento totale, che comunque non basta; merita una vita intera vissuta “secondo la forma del santo Vangelo” (2 Test., 14: Fonti Francescane, 116).

E qui veniamo al punto che sicuramente sta al centro di questo nostro incontro. Lo riassumerei così: il Vangelo come regola di vita. “La Regola e vita dei frati minori è questa, cioè osservare il santo Vangelo del Signore nostro Gesù Cristo”: così scrive Francesco all’inizio della Regola bollata (Rb I, 1: FF, 75). Egli comprese se stesso interamente alla luce del Vangelo. Questo è il suo fascino. Questa la sua perenne attualità. Tommaso da Celano riferisce che il Poverello “portava sempre nel cuore Gesù. Gesù sulle labbra, Gesù nelle orecchie, Gesù negli occhi, Gesù nelle mani, Gesù in tutte le altre membra” Anzi, trovandosi molte volte in viaggio e meditando o cantando Gesù, scordava di essere in viaggio e si fermava ad invitare tutte le creature alla lode di Gesù″ (1 Cel., II, 9, 115: FF, 115). Così il Poverello è diventato un vangelo vivente, capace di attirare a Cristo uomini e donne di ogni tempo, specialmente i giovani, che preferiscono la radicalità alle mezze misure. Il Vescovo di Assisi Guido e poi il Papa Innocenzo III riconobbero nel proposito di Francesco e dei suoi compagni l’autenticità evangelica, e seppero incoraggiarne l’impegno in vista anche del bene della Chiesa.

Viene spontanea qui una riflessione: Francesco avrebbe potuto anche non venire dal Papa. Molti gruppi e movimenti religiosi si andavano formando in quell’epoca, e alcuni di essi si contrapponevano alla Chiesa come istituzione, o per lo meno non cercavano la sua approvazione. Sicuramente un atteggiamento polemico verso la Gerarchia avrebbe procurato a Francesco non pochi seguaci. Invece egli pensò subito a mettere il cammino suo e dei suoi compagni nelle mani del Vescovo di Roma, il Successore di Pietro. Questo fatto rivela il suo autentico spirito ecclesiale. Il piccolo “noi” che aveva iniziato con i suoi primi frati lo concepì fin dall’inizio all’interno del grande “noi” della Chiesa una e universale. E il Papa questo riconobbe e apprezzò. Anche il Papa, infatti, da parte sua, avrebbe potuto non approvare il progetto di vita di Francesco. Anzi, possiamo ben immaginare che, tra i collaboratori di Innocenzo III, qualcuno lo abbia consigliato in tal senso, magari proprio temendo che quel gruppetto di frati assomigliasse ad altre aggregazioni ereticali e pauperiste del tempo. Invece il Romano Pontefice, ben informato dal Vescovo di Assisi e dal Cardinale Giovanni di San Paolo, seppe discernere l’iniziativa dello Spirito Santo e accolse, benedisse ed incoraggiò la nascente comunità dei “frati minori”.

Cari fratelli e sorelle, sono passati otto secoli, e oggi avete voluto rinnovare il gesto del vostro Fondatore. Tutti voi siete figli ed eredi di quelle origini. Di quel “buon seme” che è stato Francesco, conformato a sua volta al “chicco di grano” che è il Signore Gesù, morto e risorto per portare molto frutto (cfr Gv 12,24). I Santi ripropongono la fecondità di Cristo. Come Francesco e Chiara d’Assisi, anche voi impegnatevi a seguire sempre questa stessa logica: perdere la propria vita a causa di Gesù e del Vangelo, per salvarla e renderla feconda di frutti abbondanti. Mentre lodate e ringraziate il Signore, che vi ha chiamati a far parte di una così grande e bella “famiglia”, rimanete in ascolto di ciò che lo Spirito dice oggi ad essa, in ciascuna delle sue componenti, per continuare ad annunciare con passione il Regno di Dio, sulle orme del serafico Padre. Ogni fratello e ogni sorella custodisca sempre un animo contemplativo, semplice e lieto: ripartite sempre da Cristo, come Francesco partì dallo sguardo del Crocifisso di san Damiano e dall’incontro con il lebbroso, per vedere il volto di Cristo nei fratelli che soffrono e portare a tutti la sua pace. Siate testimoni della “bellezza” di Dio, che Francesco seppe cantare contemplando le meraviglie del creato, e che gli fece esclamare rivolto all’Altissimo: “Tu sei bellezza!” (Lodi di Dio altissimo, 4.6: FF, 261).

 

 


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