San Francesco d'Assisi-omelia del Ministro Generale
04/10/2009 - 16:03
4.10.2009 @ 08:00
San Francesco d’Assisi - omelia
SAN FRANCESCO D’ASSISI - (Assisi, 4 ottobre 2009)
Fr. José Rodrígez Carballo, ofm - Ministro generale
Sir 50,3-7; Sal 15; Gal 6,14-18; Mt 11,25-30
Perché a te? Perché a te? Perché a te, Frate Francesco? Era questa la domanda che uno dei suo compagni rivolgeva al padre e fratello Francesco. Perché a te? Perché a te? Perché a te, Frate Francesco? Perché tutto il mondo continua a guardare a te con profonda ammirazione dopo 800 anni dal tuo passaggio in mezzo a noi? Perché tanti uomini e donne continuano a venerarti come padre e maestro nella sequela di Cristo e cercano di imitare il tuo esempio? Perché credenti e non credenti si rifanno a te quando parlano dell’impegno per la giustizia, la pace e la difesa del creato? Perché a te? Perché a te? Perché a te, Frate Francesco?
Non so, cari fratelli e sorelle, quello che ci risponderebbe oggi Francesco, ma io, che mi sono posto tante volte questa domanda, penso che il segreto dell’attualità di Francesco stia – e questo talvolta non l’hanno capito quelli che non condividono la nostra fede – nell’essersi lasciato trasformare da Cristo. Francesco è, prima di tutto e soprattutto, questo: un credente, un uomo che si è incontrato con Cristo, povero e crocefisso, e si è lasciato rapire dalla sua bellezza. San Bonaventura lo definisce come l’amico di Cristo (LegM 13,3) e santa Chiara, che amava definirsi “pianticella” di Francesco, parla di lui nel suo Testamento come di un «vero amante e imitatore di Cristo» (TestsC 5). Questo è Francesco: un vero innamorato di Cristo, che arrivò ad identificarsi pienamente con Lui, al punto che gli si possono applicare letteralmente le parole che l’apostolo Paolo riferisce a se stesso: «non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me» (Gal 2,20). Come Paolo si è lasciato incontrare dal Risorto sulla via di Damasco, così Francesco si è lasciato incontrare da Cristo, povero e crocefisso, nell’eremo di San Damiano, nell’abbraccio al lebbroso, nell’ascolto della Sacra Scrittura alla Porziuncola. E da allora la sua vita è cambiata radicalmente.
«Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli» (Mt 11,25). Dopo il lutto per quelli che non accolgono la Parola (cf Mt 11,20-24), l’evangelista Matteo ci presenta la danza per quanti la accolgono. È il magnificat di Gesù al Padre per essersi rivelato ai piccoli. È la sapienza silenziosa, propria del povero. È la dotta ignoranza del pure di cuore, a cui Dio si mostra (cf Mt 5,8). I sapienti di questo mondo cercano un dio sapiente e potente. I piccoli, invece, trovano la sapienza e la potenza di Dio là dov’è, nella debolezza e nella croce: «quanto a me invece non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo» (Gal 6,14). Tra questi piccoli c’è Francesco. Il Frate Minore per eccellenza, colui che per amore dell’amante fu trasformato nell’Amato, come dice il Dottore Serafico (cf LegM 5). Dio non è oggetto della conquista dell’intelligenza, ma è inizio e fine del nostro amore. Dio non si affaccia alla finestra della nostra mente, ma cerca la porta per entrare nel nostro cuore.
Qui sta la ragione ultima dell’attualità di Francesco: nell’aver scoperto Cristo come unico bene, come recita il Salmo che la liturgia oggi ci propone (cf Sal 15). Cercare l’attualità del Poverello da qualche altra parte sarebbe sbagliare direzione. Se Francesco abbraccia il lebbroso, e questo abbraccio cambia il suo cuore, è perché nel lebbroso scopre Cristo lebbroso (cf LegM 1,6). Se canta la creazione come sorella, è perché in essa scopre il Creatore, del quale essa è rivelazione e nel quale trova significato (cf Cant 5). Se ama i suoi fratelli più di quanto una madre possa amare i propri figli (cf Rb 6,8), è perché in loro scopre dei doni del Signore (cf Test 14). Se lavora per la pace e la riconciliazione (cf. Spec 101), è perché ha scoperto che «Cristo è la nostra pace» (Ef 2,14). Francesco ha una visione cristiana dell’uomo e dell’universo. Per Francesco è tutto segno, tutto è sacramento. Egli vede Cristo all’inizio, al centro e alla fine di tutto. Cristo per Francesco è tutto: il principio e la fine, la ragione prima e ultima della sua esistenza e delle sue scelte più radicali di povertà e di minorità.
«Per me il vivere è Cristo» (Fil 1,21). Quando Francesco sperimenta la potenza della grazia divina è come se morisse e risorgesse. Tutte le ricchezze di prima, ogni motivo di orgoglio e sicurezza, tutto diventa una perdita da quando incontra Gesù crocifisso e risorto (cf Fil 3,7-11). In seguito, lasciare tutto, lasciarsi crocifiggere per il mondo (cf. Gal. 6,14), diventa quasi necessario per esprimere la sovrabbondanza del dono ricevuto. Questo dono è così grande che richiede un’espropriazione totale.
Francesco «ha compreso se stesso alla luce del Vangelo» (Benedetto XVI), alla luce di Cristo. Questo è ciò che veramente affascina del figlio di Madonna Pica: essersi convertito in Vangelo vivente. Ecco come ha riparato il tempio, ecco come ha fortificato il santuario, per usare le espressioni della prima lettura che abbiamo ascoltato (cf Sir 50,1). «Francesco, va’, ripara la mia casa che, come vedi, è tutta in rovina» (2Cel 10). Ma non è mettendo pietra su pietra che Francesco deve riparare la chiesa. Lo capirà più tardi. Il Poverello riparò la Chiesa, lasciandosi trasformare da Cristo e guardando da quel momento con gli occhi di Cristo e a partire da Cristo all’uomo e al mondo. Il figlio di Bernardone consolidò la Chiesa (cfr Sir 50,1), amando appassionatamente Cristo e, con il cuore di Cristo, amando l’intera umanità, soprattutto quella ferita, che giace ai lati della strada mezza morta. Lo stigmatizzato della Verna protesse il suo popolo e rese sicura la città (cf Sir 50,4), assumendo per sé e per tutti coloro che lo seguono la forma santo Vangelo.
Sono passati 800 anni da quando è iniziata l’avventura evangelica di Francesco. E oggi come ieri Francesco ci indica Cristo. Francesco non è la meta, ma un esempio da seguire, un esempio nella ricerca del Signore. E una volta trovatolo, Francesco diventa esempio di sequela radicale e di consegna di sé a Cristo e agli altri, soprattutto ai più poveri. Così visse Francesco e così sono chiamati a vivere quanti si dicono suoi seguaci o ammiratori.
– Francesco, padre e fratello, vieni, insegnaci come seguire Cristo sulla strada tracciata dal Vangelo.
– Francesco, padre e fratello, vieni, insegnaci a scoprire Cristo, povero e crocifisso, come lo hai scoperto tu e a servirlo, servendo i più piccoli, gli ultimi e gli esclusi.
– Francesco, padre e fratello, ottieni per noi dal Signore un cuore da poveri, perché possiamo ricevere la grazia della rivelazione dei segreti del Regno.
– Francesco, padre e fratello, ottieni per noi dal Signore la grazia di rinnovarci nello spirito del Vangelo e di restituirlo con la nostra vita e le nostre parole.
– Francesco, padre e fratello, ottieni per noi dal Signore la grazia di guardare all’umanità e alla creazione con i suoi occhi e di amarle con il suo cuore.
– Francesco, padre e fratello, vieni, abbiamo bisogno di te. Ha bisogno di te questo mondo diviso e frammentato a causa della violenza e della guerra, perché tu gli mostri la via della pace e della riconciliazione. Ha bisogno di te la Chiesa, perché tu gli ricordi che vivere e annunciare il Vangelo è la sua ragion d’essere. Ha bisogno di te l’Ordine francescano, per ricordarci che solo vivendo la forma di vita che ci hai lasciato, in fedeltà creativa e gioiosa, potremo rinnovare la società e la Chiesa che tanto amiamo.
– Vieni, fratello e padre Francesco, abbiamo bisogno di te.
Lettera del Ministro Generale per la festa di S.Francesco
21/09/2009 - 11:12
Lettera del Ministro e del Definitorio generale per la Festa di san Francesco
SEGUIRE IL SANTO VANGELO
PER RENDERLO OGGI VIVO E VISIBILE
Carissimi fratelli,
Il Signore Gesù doni a ciascuno di voi
ogni bene e la Sua pace.
All’inizio del nostro servizio alla Fraternità
universale, e continuando una tradizione ormai
consolidata, in occasione della festa del nostro
serafico Padre san Francesco desideriamo inviarvi
un saluto fraterno e un semplice messaggio per
riprendere insieme il cammino della nostra vita e
missione francescana, «con autenticità e aperti al
futuro».
Abbiamo percorso tre anni di riflessione, di
approfondimento, di riscoperta della “grazia delle
origini”, e siamo stati ricondotti all’ispirazione originaria
del nostro carisma, all’«intuizione» primordiale
di Francesco, ispirata dal Signore, che ha preceduto
l’«istituzione» che ne è seguita. Rendiamo
insieme grazie al Signore per i molteplici frutti che
tale risalita al “bocciolo” originario ha sicuramente
prodotto nelle Fraternità e nelle Entità dell’Ordine.
È stato come un ritorno al «primo amore» e quanto
vorremmo che l’entusiasmo e la passione delle
origini possa continuare ad alimentare e rendere
dinamica la nostra fedeltà quotidiana! Riandando
all’origine del nostro carisma abbiamo incontrato
con occhi nuovi Francesco, ma non abbiamo voluto
tornare indietro, come ad un passato storico e
nostalgico; abbiamo invece rivisitato l’esperienza
fondante di Francesco come l’icona del nostro futuro,
come la forma vitae che tutti siamo chiamati
a realizzare e rendere eloquente testimonianza per
il mondo di oggi.
Quando noi celebriamo la “grazia delle origini”
guardiamo a Francesco d’Assisi. Ma Francesco,
per andare alla radice del suo progetto di vita,
vedeva Gesù Cristo, presente nel lebbroso baciato,
visibile nel Crocifisso di san Damiano, ispiratore
nella Parola ascoltata alla Porziuncola. E quando
ancora Francesco non sapeva cosa dovesse fare, il
Signore stesso gli rivelò che doveva «vivere secondo
la forma del santo Vangelo» (Test 14). Francesco
rinvia noi tutti al Vangelo, alla persona di Gesù
povero e crocifisso! Questo è il grande dono che
anche noi abbiamo ricevuto! Di questo dono unico,
come degli altri innumerevoli doni che riceviamo
– il dono della vita, della vocazione, dei fratelli,
della Parola, dell’Eucaristia – noi rendiamo continuamente
grazie al Signore e Gli siamo profondamente
riconoscenti. Il recente Capitolo generale ce lo ha ricordato
e riproposto con chiarezza: «È questa la buona
notizia che abbiamo ricevuto: il Vangelo di Gesù
Cristo Figlio di Dio, dono che cambiò la vita di
Francesco d’Assisi e che cambia quella di ciascuno
di noi» (Portatori del dono del Vangelo [PdV]
5). «Osservare il santo Vangelo» (Rb 1,1), che vuol
dire «seguire l’insegnamento e le orme del Signore
nostro Gesù Cristo» (Rnb 1,1) è la nostra «regola e
vita» (Rb 1, 1). Come Francesco «comprese se stesso
interamente alla luce del Vangelo» (Benedetto
XVI), così anche noi siamo chiamati a ripartire dal
Vangelo per viverlo nelle diverse e mutevoli condizioni
attuali in cui ciascuno si trova, insieme con
Francesco e come Francesco ce lo ha trasmesso. In
questo modo, in fedeltà gioiosa e creativa (cf. VC
37), daremmo risposte adeguate ai segni dei tempi,
come ci ha chiesto il Capitolo generale 2003 (cf. Il
Signore ti dia pace 6). Per poter «seguire più da vicino il Vangelo»
(CCGG 5,2), come abbiamo promesso, per tenere
«ferme le parole, la vita e l’insegnamento e il
santo Vangelo» (Rnb 22,12) di Gesù, dobbiamo in
primo luogo accogliere sempre nelle nostre vite la
Parola che ci viene donata, accogliere il Vangelo
come dono gratuito che ci viene offerto ogni giorno,
accoglierlo con l’assidua lettura orante della
Parola, che purifica le nostre intenzioni, guida le
nostre azioni, tiene vivo il fuoco della missione.
Con le parole del Capitolo generale straordinario
del 2006, che riprende quelle del Ministro generale,
ci ridiciamo con forza e con convinzione: «Torniamo
al Vangelo e la nostra vita riavrà la poesia,
la bellezza e l’incanto delle origni… Liberiamo il
Vangelo e il Vangelo libererà noi» (Il Signore ci
parla lungo il cammino 14). Lasciamoci liberare
dal torpore spirituale, dall’arida abitudine, dalla
stanchezza e dalla rassegnazione, per ripartire con
il Cristo e la sua Parola, accompagnati da Francesco,
con il forte desiderio di essere veri discepoli di
Gesù nel mondo e per il mondo di oggi.
Ma non possiamo essere veri discepoli se
non siamo nello stesso tempo anche testimoni e
missionari di Gesù, c’insegna san Francesco. Il
Vangelo ricevuto e accolto non possiamo tenerlo
solo per noi: dobbiamo restituirlo andando per il
mondo ad annunciarlo a tutti gli uomini. È quanto
il Capitolo generale ci ha detto chiamandoci «portatori
del dono del Vangelo». Sì, il Vangelo che
è la nostra forma vitae, il Vangelo che è all’origine
delle nostre Fraternità e della nostra missione
evangelizzatrice, dobbiamo restituirlo con la testimonianza
dell’amore reciproco nelle Fraternità,
con l’annuncio esplicito, con le scelte evangeliche
coraggiose per «incarnare il Vangelo in maniera
concreta» (PdV 8), con la fantasia creatrice che sa
trovare, nelle diverse circostanze, forme nuove e
adatte ai diversi destinatari del mondo odierno.
Il dono del Vangelo, accolto e restituito secondo
la logica evangelica del dono (cf. Il Signore ci
parla lungo il cammino, 19ss), è dunque la nostra
“professione” fondamentale. Secondo le recenti
ricostruzioni storiche del probabile contenuto
essenziale della Proto-Regola presentata al Papa
Innocenzo III Francesco non avrebbe precisato
nessuna modalità di attività apostoliche, avrebbe
invece chiaramente indicato le condizioni della sequela
Christi, la sua maniera di intendere e di voler
vivere radicalmente il Vangelo: spirito di orazione
e devozione, fraternità, povertà e minorità, “annuncio
del Vangelo di pace” (PdV 9), predicazione ed
evangelizzazione (cfr. CCGG 1,2). Sono le Priorità
che abbiamo cercato di approfondire e di mettere
in atto in questi ultimi anni e che ora ritroviamo
radicate nella scelta fondamentale del Vangelo vissuto
sine glossa, sul quale le medesime Priorità
ritrovano la loro unità carismatica.
Il Capitolo generale ha voluto riproporre
ancora le Priorità in quanto «valori fondamentali»,
rivisitate sotto una duplice luce: da una parte come
dimensioni evangeliche del discepolo-missionario,
e dunque «in chiave di missione evangelizzatrice e
nella prospettiva di apertura al mondo» (Mandati
del Capitolo generale 1); dall’altra come impegno
e responsabilità di ciascuna Entità che deve
«trovare una propria metodologia o un processo
per studiare, approfondire e mettere in pratica le
Priorità» (Mandati del Capitolo generale 6).
Questo è il cammino concreto che il Capitolo
di Pentecoste 2009 ci ha indicato e che ciascun
Frate, ogni Fraternità ed Entità, sono chiamati a riprendere
e percorrere sin da adesso.
Ora ci preme sottolineare l’importanza
assoluta di entrare tutti nella dinamica della logica
del dono per superare anzitutto ogni forma
di “immobilismo” spirituale e pastorale, per superare
qualsiasi tendenza o tentazione di “autoreferenzialità”
che chiude ogni orizzonte, in modo
da aprirsi, anche espropriandosi di tante forme di
indebita appropriazione, e andare ad «abitare le
frontiere» antropologiche e sociali, curare le ferite
provocate dalle «fessure di un mondo frammentato,
con un impegno di integrazione per superare
queste ed altre dicotomie, come cammino
di restituzione» (PdV 22). Riteniamo ugualmente
importante promuovere tra di noi una «sensibilità
sociale» (cfr. PdV 29-30) ed avviarci tutti verso
una nuova «evangelizzazione condivisa» promuovendo
«la condivisione della nostra missione
con i laici» nostri fratelli (cfr. PdV 25-27).
Noi, nuovo Definitorio generale, prenderemo
il nostro tempo nella seconda metà di settembre
fino alla prima settimana di ottobre per fare insieme
una riflessione approfondita sul documento del
Capitolo generale. Continueremo nei mesi successivi
e verso Natale pensiamo di fare conoscere a
tutti voi il frutto delle nostre riflessioni e le deci
sioni che lo Spirito ci suggerirà per l’animazione
dell’Ordine e la attuazione dei Mandati capitolari.
In questo primo messaggio abbiamo voluto
semplicemente riportare noi e voi al contenuto essenziale
della nostra Regola, il Vangelo, che poi è
la Persona stessa di Gesù, che abbiamo promesso di
“seguire” più che di “imitare” , per renderlo vivo e
visibile agli uomini di oggi.
Il modo migliore per onorare e celebrare san
Francesco è quello di rivivere fedelmente l’eredità
che ci ha lasciato: ascoltare e accogliere in noi il
Vangelo di Gesù, viverlo con autenticità e totalità
di adesione, restituirlo agli uomini e alle donne di
oggi, «camminando per le strade del mondo come
Frati Minori evangelizzatori con il cuore rivolto al
Signore» (PdV 10).
Buona festa del nostro Padre san Francesco,
al quale chiediamo che ci benedica come suoi figli
e ci accompagni sul cammino del Vangelo.
I vostri fratelli del Definitorio generale:
Fr. José Rodríguez Carballo ofm (Min. gen.)
Fr. Michael Anthony Perry, ofm (Vic. gen.)
Fr. Vincenzo Brocanelli, ofm (Def. gen.)
Fr. Vicente-Emilio Felipe Tapia, ofm (Def. gen.)
Fr. Nestor Inácio Schwerz, ofm (Def. gen.)
Fr. Francis William Walter, ofm (Def. gen.)
Fr. Roger Marchal, ofm (Def. gen.)
Fr. Ernest Karol Siekierka, ofm (Def. gen.)
Fr. Paskalis Bruno Syukur, ofm (Def. gen.)
Fr. Julio César Bunader, ofm (Def. gen.)
Fr. Vincent Mduduzi Zungu, ofm (Def. gen.)
Roma, 17 settembre 2009
Festa delle Stigmate di san Francesco
Prot.100238
Stimmate San Francesco - Omelia del Ministro Generale dei Frati minori
18/09/2009 - 11:47
17.09.2009 @ 22:57
Sono stato crocifisso con Cristo
Sono stato crocifisso con Cristo
José Rodríguez Carballo, OFM Ministro generale
Monte Verna 17 Settembre 2009 - Gal 6, 14-18; Lc 9,23-26
Cari fratelli e sorelle, cari pellegrini, «La grazia del Signore nostro Gesù Cristo sia con il vostro spirito. Amen» (Gal 6,18).
Con il cuore ricolmo di commozione, anche quest’anno, siamo saliti su questo santo monte, toccato dal dito dell’Onnipotente e segnato dalla presenza del Poverello, per incontrarci con “il crocifisso della Verna”, con Francesco d’Assisi, l’alter Christus, nel cui corpo il Signore, due anni prima della sua morte, volle imprimere le stimmate della sua passione, per infiammare il nostro spirito con il fuoco del suo amore (cf Colletta), e attraverso Francesco, incontrarci con colui che lui stesso canta come l’«altissimo, onnipotente, bon Signore» (Cant 1).
Francesco, che fin dalla sua conversione nutrì una profonda e tenera devozione a Cristo crocifisso, desiderò ardentemente configurarsi a Lui «nelle sofferenze e nei dolori della passione» (LegM XIII, 2). E qui, a poca distanza da dove ci troviamo, «un mattino, all’appressarsi della festa dell’Esaltazione della Santa Croce», l’«amico di Cristo», come lo chiama san Bonaventura, venne «trasformato tutto nel ritratto visibile di Cristo crocifisso, non mediante il martirio della carne, ma mediante l’incendio dello spirito», portando nelle mani, nei piedi e nel costato le stigmate di Gesù, «come quelle che poco prima aveva osservato nell’immagine dell’uomo crocifisso (LegM XIII, 3).
È così che Francesco si trasforma nell’immagine del Crocifisso e da vero amante si configura interamente a Lui. Da questo momento potrà davvero far sue le parole di Paolo: «sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me» (Gal 2,20); e anche quelle che abbiamo ascoltato nella la prima lettura: «Quanto a me invece non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo, per mezzo della quale il mondo per me è stato crocifisso, come io per il mondo … D’ora innanzi nessuno mi procuri fastidi: difatti io porto le stigmate di Gesù nel mio corpo (Gal 6,14.17).
Francesco sta vivendo forse il momento peggiore della sua vita. Una delle sue biografie, lo Specchio di perfezione, parla di tentazioni, tribolazioni e sofferenze (cf Sp 99). Francesco soffre nel suo corpo, pieno di malattie, ma soffre in particolare nello spirito: i suoi, quelli che ha sempre accolto come un dono di Dio – «il Signore mi diede dei fratelli», dice nel suo Testamento (14) – sono quelli che ormai non lo ritengono più necessario e rifiutano i suoi insegnamenti perché sembrano troppo radicali. La sua vita, umanamente parlando, gli si presenta come una frustrazione. E in questa situazione, come reagisce Francesco?
Guardiamo alle Lodi di Dio Altissimo che Francesco ha composto qui alla Verna proprio dopo lo stigmatizzazione. Nel mezzo della grande notte oscura che sta attraversando, il Poverello scopre che il Signore è tutto: «il bene, ogni bene, il sommo bene» (LodAl 3). Nel mezzo della tempesta interiore l’assisiense comincia a cantare: Tu sei sapienza, umiltà, pazienza, bellezza, mansuetudine, sicurezza, quiete, gioia, speranza e letizia, giustizia, temperanza e tutta la nostra ricchezza a sufficienza (cf LodAl, 4s). E quando tutti i sostegni umani vengono meno, Francesco dice: Tu sei bellezza, protettore, custode e difensore, Tu sei refrigerio, Tu sei tutta la nostra dolcezza (cf LodAl 6s). Francesco ha finalmente capito che la vera felicità, la vera gioia, non nasce dall’autorealizzazione, dalle risposte gratificanti che gli altri possono dare, ma dall’adempimento del progetto del Signore. Se le stigmate sono la risposta del Signore all’autenticità di Francesco, «alla [sua] ricerca del volere di Dio, a cui bramava con sommo ardore di conformarsi in tutto e per tutto», come afferma il Dottore Serafico (LegM XIII, 1), le Lodi di Dio Altissimo sono la risposta credente di Francesco che sperimenta nella propria carne che cosa significa rinnegare se stessi, prendere la propria croce ogni giorno e seguire Gesù, come è detto nel Vangelo che abbiamo ascoltato (cf Lc 9,23). Se Gesù stesso ha sofferto tentazioni, tribolazioni, afflizioni, e aveva provato nella sua carne il prezzo del tradimento di uno dei suoi amici, che cosa poteva aspettarsi Francesco volendo seguire le sue orme? Finalmente Francesco può dire: «per me il vivere è Cristo» (Fil 1, 21). Vivere come Gesù, seguire le sue orme, vivere di Cristo: questo è ormai il solo progetto esistenziale di Francesco. Essere tutto per Colui che è il tutto.
Cari fratelli e amici, la nostra salita sul monte della Verna non può lasciarci indifferenti al messaggio che gridano queste rocce. Esse ci parlano di amore e passione. Amore di Gesù per l’umanità: «Avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine» (Gv 13,1). Amore di un uomo, Francesco d’Assisi, per il Dio vivo e vero; amore che lo ha portato a configurarsi in tutto al volto visibile di Dio, al Crocifisso, diventando «di lui vero amante e imitatore», come lo ha definito sorella Chiara (TestsC 5). Ma questo monte ci parla anche della necessità di tornare ai fratelli, anche a quelli che ci fanno soffrire, per condividere con loro ciò che il Signore opera in ciascuno. Francesco, stando alle fonti biografiche, soffriva intensamente perché i fratelli non comprendevano la sua situazione e perché lui non poteva mostrare loro la gioia che era nel suo cuore. D’altra parte non tiene per sé il dono ricevuto, lo condivide scendendo dalla montagna e portando a tutti l’immagine del Cristo crocifisso (cf LegM 5).
Alla luce di questa esperienza veramente mistica di Francesco due sono gli inviti molto concreti che ci rivolge oggi lo stigmatizzato della Verna: configurarci all’amore che ci ha amati per primo (cf 1Gv 4,19); essere per i nostri fratelli immagini viventi di Cristo e del suo amore per l’umanità, in particolare quella sofferente.
Amici e fratelli, noi, che siamo stati toccati dall’amore di Cristo, che siamo stati chiamati ad essere discepoli e a seguirlo nel Vangelo, conosciamo il percorso per rispondere a questo amore e a questa vocazione: rinnegare noi stessi e prendere la croce ogni giorno. Il programma di viaggio non è facile, ma Francesco ci grida: non abbiate paura, nulla è impossibile perché il Signore è la nostra forza.
Francesco, vieni, torna tra noi, abbiamo bisogno di te, perché tu ci dica che la gioia vera non sta nella sapienza umana, nelle ricchezze, nelle ricompense che ci vengono dagli uomini, ma nell’essere fedeli al progetto del Signore.
Francesco, vieni, torna tra noi, abbiamo bisogno di te, per imparare che per seguire Gesù vi è un solo percorso: quello seguito anche da Lui, fatto di espropriazione e di rinnegamento di sé.
Francesco, vieni, torna tra noi, abbiamo bisogno di te, perché tu ci dica come amare coloro che ci fanno soffrire e come fare perché l’Amore sia ogni giorno un po’ più amato; per convertirci, anche noi, in amici di Cristo, in veri suoi amanti e imitatori.
Vieni, Frate Francesco. Abbiamo bisogno di te…
Perdono d'Assisi:omelia del MInistro Generale dei Frati Minori
03/08/2009 - 21:23
2.08.2009 @ 18:51
Santa Maria degli Angeli, 2009
PORZIUNCOLA (Santa Maria degli Angeli, 2009)
Fr. José Rodríguez Carballo, ofm - omelia del Ministro generale
Sir 24,1-4.22-31; Sal 33; Gal 4,3-7; Lc 1,26-33
Con la liturgia odierna, in questa bella giornata, benediciamo il Signore, e con il cuore traboccante di gioia ci serviamo delle parole della vergine fatta Chiesa, come chiamava il Poverello Maria, figlia e ancella dell’altissimo e sommo Re, il padre celeste, madre del Signore nostro Gesù Cristo, sposa dello Spirito Santo (Ant. UffP), per manifestare la nostra gioia: “L’anima mia magnifica il Signore, ed il mio spirito esulta in Dio mio salvatore (Lc 1,46-37). E in questo giorno di festa, con parole del Padre san Francesco, salutiamo Maria, come palazzo, tabernacolo, vestimento e casa di Dio (cfr. SalBVM, 4-5).
Celebriamo oggi la dedicazione di questa Basilica, che quest’anno compie proprio 100 anni come Basilica Pontificia. Una Basilica innalzata per conservare al suo interno, come tesoro prezioso, la chiesetta della Porziuncola. Questa cappella che Francesco ricostruì con le sue stesse mani, con vero amore filiale nei confronti della Regina degli Angeli, nei primi anni della sua conversione (cfr. 1Cel 21), e dove, alla fine, capì il Vangelo (cfr. 1Cel 22). Luogo santo tra i santi, nel quale ha avuto orgine l’avventura evangelica di Francesco, di Chiara e della prima fraternità di frati, 800 anni fa (cfr. LegM 2,8), e dal quale i frati della prima ora partivano per la missione. Luogo, infine, amato da Francesco più di ogni altro (cfr. 2Cel 18), perché dedicato alla Madre di Dio, e dove, mosso da questo amore, Francesco chiederà di essere trasportato per esalare il suo ultimo alito di vita, qui dove aveva ricevuto lo spirito di grazia (LegM 14, 3).
La Porziuncola è, prima di tutto, un luogo, però grazie al fratello e padre san Francesco, questa piccola porzione di terra (questo significa porziuncola), si convertì in uno spazio dello spirito e della fede (Benedetto XVI), dove possiamo accedere alla grazia del perdono e della misericordia. Il cosiddetto perdon d’Assisi, o meglio ancora, l’Indulgenzia della Porziuncola, ottenuta dallo stesso san Francesco nel 1216 dal Papa Onorio III, ha trasformato questo luogo in uno spazio privilegiato di penitenza e di grazia, particolarmente per i poveri che non potevano fare il pellegrinaggio verso Santiago, Gerusalemme o Roma, sia per la lontananza geografica, sia per le offerte che dette indulgenze richiedevano, particolarmente quella della Terra Santa, e che erano la fonte principale del sostentamento della Chiesa locale.
Francesco, che dalla sua conversione aveva scoperto la povertà e i poveri, chiedendo al Papa che l’acquisto dell’indulgenza non comportasse alcun peso economico, era mosso dalla fraterna sollecitudine per quelle persone che, per mancanza di mezzi o di forze, non potevano iniziare un lungo viaggio. L’indulgenza della Porziuncola è un gesto di profonda solidarietà da parte di Francesco con coloro che non potevano dar nulla, se non la loro fede, la loro preghiera e la loro disponibilità a vivere secondo il Vangelo la propria condizione di povertà.
Al di là di un viaggio lungo e, quasi sempre, molto difficile a causa dei pericoli derivanti dall’incamminarsi verso Compostella, la Terra Santa o la Città Eterna, ciò che si chiedeva e si chiede per ottenere il perdono della Porziuncola è l’iniziare un viaggio interiore di conversione, un incontro con la radicalità del Vangelo, come lo stesso san Francesco aveva fatto proprio in questo luogo, una pronta disponibilità per mettere in pratica le esigenze evangeliche. Non si può pretendere di ottenere l’indulgenza della Porziuncola rimanendo ancorati alla nostra situazione di peccato. Non si può pretendere di gustare la grazia del perdon d’Assisi nemmeno rimanendo nella nostra mediocrità. Se il peccato è rottura di una relazione amorosa tra l’uomo e Dio, un abisso profondo che ci separa da Lui e, come conseguenza, dagli altri (cfr. Rm 1,20-25) –e anche se gli uomini possono essere strettamente uniti nella colpa, questo non significa che siano realmente uniti tra di loro- si rende necessario abbattere questa barriera che si interpone tra noi e Dio e che ci impedisce un’autentica relazione con l’Altissimo, Onnipotente e Buon Signore e con gli altri. Se il peccato abita in noi, come dice san Paolo (cfr. Rm 7,20-21), e ci fa suoi schiavi e prigionieri (cfr. Rm 6,17.20; 7,14), così che volendo fare il bene, operiamo il male (cfr. Rm 7,19), per gustare la misericordia del Signore è necessaria una volontà ferma per sradicarlo da noi, una lotta che ci porti a sperimentare in noi stessi quello che sappiamo per fede: che il peccato è stato vinto da Cristo.
Cari fratelli e sorelle: Dio è compassionevole e buono, ricco nella misericordia, affermano le Sacre Scritture. Questa è una delle verità di fede tra le più meravigliose e gioiose. La rivelazione ci mostra come il dramma del peccato è anche un dramma nel cuore di Dio, che constata come l’uomo, facendo un uso non corretto della sua libertà (cfr. Mt 7,20), possa trasgredire al vero amore. Ciascuno di noi, creato ad immagine e somiglianza di Dio, di fatto ha il terribile potere di ostacolare Dio nella sua volontà di darci la vita e la vita in pienezza. Ciascuno di noi, a causa del peccato, cade in una schiavitù dalla quale non possiamo uscire con i nostri soli mezzi. È proprio in questi momenti che Dio non ci abbandona. La sua misericordia è la chiave per toglierci da questa schiavitù, facendoci uscire nello spazio della libertà, insegnandoci ad amare in modo sincero e autentico.
Il Padre ci ama! E questa certezza non può che spingerci ad aderire a Cristo, a camminare in atteggiamento di conversione costante: Convertitevi, ossia: credete al Vangelo (Mc 1,15), ripete oggi il Signore a ciascuno di noi, convocati per celebrare il perdon d’Assisi. In questo impegno sappiamo che non siamo soli. All’origine di ogni autentica conversione c’è lo sguardo di Dio sul peccatore. Uno sguardo che si traduce in una ricerca amorosa costante, in passione fino alla croce, in volontà di perdono senza misura, come nel caso di Levi (cfr. Mc 2,13-17), di Zaccheo (cfr. Lc 19,1-10), dell’adultera (cfr. Gv 8,1-11), del ladrone (cfr. Lc 23, 39-43), della samaritana (cfr. Gv 4,1-30). Quando l’essere umano ha scoperto e gustato il Dio della misericordia e del perdono, non può vivere se non convertendosi costantemente a lui (Dives in misericordia, 13).
Va e non peccare più (Gv 8,11). Il perdono è dato gratuitamente, però l’uomo è invitato a corrispondere a questo perdono con un serio impegno di vita rinnovata. Celebrando l’indulgenza della Porziuncola, avviciniamoci, cari fratelli e sorelle, al sacramento della riconciliazione e della misericordia. Il Signore ci aspetta, come il padre della parabola del figliol prodigo (cfr. Lc 15,11-32). Un cuore contrito e umile il Signore non lo disprezza. Egli è sempre disposto a riscattarci dalla schiavitù (cfr. Gal 4,3ss), a rinnovare la sua alleanza con noi e a ridonarci al dignità di figli (anello e vesti nuove).E allora gusteremo e vedremo che il Signore è buono, che egli ci libera dal nostro peccato e cura il nostro cuore ferito (cfr. Sal 33). E sentiremo, anche, che la festa che il padre ha preparato è per ciascuno di noi, e che il figlio che era morto e che è tornato alla vita siamo tu ed io. E allora benediremo il Signore in ogni momento perché la sua bontà e misericordia non hanno limiti.
Maria, madre della misericordia, madre del bell’amore e del timore,
della conoscenza e della santa speranza (cfr. Sir 24,24, neo vulgata), attraverso la quale abbiamo ricevuto colui che è la manifestazione suprema dell’amore di Dio per l’umanità, lei, la piena di grazia (Lc 1,28), ci ottenga la grazia di partecipare in pienezza della grazia.
Capitolo Generale dei Frati minori-Lectio
16/06/2009 - 11:20
Capitulum generale Ordinis fratrum minorum
S. Mariae Angelorum 2009
Introduzione alla Lectio del 1° giugno
Fr. Giacomo Bini ofm
Dalla Regola bollata (Cap 1)
Nel nome del Signore incomincia la vita dei frati minori
La regola e la vita dei frati minori è questa, cioè osservare il santo Vangelo del Signore nostro Gesù Cristo, vivendo in obbedienza, senza nulla di proprio e in castità.
Frate Francesco promette obbedienza e ossequio al signor papa Onorio e ai suoi successori canonicamente eletti e alla Chiesa romana. E gli altri frati siano tenuti a obbedire a frate Francesco e ai suoi successori.
REGOLA DEI FRATI MINORI (Cap.1).
“Francesco era zelantissimo per la vita comune e la Regola, e lasciò una particolare benedizione a quanti ne desideravano ardentemente l'osservanza.
Questa, ripeteva, è il libro della vita, speranza di salvezza, midollo del Vangelo, via della perfezione, chiave del Paradiso, patto di eterna alleanza. Voleva che tutti ne avessero il testo e la conoscessero molto bene, e ne facessero sempre oggetto di meditazione con l'uomo interiore, come sprone contro l'indolenza ed a memoria delle promesse giurate.
Insegnò ad averla sempre davanti agli occhi, come richiamo alla propria condotta, e, ciò che più importa, a morire con essa” (2Cel 208).
La vita dei Frati Minori inizia nel nome del Signore, consiste nel vivere il Vangelo come “forma vitae”, come Regola; siamo liberi da ogni dipendenza e radicalmente espropriati (voti), per appartenere esclusivamente al Signore, nella Chiesa e con la Chiesa.
La vita. La Regola nasce dunque dalla vita e si accompagnerà alla vita; non è solo un documento giuridico, né dovrà contrapporsi alla vita o escluderla, ma armonizzarsi con essa: l’una ha bisogno dell’altra; ma la priorità spetta alla vita. Trattandosi di vita evangelica, il vino nuovo dovrà periodicamente far scoppiare gli otri vecchi nei quali siamo talvolta tentati di travasarlo.
Frati Minori. Si tratta della vita evangelica, definita da Francesco con due termini che sono già un programma ben delineato: come “fratelli” e come “minori”! La Fraternità, come elemento essenziale (e non opzionale) dovrà accompagnare sempre la vocazione e la missione dei Frati. Siamo chiamati a vivere il Vangelo in fraternità, qualificata dalla “minorità”, situandoci tra gli ultimi, come ha fatto Gesù, facendo della propria vita un servizio, un dono gratuito, umile e universale. Il vivere dunque da poveri, per i poveri, con i poveri e come i poveri: è il nostro stato di vita, al quale siamo chiamati.
Inizio... Questa “avventura” inizia perché chiamati dal Signore e con gli occhi e il cuore orientati verso il Vangelo. E siccome la distanza tra il nostro comportamento quotidiano e il Vangelo è incolmabile, siamo invitati a ricominciare continuamente. E’ stata questa la raccomandazione di Francesco ai frati alla fine della sua vita.(cfr 1Cel 103).
Nel nome del Signore. Tutto viene da Lui: la vita, il coraggio di iniziare a camminare con Lui, il lavorare per la riconciliazione in vista di una fraternità sempre più universale perché tutti siamo figli dello stesso Padre, chiamati a metterci a servizio di tutti. Tutto è dono suo; abbiamo dunque la responsabilità di far “circolare” questo amore e farlo fruttificare,per restituirglielo senza appropriarci di nulla. La nostra vita dovrà essere una risposta a questo amore gratuito che si caratterizza per una “stabilità” nella fede e in ciò che “abbiamo fermamente promesso”(Rb 12).
Vivere il Vangelo. E’ il centro di tutto. Vivere il Vangelo nel suo insieme, ciò che Gesù ha detto e ciò che Gesù ha fatto, “sine glossa”, senza rimandi e senza ritocchi, soprattutto senza annacquarlo né strumentalizzarlo; vivere ancorati al Vangelo in un’attitudine contemplative e obbediente. E’ su questo “centro” che costruiremo la nostra vocazione, la nostra missione, la nostra identità, una identità “in via”, sempre in divenire e sempre confrontata con la Parola, e sempre “da ristrutturare”.
La Regola. La Regola è la “forma di vita evangelica”; è il Vangelo che prende “forma” nella misura in cui la nostra esistenza quotidiana si propone di “seguire le orme, l’umiltà, la povertà e gli insegnamenti del S. Vangelo”. “Seguire” significa che siamo disposti sempre a lasciare tutto per ancorarci all’unica sicurezza che è Gesù. La nostra vita sarà sempre un’itineranza evangelica, in fraternità e minorità, ispirata al Vangelo, modellata sul Vangelo e “ri-formata” sul Vangelo. La Regola e le Costituzioni dovranno sempre rimandare, guidare e orientare verso il Vangelo.
Nella Chiesa e con la Chiesa. Questa avventura evangelica ha sempre bisogno di mediazioni concrete: di una Fraternità organizzata e soprattutto della Chiesa. Queste mediazioni ci aiutano a non cadere in “personalismi pseudo-profetici” devianti, o in interpretazioni troppo soggettive della nostra “forma vitae”. Contemporaneamente tutte le mediazioni vanno sempre riferite al Vangelo, nostra fonte di ispirazione; vanno purificate e orientate secondo la radicalità evangelica alla quale siamo chiamati e ci siamo impegnati nella professione.
E’ molto significativo quanto avvenne al Capitolo delle stuoie, ed è narrato dallo Specchio di Perfezione. Alcuni frati,”sapienti e istruiti”, fecero pressione sul cardinale Ugolino perché Francesco si lasciasse convincere a dar loro una Regola sullo stile di quelle già esistenti, “al fine di condurre una vita religiosa ben ordinata”.
Francesco, a queste insinuazioni, senza dilungarsi in troppe spiegazioni, “prese per mano (il Cardinale) e lo condusse tra i frati riuniti a Capitolo, e così parlò ad essi in fervore e forza di Spirito Santo: Fratelli miei, fratelli miei! Il Signore mi ha chiamato per la via della semplicità e dell’umiltà, e questa via mostrò a me nella verità per me e per quelli che intendono credermi e imitarmi. Di conseguenza non voglio che mi nominiate nessuna Regola né di S. Benedetto, né di S. Agostino, né di S. Bernardo, né alcun’altra via e forma di vita, se non quella che dal Signore mi è stata misericordiosamente mostrata e donata. Il Signore mi ha detto che dovevo essere come un novello pazzo in questo mondo, e non ci ha voluto condurre per altra via che quella di questa scienza... Dio vi confonderà per mezzo della vostra scienza e sapienza” (Spec 68).
In questo testo Francesco ristabilisce chiaramente la gerarchia dei valori di fronte alla tentazione, sempre presente nella storia, del potere, dell’apparenza, dell’efficienza, del numero... Tutte le mediazioni umane che contano e che nella logica del mondo tendono a farsi valere vanno purificate e sottomesse alla logica del Vangelo, alla sequela di Gesù umile e povero. Questa tensione non va esasperata, ma riconciliata. Francesco non vuol separarsi dai Fratelli e lo dice chiaramente al Capitolo; non vuol separarsi dalla Chiesa e prende per mano il Cardinale (la Chiesa!) per riportare tutto e tutti verso la priorità del Vangelo, su cui anche la Chiesa deve sempre confrontarsi; e questo anche con l’aiuto dei Frati Minori! Si tratta della dimensione provocativa e profetica tipica della vita religiosa, tipica della nostra vita.
Capitolo Generale dei Frati minori-Veglia di Pentecoste
15/06/2009 - 20:37
Omelia veglia di Pentecoste Capitolo generale ofm
S. Maria degli Angeli sabato 30 maggio 2009

Con stupore siamo entrati in questa celebrazione, supplicando con forza : “ Veni Creator Spiritus”. È la Pentecoste! Oggi celebriamo la discesa dello Spirito vivificante, oggi lo Spirito Santo è effuso su tutta la terra, su ogni uomo. In questa santa notte, come abbiamo pregato all’inizio della Veglia: “ si rinnova il prodigio della Pentecoste”. Eccoci allora a celebrare il mistero nella contemplazione della luce, nell’ascolto della Parola, nella silenziosa adorazione eucaristica, compiendo tutto questo insieme con Maria, la Vergine degli Angeli, la Sposa dello Spirito Santo, colei che ancora una volta accompagna i discepoli del suo Figlio e prega insieme con loro in ardente attesa del dono dello Spirito.
Abbiamo iniziato la nostra celebrazione con il simbolo della luce cantando. “ Accende lumen sensibus, infonde amorem cordibus”. Nella sacre Scritture lo Spirito Santo non proclama mai il proprio nome, ma sempre quello del Padre o del Figlio. Non ci insegna a dire: Ruach, che è il suo nome, ma Abbà, cioè Padre, e Maranatha. Cioè Signore Gesù! Lo Spirito si rivela rivelando altre persone. Sconosciuto, egli è colui che fa conoscere ogni cosa. Lo Spirito Santo dunque è luce; luce nel senso che illumina le cose, rimanendo essa stessa nascosta. Ma è proprio così facendo che egli si dà a conoscere per quello che è. San Basilio Magno lo spiega in base alla profonda osservazione che ciò che è causa del vedere, è visto insieme a ciò che si vede. Mostrandoci il Figlio – che è l’immagine di Dio e lo splendore della sua gloria – il Paraclito rivela se stesso ( Basilio Magno, Sullo Spirito Santo, XVI 64 PG 32,185 ). L’illuminazione dello Spirito allora ci permette, anche questa sera di fare esperienza viva di Cristo, luce da luce, splendore della gloria del Padre ( cf. preghiera iniziale ), e di accogliere insieme al Padre e al Figlio il medesimo e vivificante Spirito. L’illuminazione dello Spirito ci permette dunque di fare esperienza viva del Dio Uno e Trino.
Ed è sotto questa luce che noi abbiamo ascoltato e accolto nel rendimento di grazie la Parola di Dio che abbiamo proclamato. Una parola che illumina ancora una volta la nostra vita e ci aiuta ad entrare nella profondità del mistero che con tutta la Chiesa celebriamo, facendoci comprendere che cosa lo Spirito Santo opera nella vita del mondo e dei credenti. Ripercorriamo brevemente i testi proclamati.
Il giorno di Babele segnò per gli uomini la sciagura della divisione per incomunicabilità Il giorno di Pentecoste restaura la gioiosa possibilità del dialogo ritrovato per la potenza redentrice del sacrificio di Gesù. Egli morì non per una nazione, ma per radunare tutti i figli di Dio dispersi. Così, come abbiamo pregato, la terra può diventare una solo famiglia e ogni lingua può proclamare che Gesù è il Signore ( cf. orazione alla prima lettura ). Accogliendo il dono dello Spirito siamo dunque chiamati a diventare strumenti e segni di unità.
Ai piedi del Sinai, Dio si sceglie un popolo. Egli fa sempre le sue scelte. Ha preferito i poveri per parlare del suo amore; ha scelto dei discepoli per farli testimoni della risurrezione. Ma, a sua volta, anche l’eletto da Dio è costretto a fare delle scelte: gli avvenimenti di cui è testimone non sono semplici fatti di cronaca: lo impegnano direttamente. Chi è stato liberato, si sente chiamato a sua volta a un’opera di liberazione. Il fuoco del Sinai è lo stesso fuoco del Cenacolo. Nasce un nuovo popolo chiamato a far conoscere la salvezza e la liberazione che Cristo ha portato. Ecco chi diventiamo accogliendo il dono dello Spirito.

Lo Spirito che noi invochiamo, perché scenda ancora abbondante su tutti noi, è lo Spirito del Signore che dona vita. La visione di Ezechiele è molto eloquente a tal proposito. Il deserto delle ossa aride e secche, vivificate dalla Parola di Dio e dallo Spirito, diventa il simbolo di Israele senza speranza, a cui Dio promette sopravvivenza e liberazione. La vita nuova che lo Spirito Santo dona continuamente alla sua Chiesa è la continua risurrezione che trasforma la nostra vita e ci rende capaci di speranza dentro le diverse situazione di morte.
A Gerusalemme il giorno di Pentecoste i discepoli annunziavano in varie lingue le grandi opere di Dio e tutti comprendevano il messaggio di salvezza. Si compiva quello che il profeta Gioele predisse: un popolo intero è capace di profetizzare. Lo Spirito ci rende testimoni e profeti.
Ecco cosa compie in noi lo Spirito Santo, portando a compimento tutta la storia della salvezza. Lo Spirito Santo, come afferma la quarta preghiera eucaristica, è infatti colui che ci aiuta a non vivere più per noi stessi e a perfezione l’opera di Dio nel mondo compiendo ogni santificazione. L’apostolo Paolo ci ha ricordato poi che lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza. È lui che prega in noi, è lui che ci fa comprendere i misteri del regno di Dio, è lui che ci fa entrare nell’intimità di Dio.
Raccogliamo il grido di Gesù che forte risuona questa sera anche per noi: “ Chi ha sete venga a me e beva, chi crede in me. Come dice la Scrittura: dal suo seno sgorgheranno fiumi d’acqua viva”. È il richiamo a dissetarci a quell’acqua zampillante che è lo Spirito Santo, dono del Cristo Risorto. È in Cristo che la nostra vita ha senso e chi fa esperienza dello Spirito, cioè di quest’acqua viva, di questa sorgente che zampilla per la vita eterna, incontra il Cristo ed è anche chiamato a far conoscre agli altri, che solo Cristo è l’amore gratuito, che sazia il cuore dell’uomo. Quando nel cuore dell’uomo alberga lo Spirito Santo, quando egli prende dimora dentro di noi, la vita cambia. Cambia la nostra mentalità, il nostro modo di pensare ed agire: non viviamo più per noi stessi, ma viviamo nel dono e nel perdono. Viviamo da Risorti. Così la Pasqua si compie nella nostra vita e non solo nel tempo liturgico.
Attuali più che mai mi sembrano le parole di papa Paolo VI che in una udienza del 29 novembre 1972 diceva: “ Quale bisogno avvertiamo, primo e ultimo, per questa nostra Chiesa benedetta, quale?”, E potremmo aggiungere noi frati minori qui radunati alla Porziuncola per il Capitolo generale, “ Quale bisogno avvertiamo per la nostra fraternità universale?”. Paolo VI rispondeva e diceva anche per noi: “ Avvertiamo il bisogno dello Spirito, lo Spirito Santo, animatore e santificatore della Chiesa, suo respiro divino, il vento delle sue vele, suo principio unificatore, sua sorgente interiore di luce e di forza, suo sostegno e sua consolatore, sua sorgente di carismi e di canti, sua pace e suo gaudio….La Chiesa ha bisogno della sua perenne Pentecoste; ha bisogno di fuoco nel cuore, di parola sulle labbra, di profezia nello sguardo…..Ha bisogno la Chiesa di sentir fluire per tutte le sue umane facoltà l’onda dell’amore, di quell’amore che si chiama carità, e che appunto è diffusa nei nostri cuori proprio dallo Spirito Santo”.
Forse è proprio per questo che Francesco voleva che i suoi frati si radunassero a Capitolo nel tempo di Pentecoste. Forse è proprio questo che intendeva quando affermava che il ministro generale dell’Ordine è lo Spirito Santo. Forse è proprio questo che voleva e vuole dai suoi frati e cioè che “ facciano attenzione che sopra ogni cosa devono desiderare di avere lo Spirito del Signore e la sua santa operazione” ( Rb X, 8 ).
Alla vergine Maria che Francesco invoca e saluta con i titoli di “ Figlia e ancella dell’altissimo sommo Re, il Padre celeste, madre del santissimo Signore nostro Gesù Cristo, sposa dello Spirito Santo” ( Antifona UffPass 2 ) affidiamo la nostra vita e la comprensione di quanto lo Spirito dice oggi alla sua Chiesa, a tutto il nostro Ordine e a ciascuno di noi. “ Chi ha orecchi ascolti ciò che lo Spirito dice …” ( Ap 2,7b ) in questa sera di grazia.
F.Bravi
Capitolo Generale dei Frati minori-celebrazione penitenzial
04/06/2009 - 14:09
28.05.2009 @ 20:00
CapGen09: Celebrazione Penitenziale - Fr. Giacomo BiniCelebrazione Penitenziale - Fr. Giacomo Bini
(San Damiano - 28.05.2009)

Il brano del vangelo secondo Luca e l’Ammonizione V di san
Francesco
ci invitano a fare nostro un atteggiamento di lode e di riconoscenza
per tutto quello che il Signore ha fatto e fa per noi e con noi.
Dalla contemplazione di quello che Lui fa nasce la coscienza della
nostra povertà, indegnità e infedeltà.
“Ti rendo lode, Padre…”: la lode, l’adorazione e il ringraziamento al
Padre si trovano, in Luca, nel contesto della missione dei 72;
al ritorno i discepoli condividono le meraviglie compiute “nel
suo nome”
durante la missione. Tutto riportano a Lui; tutto condividono e
“restituiscono” a Lui. Sempre ci troveremo di fronte a questa
scelta decisiva e fondamentale per la nostra vita:
Considerare le nostre opere alla luce di Dio, e “restituirle” a Lui,
o considerarle come nostre, pretendendo di diventare
protagonisti assoluti del nostro successo. Questo è un
grave peccato di appropriazione dal quale Francesco ci mette
bene in guardia. Gesù loda il Padre e Gli dà gloria per il
“non-successo” presso i saggi, gli intelligenti, gli uomini
che sanno tutto e si appropriano di tutto; si rallegra invece
per il successo con i piccoli, con gli uomini senza troppe
competenze religiose, senza abilità dialettica, che magari
non hanno la parola facile, ma sono obbedienti alla Parola e
non pretendono di manipolarla.

Francesco ci ricorda che di nulla possiamo gloriarci,
perché siamo solo amministratori dei beni che Dio ci ha
affidato, e non proprietari: “Di nostro abbiamo solo vizi e peccati”.
La lode e la gratitudine sono strettamente legate alla fede, ad
una relazione retta e giusta con Dio, con noi stessi e con gli altri;
esprimono la consapevolezza della nostra “creaturalità”, della
nostra
reale identità, della nostra povertà che ci rende accoglienti e
disponibili nei
confronti di Dio. Dire grazie non è Né ovvio né scontato: solo
un lebbroso
su dieci torna per ringraziare!
La gratitudine apre poi all’adorazione, alla contemplazione
della presenza
di Dio nel nostro agire; ci porta con naturalezza a ricentrare
la nostra vita e
la nostra identità più sull’essere che sul fare. La gratitudine serena
e cosciente acquista una dimensione profetica soprattutto oggi,
nel nostro
tempo caratterizzato dalla frenesia del possesso, dell’accumulo, da un comportamento per cui tutto è dovuto; la gratitudine, invece, si esprime
nella libertà dell’espropriazione per diventare “proprietà esclusiva”
del Signore, riferendo tutto a Lui e diventando spazio creativo di
Dio in funzione del suo Regno.
La lode e il ringraziamento sono davvero la dimensione essenziale,
la tonalità fondamentale della nostra vita?
Nell’Ammonizione V Francesco collega la gioia dell’uomo creato a
immagine di Dio, come opera meravigliosa del suo amore, con la
tentazione
costante di volersi appropriare di doni che non gli appartengono,
e gloriarsene.
Il perdono che invochiamo questa sera per noi e per tutti i nostri
fratelli
che ci hanno preceduto lungo otto secoli di storia riguarda
soprattutto
la mancanza di quella radicale espropriazione che abbiamo
promesso professando la Regola.

Quante meraviglie e miracoli il Signore ha compiuto attraverso i
nostri
fratelli in questo lungo tempo! Quanti ne farebbe ancora con noi
oggi,
se davvero ci affidassimo al suo amore, se ci lasciassimo ancora
condurre
da Dio senza opporre resistenze, senza assolutizzare i nostri
progetti, personali o provinciali!
Sarebbe triste se, facendo memoria della nostra storia secolare,
commettessimo il peccato di appropriarci anche di questa storia,
delle meraviglie che i nostri santi hanno compiuto, gloriandoci
senza
merito: “Grande vergogna è per noi servi del Signore il fatto che
i santi
operarono con le azioni e noi, raccontando e predicando le
cose che
essi fecero, ne vogliamo ricevere onore e gloria” (Am VI).
Capitolo Generale dei Frati minori,apertura
02/06/2009 - 19:57
Capitulum generale Ordinis fratrum minorum
S. Mariae Angelorum 2009
APERTURA DEL CAPITOLO GENERALE 2009
Cari Fratelli, all’inizio di questo Capitolo di Pentecoste rinnovo a ciascuno di voi il mio fraterno saluto, mentre vi auguro «ogni bene» in Colui che è il «sommo bene».

Ritengo che in questo momento sia importante sottolineare due cose: l’urgenza di rivisitare gli elementi che nutrono la nostra vita consacrata e di prendere coscienza della nostra vocazione e missione di annunciare la Buona Notizia ai nostri contemporanei.
Oggi è più che mai necessario l’impegno di tutti i consacrati a creare una vera cultura della vita religiosa e, nel nostro caso, una nuova cultura della vita francescana. Questa passerà necessariamente attraverso la lucidità e la creatività, la passione e la radicalità evangelica, l’autenticità e la visione del futuro, il tutto in fecondo dialogo con la postmodernità.
Chiamati a vivere la nostra consacrazione nello spazioso chiostro del mondo, in mezzo alle nostre culture particolari, nella tarda modernità e nei suoi contesti più diversi, non vogliamo ascoltare il frastuono della vita quotidiana, ma recuperare, insieme agli uomini e alle donne del nostro tempo, ciò che veramente ci nutre e ci sostiene e che, dandoci la possibilità di vivere in pienezza la qualità della nostra vita (santità), ci pone a servizio, in atteggiamento umile (lavare i piedi), dei nostri fratelli e delle nostre sorelle.
Gli elementi che nutrono la nostra vita e missione, come tutta la vita consacrata, sono: riscoprire le radici della nostra appartenenza al Signore (dimensione contemplativa); rivitalizzare una cultura della vita in fraternità (dimensione fraterna); ritrovare ciò che alimenta il nostro essere inviati (dimensione missionaria); e tutto questo, nel nostro caso, sempre da minori e tra i minori, consapevoli che molte volte i poveri sono maestri di fede e di speranza.
Sono questi gli elementi che devono nutrire la nostra vita quotidiana, così da metterci nelle condizioni di rispondere alla nostra vocazione di discepoli e missionari: riempire la terra del Vangelo di Cristo.
D’altra parte il nostro Capitolo ha come tema la missione evangelizzatrice. Scegliendo questo tema vogliamo esprimere il desiderio di uscire da noi stessi, di lasciare da parte le nostre paure e di rispondere all’imperativo di Gesù: «Andate in tutto il mondo, predicate il vangelo a ogni creatura» (Mc 16,15).
Siamo consapevoli che il tesoro più grande non è quello che si custodisce gelosamente, ma quello che si condivide con generosità? Siamo consapevoli del privilegio che Gesù ci riserva dicendoci: «alzati, prendi il tuo lettuccio, e cammina» (Gv 5,8)? Della grazia che Gesù ci offre dandoci la possibilità di curarci dalla routine, dalla stanchezza, dalla rassegnazione o dal realismo asfissiante? Saremo capaci di costruire il futuro con la fantasia dei santi?
La vita consacrata e, con essa, la vita francescana sono parte della vita della Chiesa, di questo popolo pellegrino, di questa famiglia che cammina «fra le persecuzioni del mondo e le consolazioni di Dio» (LG 8). Sospinti dal Vangelo a «nascere di nuovo» (Gv 3,3), ci sentiamo anche chiamati a rinnovarci costantemente sotto l’azione dello Spirito Santo (cf. LG 9). D’altra parte, coscienti che la norma suprema della nostra vita è «il santo Vangelo del nostro Signore Gesù Cristo» (Rb 1,1), siamo allo stesso modo convinti non solo della nostra responsabilità nel conservare il carisma che abbiamo ricevuto, ma di approfondirlo e continuamente svilupparlo «in sintonia con il Corpo di Cristo in continua crescita» (Benedetto XVI).
Siamo qui. Siamo in cammino, cercando gli strumenti adatti per aprirci al futuro, sapendo che questo nasce dalla grande cura che abbiamo per il presente. Che questo Capitolo generale sia un momento di grazia per rivedere i luoghi che nutrono la nostra vita e missione; che sia un’occasione propizia per riaffermare la nostra condizione di discepoli e missionari; che sia, infine, un tempo forte per cercare insieme, con creatività e aperti al futuro, i mezzi idonei perché la nostra vita e missione continuino ad essere significative per gli uomini e le donne di oggi. Sarà il nostro miglior contributo all’ottavo centenario di fondazione del nostro Ordine che stiamo celebrando.

Fin da ora desidero, a nome mio e del Definitorio generale, ringraziare tutti per la collaborazione alla buona preparazione di questo Capitolo. Preparazione iniziata nelle vostre Entità, insieme ai vostri Frati. Sono sicuro che siete giunti qui portando l’eco del dialogo e delle riflessioni condivise con i Frati delle Entità che rappresentate.
Ringrazio per lo spirito di orazione che ha guidato questa preparazione e per la vicinanza di tante Sorelle Clarisse e di tanti Fratelli e Sorelle dell’OFS e della GiFra.
Approfitto di questa occasione per esprimere la mia sincera gratitudine al Segretario del Capitolo, Fr. Francesco Patton, che ha accolto questo servizio con spirito di disponibilità, di dedizione e di generosità, anteponendo questo lavoro agli altri impegni inerenti al suo servizio di Ministro della Provincia di Trento, alla quale va la mia sincera riconoscenza per la generosità dimostrata in questa circostanza.
A quanti hanno lavorato e lavoreranno per un sereno e fruttuoso svolgimento del Capitolo manifesto la mia sincera e fraterna gratitudine.
Fratelli amati dal Signore, buon lavoro a tutti in serenità e apertura allo Spirito.
Con questi sentimenti e nel nome del Signore
dichiaro aperto il Capitolo generale di Pentecoste 2009.
Fr. José Rodríguez Carballo, ofm
Ministro generale
Capitolo Generale Frati minori,omelia d'apertura
02/06/2009 - 14:29
Capitulum generale Ordinis fratrum minorum
S. Mariae Angelorum 2009

OMELIA D’APERTURA
(Porziuncola, 25 maggio 2009)
Fr. José Rodríguez Carballo, ofm
Ministro generale
Cari fratelli: con grande affetto vi do il più cordiale e fraterno benvenuto in questo luogo santo della Porziuncola, dove cominciò la nostra storia 800 anni fa. Maria, la vergine fatta Chiesa, ci accompagni lungo tutto la nostra vita e in particolare durante questi giorni di Capitolo, e il padre san Francesco ci si di ispirazione in ogni momento per “seguire la dottrina e l’esempio del Signore nostro Gesù Cristo” (Rnb 1,1), osservando, come regola e vita, il santo Vangelo del Signore nostro Gesù Cristo (Rb 1,1).
Vi abbraccio tutti con il bacio santo della pace, e auguro a tutti che questi giorni siano una manifestazione dell’amore che professiamo, e che tra noi si rendano tangibili gli atteggiamenti che, a detta del primo biografo di san Francesco, regnavano tra i frati della prima ora, quando si riunivano in capitolo: amore e affetto veri, diligenza nel servizio, aspetto lieto, occhio semplice, animo umile, risposte gentili (cfr. 1Cel 15, 38b-39a).
Come i primi discepoli riuniti nel cenacolo, con Maria la madre di Gesù, (cfr. At 1,14), in un contesto di preghiera, iniziamo oggi il Capitolo generale ordinario 2009, invocando su tutti noi la presenza dello Spirito, vero Ministro generale della Fraternità (2Cel 193). In questi momenti in cui ci sentiamo spinti a dare testimonianza di Gesù, con la vita e la parola, “fino ai confini della terra”, coscienti che lo Spirito è all’origine di ogni missione evangelizzatrice, sentiamo la necessità, anche noi come i discepoli di Efeso, di essere battezzati di nuovo con la presenza dello Spirito del Signore (cfr. At 19,1-8). Consapevoli delle nostre paure, stanchezze e vigliaccherie, sentiamo la necessità della sua forza, parresia, poiché solo lui ci muoverà ad aprire le porte chiuse dei nostri comodi cenacoli, e ci spingerà a porci in cammino e ad annunciare con coraggio, come Paolo, il Regno di Dio. Solo lo Spirito ci spingerà ad annunciare con coraggio che “non c’è onnipotente se non lui” (LOrd 9). Solo lo Spirito renderà efficace e fecondo l’annuncio della Buona Novella. Solo lo Spirito ci porterà ad impegnarci, senza condizioni né riserve, al servizio del disegno di Dio. Lo Spirito è l’anima della Chiesa (cfr. LG 7), è anima della missione evangelizzatrice.
Chiamato ad esser Buona Novella per tutti, il Vangelo ci lancia una sfida: farlo nostro; incontrarci, liberi ed indifesi, con lui, come nel caso di Francesco proprio qui alla Porziuncola; lasciarci mettere in discussione da lui, perché la nostra vita riscopra il sapore e la giovinezza delle origini, e sia scandalosa, come lo fu quella del Poverello. Il Vangelo ci lancia una sfida: portarlo a tutti, riempire la terra con il messaggio di Cristo (cfr. 1Cel 97), impegnarci a farlo arrivare a tutti, specialmente ai poveri (cfr. Lc 4,18), e alla moltitudine crescente di coloro che lo ignorano. La missione evangelizzatrice non è una scelta in più, tra tante altre. Se la Chiesa esiste per la missione (cfr. EN 4), anche l’Ordine esiste per la missione. La missione evangelizzatrice non è un’attività in più, è l’attività per cui esistiamo. È di più, è la chiave di quanto siamo e facciamo. Il Vangelo ci lancia una sfida: essere generosi e creativi. Generosità nella dedizione alla diffusione del Vangelo, in ogni occasione opportuna e non opportuna (2Tm 4,2), ai vicini e ai lontani (cfr. Ef 2,17). Creatività per rispondere alle esigenze della nuova evangelizzazione: “Vino nuovo in otri nuovi” (Mc 2,2), e ai grandi progetti missionari dell’Ordine. Il Vangelo, cari fratelli, ci lancia tante sfide: si rende necessario rivivere in noi il sentimento pressante di Paolo: “guai a me se non predicassi il Vangelo” (1Cori nuovi discepoli di Cristo (1Cel 25,38), è necessario ravvivare in noi l’impulso delle origini della Chiesa e del francescanesimo, lasciandoci impregnare dell’ardore della predicazione apostolica e della passione dei grandi missionari del nostro Ordine. 9,16), è necessario lasciarsi bruciare da quel fuoco nel quale ardevano
Il Vangelo ci lancia tante sfide! Però, per rispondere a tutte è necessario, prima di tutto e soprattutto, credere, con tutto ciò che questo comporta, che il Vangelo continua ad essere la novella, bella come la grazia e ardente come l’amore, che trasforma tutti coloro che lo ricevono con cuore di bambino (cfr. Mt 11,25); continua ad essere cammino di libertà per coloro che lo accolgono, come Francesco, nella sua immediatezza, freschezza, radicalità, sine glossa: Questo cerco, questo voglio vivere…, dice Francesco qui alla Porziuncola, dopo aver ascoltato il vangelo della missione (cfr. 1Cel 22).
Il discepolo e missionario sa che il lavoro che lo aspetta è arduo, soprattutto in certi ambienti. Però allo stesso tempo sa che, come Gesù Cristo, nemmeno lui è da solo. Il Padre è con lui, e lo Spirito porrà sulla sua bocca le parole opportune. Questo è il motivo per cui il discepolo e missionario non può aver paura. Non ci mancheranno certo le difficoltà, però è il Signore colui che ci dice: “Coraggio, non abbiate paura”.
Sento che oggi lo spirito ci dice: Frati Minori:
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“coraggio! non abbiate paura” di lasciarvi conquistare da Cristo (cfr. Fil 3,12), per essere prolungamento della sua umanità fino agli avamposti della missione.
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“coraggio! non abbiate paura” di allargare lo spazio della vostra tenda (cfr. Is 54,2) per andare fino ai confini della terra, e fare vostre le gioie e le tristezze dei più poveri e di coloro che più soffrono.
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“coraggio! non abbiate paura” di vivere di Cristo ogni giorno di più, perché così potrete servirlo meglio negli altri, particolarmente nei volti sofferenti.
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“coraggio! non abbiate paura” di lasciarvi sedurre dai chiostri dimenticati ed inumani, dove la bellezza e la dignità della persona sono continuamente disonorate (cfr. Rnb 9,2), perché abbracciando i lebbrosi di oggi, abbraccerete Cristo stesso, e mentre li evangelizziamo essi ci evangelizzano.
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“coraggio! non abbiate paura” di intavolare o ristabilire costantemente il dialogo della carità, lì dove il mondo di oggi è lacerato dall’odio etnico e dalle pazzie omicide. Siate artefici di pace e, così, sarete testimoni dei Dio amore.
Andate, Frati Minori, continua a dirci oggi lo Spirito del Signore, non come padroni della verità, ma come servi umili (cfr. Rnb 23,7), e ciò che gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date (Gal 3,18). Andate ed annunciate a quanti incontrate lungo le strade e nelle piazze delle città la loro condizione di figli e figlie di uno stesso Padre, fratelli vostri. Andate e ricordate che quando la vostra vita comunitaria sarà più fraterna, più autenticamente sarete evangelizzatori. Andate e, da una profonda sintonia con la persona e l’opera di Gesù Cristo, apritevi a nuove forme di presenza e di evangelizzazione. Andate ed evangelizzate in collaborazione con i laici, uomini e donne, giovani ed anziani. Andate e, in ogni luogo e in qualsiasi attività, testimoniate i valori evangelici restando al fianco delle persone che non conoscono ancora Gesù.
“L’amore di Cristo ci spinge” (2Cor 5,14), dice Paolo. Quest’amore, che brucia i nostri cuori, è ciò che ci spinge a consolidare e diffondere il Regno di Cristo, portando l’annuncio del Vangelo in ogni luogo, fino alle regioni più lontane. Più di tre miliardi di persone non hanno ancora ascoltato la Buona Novella, e molti dei contemporanei, pur avendo ascoltato questa Novella, vivono completamente al margine di essa. Che cosa ci chiedono queste situazioni? Sapremo leggere e dare una risposta a partire dal Vangelo a questi segni dei tempi e dei luoghi?
Il Capitolo che oggi iniziamo, cari fratelli, avendo per tema la missione evangelizzatrice, può essere un momento di grazia per fare questa lettura e cercare queste risposte. Con lucidità e audacia: mettiamoci in cammino! Coraggio, non siamo soli!
Spirito Santo, tu sei gioia, infondi gioia profonda nei nostri cuori.
Spirito Santo, tu sei fuoco, accendi i nostri cuori dell’amore di Gesù.
Spirito Santo, tu sei saggezza, dacci capacità di discernimento.
Spirito Santo, tu sei sicurezza, vinci le nostre paure.
Spirito Santo, tu sei forza, concedici coraggio e audacia per annunciare Gesù fino ai confini della terra.
Vieni Spirito Santo!
Capitolo Generale Frati minori
02/06/2009 - 14:24

Capitolo generale - Conferenza Stampa
Roma, 22 maggio 2009
I Francescani di oggi guardano al futuro… attraverso il Capitolo
Con questo incipit si è aperta la conferenza stampa di oggi, 22 maggio, presso la Sala “Duns Scoto” della Curia Generale dei Frati Minori, in Via S. Maria Mediatrice 25, a Roma. L’occasione è stata la presentazione dei lavori del 187° Capitolo generale dell’Ordine dei Frati minori, che si svolgerà ad Assisi, dal 24 maggio al 20 giugno prossimi.
Sono intervenuti Fr. José Rodriguez Carballo (Ministro Generale), Fr. Francesco Bravi (Vicario Generale) e Fr. Francesco Patton (Segretario del Capitolo).
Gli interventi dei relatori e le domande dei giornalisti presenti hanno riguardato soprattutto il tema del Capitolo “Verbum Domini nuntiantes in universo mundo” (Annunciatori della Parola del Signore in tutto il mondo) la situazione dell’Ordine oggi e l’agenda dei lavori capitolari. Uno dei momenti di maggior interesse si avrà certamente giovedì 4 giugno, quando i 152 delegati presenti sceglieranno il nuovo Ministro Generale dell’Ordine dei Frati Minori. Presiederà l’elezione il Delegato Pontificio, Sua Em.za Rev.ma il Cardinale
JOSÉ SARAIVA MARTINS C.M.F.
Fr. José Carballo ha sottolineato le “sfide missionarie” a cui il Capitolo vuole rispondere, in particolare quella della inculturazione, del rinnovamento del linguaggio, “più umile, più sapienziale e meno ampolloso”, accompagnato sempre da una coerente testimonianza di vita. “E’ un traguardo a cui non si è ancora giunto, ma a cui l’Ordine tende ancora oggi, dopo 800 anni”.
Oltre ai dati statistici, gli argomenti di maggior interesse per i giornalisti sono stati quelli relativi al dialogo interreligioso ed ecumenico, che i frati svolgono grazie alla larga presenza internazionale, e la “minorità“, come scelta degli ultimi, degli oppressi per essere solidali con loro e annunciare la speranza.
Al termine della conferenza, Fr. Carballo ha presentato la medaglia commemorativa degli 800 anni dell’Ordine francescano (1209-2009), spiegandone la simbologia: su un lato la colomba della Spirito Santo, “il vero Ministro generale” – secondo san Francesco; sull’altro la raffigurazione del Capitolo generale guidato dal Poverello di Assisi, che insegna ai frati la via per la propria conversione, indicando il volto del Crocifisso che gli parlò a San Damiano. Ciascuno dei presenti l’ha quindi ricevuta in ricordo della mattinata.
Per ogni ulteriore informazione rivolgersi a:
Fr. Mirko A. Sellitto
UFFICIO STAMPA
Cell.: (+39) 3385756921
Tel.: (+39) 075.80512260
Fax: (+39) 075.80512283
E-mail: press@ofm.org
il Papa ai francescani
28/04/2009 - 10:58
18.04.2009 @ 16:17
Papa Benedetto XVI ai Francescani (Italiano)
UDIENZA AI MEMBRI DELLA FAMIGLIA FRANCESCANA
PARTECIPANTI AL “CAPITOLO DELLE STUOIE”
Alle ore 12.30 di questa mattina, nel cortile del Palazzo Apostolico di Castel Gandolfo, il Santo Padre Benedetto XVI riceve i Membri della Famiglia Francescana partecipanti al “Capitolo delle Stuoie”, iniziato ad Assisi il 15 aprile per concludersi oggi a Roma.

DISCORSO DEL SANTO PADRE
Cari fratelli e sorelle della Famiglia Francescana!
Con grande gioia do il benvenuto a tutti voi, in questa felice e storica ricorrenza che vi ha riuniti insieme: l’ottavo centenario dell’approvazione della “protoregola” di san Francesco da parte del Papa Innocenzo III. Sono passati ottocento anni, e quella dozzina di Frati è diventata una moltitudine, disseminata in ogni parte del mondo e oggi qui, da voi, degnamente rappresentata. Nei giorni scorsi vi siete dati appuntamento ad Assisi per quello che avete voluto chiamare “Capitolo delle Stuoie”, per rievocare le vostre origini. E al termine di questa straordinaria esperienza siete venuti insieme dal “Signor Papa”, come direbbe il vostro serafico Fondatore. Vi saluto tutti con affetto: i Frati Minori delle tre obbedienze, guidati dai rispettivi Ministri Generali, tra i quali ringrazio Padre Josè Rodriguez Carballo per le sue cortesi parole; i membri del Terzo Ordine, con il loro Ministro Generale; le religiose Francescane e i membri degli Istituti secolari francescani; e, sapendole spiritualmente presenti, le Suore Clarisse, che costituiscono il “secondo Ordine”. Sono lieto di accogliere alcuni Vescovi francescani; e in particolare saluto il Vescovo di Assisi, Mons. Domenico Sorrentino, che rappresenta la Chiesa assisana, patria di Francesco e Chiara e, spiritualmente, di tutti i francescani. Sappiamo quanto fu importante per Francesco il legame col Vescovo di Assisi di allora, Guido, che riconobbe il suo carisma e lo sostenne. Fu Guido a presentare Francesco al Cardinale Giovanni di San Paolo, il quale poi lo introdusse dal Papa favorendo l’approvazione della Regola. Carisma e Istituzione sono sempre complementari per l’edificazione della Chiesa.
Che dirvi, cari amici? Prima di tutto desidero unirmi a voi nel rendimento di grazie a Dio per tutto il cammino che vi ha fatto compiere, ricolmandovi dei suoi benefici. E come Pastore di tutta la Chiesa, lo voglio ringraziare per il dono prezioso che voi stessi siete per l’intero popolo cristiano. Dal piccolo ruscello sgorgato ai piedi del Monte Subasio, si è formato un grande fiume, che ha dato un contributo notevole alla diffusione universale del Vangelo. Tutto ha avuto inizio dalla conversione di Francesco, il quale, sull’esempio di Gesù, “spogliò se stesso” (cfr Fil 2,7) e, sposando Madonna Povertà, divenne testimone e araldo del Padre che è nei cieli. Al Poverello si possono applicare letteralmente alcune espressioni che l’apostolo Paolo riferisce a se stesso e che mi piace ricordare in questo Anno Paolino: “Sono stato crocifisso con Cristo, e non vivo più io, ma Cristo vive in me. E questa vita, che io vivo nel corpo, la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha consegnato se stesso per me” (Gal 2,19-20). E ancora: “D’ora innanzi nessuno mi procuri fastidi: io porto le stigmate di Gesù sul mio corpo” (Gal 6,17). Francesco ricalca perfettamente queste orme di Paolo ed in verità può dire con lui: “Per me vivere è Cristo” (Fil 1,21). Ha sperimentato la potenza della grazia divina ed è come morto e risorto. Tutte le sue ricchezze precedenti, ogni motivo di vanto e di sicurezza, tutto diventa una “perdita” dal momento dell’incontro con Gesù crocifisso e risorto (cfr Fil 3,7-11). Il lasciare tutto diventa a quel punto quasi necessario, per esprimere la sovrabbondanza del dono ricevuto. Questo è talmente grande, da richiedere uno spogliamento totale, che comunque non basta; merita una vita intera vissuta “secondo la forma del santo Vangelo” (2 Test., 14: Fonti Francescane, 116).
E qui veniamo al punto che sicuramente sta al centro di questo nostro incontro. Lo riassumerei così: il Vangelo come regola di vita. “La Regola e vita dei frati minori è questa, cioè osservare il santo Vangelo del Signore nostro Gesù Cristo”: così scrive Francesco all’inizio della Regola bollata (Rb I, 1: FF, 75). Egli comprese se stesso interamente alla luce del Vangelo. Questo è il suo fascino. Questa la sua perenne attualità. Tommaso da Celano riferisce che il Poverello “portava sempre nel cuore Gesù. Gesù sulle labbra, Gesù nelle orecchie, Gesù negli occhi, Gesù nelle mani, Gesù in tutte le altre membra” Anzi, trovandosi molte volte in viaggio e meditando o cantando Gesù, scordava di essere in viaggio e si fermava ad invitare tutte le creature alla lode di Gesù″ (1 Cel., II, 9, 115: FF, 115). Così il Poverello è diventato un vangelo vivente, capace di attirare a Cristo uomini e donne di ogni tempo, specialmente i giovani, che preferiscono la radicalità alle mezze misure. Il Vescovo di Assisi Guido e poi il Papa Innocenzo III riconobbero nel proposito di Francesco e dei suoi compagni l’autenticità evangelica, e seppero incoraggiarne l’impegno in vista anche del bene della Chiesa.
Viene spontanea qui una riflessione: Francesco avrebbe potuto anche non venire dal Papa. Molti gruppi e movimenti religiosi si andavano formando in quell’epoca, e alcuni di essi si contrapponevano alla Chiesa come istituzione, o per lo meno non cercavano la sua approvazione. Sicuramente un atteggiamento polemico verso la Gerarchia avrebbe procurato a Francesco non pochi seguaci. Invece egli pensò subito a mettere il cammino suo e dei suoi compagni nelle mani del Vescovo di Roma, il Successore di Pietro. Questo fatto rivela il suo autentico spirito ecclesiale. Il piccolo “noi” che aveva iniziato con i suoi primi frati lo concepì fin dall’inizio all’interno del grande “noi” della Chiesa una e universale. E il Papa questo riconobbe e apprezzò. Anche il Papa, infatti, da parte sua, avrebbe potuto non approvare il progetto di vita di Francesco. Anzi, possiamo ben immaginare che, tra i collaboratori di Innocenzo III, qualcuno lo abbia consigliato in tal senso, magari proprio temendo che quel gruppetto di frati assomigliasse ad altre aggregazioni ereticali e pauperiste del tempo. Invece il Romano Pontefice, ben informato dal Vescovo di Assisi e dal Cardinale Giovanni di San Paolo, seppe discernere l’iniziativa dello Spirito Santo e accolse, benedisse ed incoraggiò la nascente comunità dei “frati minori”.
Cari fratelli e sorelle, sono passati otto secoli, e oggi avete voluto rinnovare il gesto del vostro Fondatore. Tutti voi siete figli ed eredi di quelle origini. Di quel “buon seme” che è stato Francesco, conformato a sua volta al “chicco di grano” che è il Signore Gesù, morto e risorto per portare molto frutto (cfr Gv 12,24). I Santi ripropongono la fecondità di Cristo. Come Francesco e Chiara d’Assisi, anche voi impegnatevi a seguire sempre questa stessa logica: perdere la propria vita a causa di Gesù e del Vangelo, per salvarla e renderla feconda di frutti abbondanti. Mentre lodate e ringraziate il Signore, che vi ha chiamati a far parte di una così grande e bella “famiglia”, rimanete in ascolto di ciò che lo Spirito dice oggi ad essa, in ciascuna delle sue componenti, per continuare ad annunciare con passione il Regno di Dio, sulle orme del serafico Padre. Ogni fratello e ogni sorella custodisca sempre un animo contemplativo, semplice e lieto: ripartite sempre da Cristo, come Francesco partì dallo sguardo del Crocifisso di san Damiano e dall’incontro con il lebbroso, per vedere il volto di Cristo nei fratelli che soffrono e portare a tutti la sua pace. Siate testimoni della “bellezza” di Dio, che Francesco seppe cantare contemplando le meraviglie del creato, e che gli fece esclamare rivolto all’Altissimo: “Tu sei bellezza!” (Lodi di Dio altissimo, 4.6: FF, 261).
saluto al Santo Padre del Ministro Generale dei Frati minori,Josè Rodriguez Carballo
27/04/2009 - 22:33
18.04.2009
Indirizzo di saluto di Fr. José Rodríguez Carballo al Santo Padre
(Castelgandolfo – 18 aprile 2009)

Santo Padre!
È con il cuore trepidante di gioia che tutta la Famiglia Francescana oggi si stringe intorno a Lei, per celebrare nella Chiesa e con la Chiesa l’VIII Centenario della fondazione dell’Ordine dei Frati Minori, per celebrare il dono del carisma che san Francesco ci ha lasciato e per confessare, con le parole del testamento di santa Chiara, prima pianticella del serafico padre, che «tra gli altri doni, che ricevemmo e ogni giorno riceviamo dal nostro Donatore, il Padre delle misericordie, per i quali dobbiamo maggiormente rendere grazie allo stesso glorioso Padre, c’è la nostra vocazione» (Test 2).
È questo, veramente, il grande dono che abbiamo ricevuto e che ha radicalmente trasformato le nostre vite. È per questo dono che vogliamo levare oggi il nostro comune canto di gioia e di ringraziamento all’Altissimo bon Signore.
Per vivere insieme, come una vera e unica famiglia, questo momento per noi così importante, provenienti da ogni continente, ci siamo riuniti tre giorni fa ad Assisi sotto un tendone, davanti alla piccola chiesetta della Porziuncola, dove è cominciata la nostra storia e da dove i primi Frati partirono a due a due per predicare a tutti la penitenza.
Lì abbiamo nuovamente sentito il pressante invito che l’Altissimo ci rivolge anche oggi a convertirci e a vivere con fedeltà secondo la forma del santo Vangelo del Signore nostro Gesù Cristo, in obbedienza, senza nulla di proprio e in castità. Come fratelli e da minori abbiamo riascoltato la chiamata a portare la pace e la riconciliazione agli uomini e alle donne del nostro tempo e a condividere con loro l’unica nostra ricchezza: il Bene, ogni Bene, il sommo Bene, il Signore Dio, vivo e vero.
Forti di questa sola certezza, abbiamo lasciato Assisi per venire da Lei, santo Padre, come un giorno fece Francesco d’Assisi con i suoi primi compagni. Le chiediamo di confermarci ancora una volta in questo santo proposito di vita, perché, come recita la nostra Regola, «sempre sudditi e soggetti ai piedi della medesima santa Chiesa, stabili nella fede cattolica, osserviamo la povertà e l’umiltà e il santo Vangelo del Signore nostro Gesù Cristo, che abbiamo fermamente promesso» (Rb 12, 4).
Facendomi interprete dei sentimenti di filiale venerazione dei miei confratelli Ministri generali Conventuali e Cappuccini, con i quali condividiamo la medesima Regola di vita, nonché del Ministro generale del Terz’Ordine Regolare, della Ministra generale dell’Ordine Francescano Secolare, del Vice Presidente della Conferenza dei Religiosi e delle Religiose che professano la Regola del Terz’Ordine Regolare, di tutte le Sorelle Clarisse, unite a noi nella preghiera, e di tutti i presenti, desidero esprimerLe la nostra più profonda gratitudine per averci ammessi alla Sua presenza. In questo suo paterno gesto riconosciamo l’amorevole cura che la santa madre Chiesa ha avuto lungo tutti questi secoli nei confronti della nostra Famiglia, fin da quando, ottocento anni fa, il nostro serafico padre, con umiltà e devozione, si prostrò con i suoi primi compagni dinanzi al Suo predecessore, Innocenzo III, per promettere obbedienza e riverenza (cfr. 3Comp 52).
Proprio alla vigilia della Sua felice elezione al soglio di Pietro, mentre Le rinnoviamo i nostri migliori auguri per il genetliaco da poco trascorso, le assicuriamo la nostra fervida preghiera e desideriamo, noi Ministri generali, rinnovare nelle Sue mani, Santo Padre, a nome di tutti i Frati sparsi nel mondo, il nostro impegno a vivere secondo la Regola. Imploriamo, per questo, anche la Sua apostolica benedizione, così da riprendere il nostro cammino e continuare a rendere testimonianza alla voce del Figlio di Dio con la parola e con le opere, facendo conoscere a tutti che non c’è nessuno onnipotente eccetto lui (cfr. LOrd 9).
Saluto del Ministro Generale al Capitolo delle stuoie
22/04/2009 - 19:43
15.04.2009 @ 22:03
Saluto del Ministro generale al Capitolo delle Stuoie (italiano)
Saluto del Ministro generale al Capitolo delle Stuoie
S. Maria degli Angeli, 15 aprile 2009
Carissimi,
il Capitolo delle Stuoie, che stiamo per iniziare, vuole essere una grande celebrazione di tutta la Famiglia Francescana in occasione degli 800 anni di approvazione della Regola di san Francesco da parte di papa Innocenzo III. È la prima volta nella storia che tutta la nostra Famiglia si ritrova insieme dove tutto ha avuto inizio, ad Assisi, davanti alla Porziuncola, per rendere grazie al Signore per il grande dono del carisma che san Francesco ha lasciato alla Chiesa.
Qui oggi non ci siamo solo noi, Frati del Primo Ordine, che professiamo di vivere il Vangelo secondo il proposito di vita di san Francesco e dei suoi primi compagni. A condividere e a partecipare della nostra gioia ci sono i Frati del Terz’Ordine Regolare; i rappresentanti dell’Ordine Francescano Secolare, della Gioventù Francescana e i delegati degli Istituti religiosi, maschili e femminili, che si ispirano al carisma di Francesco e Chiara d’Assisi; ci sono i rappresentanti del francescanesimo delle altre confessioni cristiane, perché lo spirito di Francesco unisce e supera le divisioni; ci sono, anche se non fisicamente presenti, le nostre Sorelle Clarisse, che seguiranno e parteciperanno a questo incontro dai loro monasteri, unite a noi nella preghiera e nella contemplazione delle grandi meraviglie che il Signore ha compiuto e compie nella vita dei francescani e delle francescane di ieri e di oggi. Tutti noi ci riconosciamo figli e figlie di quella rivelazione che il Signore fece a Francesco quando iniziò a dargli dei Fratelli; figli e figlie di quella intuizione originaria che il Santo scrisse con poche e semplici parole tratte dal Vangelo e che lo stesso Signor Papa approvò in quel lontano 1209.
Siamo qui convenuti da ogni parte del mondo a nome di tutti i nostri Fratelli e le nostre Sorelle, che hanno vissuto e vivono secondo questa forma di vita evangelica, per assaporare di nuovo la grazia delle nostre origini, la freschezza del messaggio di Francesco, che un giorno ha toccato le nostre vite e le ha profondamente trasformate. Siamo qui per dire e dirci la bellezza di una vita vissuta sulle orme di Gesù Cristo, povero e crocifisso; per rinnovare la fedeltà al carisma che abbiamo ricevuto, vivendo nella Chiesa il Vangelo in fraternità e minorità. Siamo qui per esprimere il nostro vivo desiderio di conversione a Colui che è «il bene, tutto il bene, il sommo bene»; per volgere ancora il nostro cuore al Dio trino ed uno; per lasciare da parte ogni preoccupazione e ogni affanno, così da poter meglio «servire, amare, onorare e adorare il Signore Iddio».
Sentiamo, infatti, il bisogno di fare una sosta per aprire il nostro cuore e metterci in ascolto di ciò che il Signore ci vorrà dire in questi giorni. In questo mondo sempre affascinante, ma a volte così complesso, ci si sente spesso disorientati e, allora, sulle nostre labbra riaffiora la domanda che anche Francesco faceva: «Signore, che vuoi che io faccia?». Anche noi attendiamo da Lui la risposta. Poiché sappiamo che solo la sua Parola può illuminare le nostre esistenze, ci mettiamo in ascolto perché ci parli nelle celebrazioni, negli incontri, nei momenti di penitenza e di gioia che vivremo insieme.
Ma come veri Fratelli ci disponiamo anche ad accoglierci gli uni gli altri. È la stessa Regola, che celebriamo, ad esortarci a questa accoglienza reciproca, quando dice: «E ovunque sono e si incontreranno i Frati, si mostrino familiari tra loro reciprocamente. E ciascuno manifesti con fiducia all’altro le sue necessità, poiché se la madre nutre e ama il suo figlio carnale, quanto più premurosamente uno deve amare e nutrire il suo fratello spirituale?» (Rb 6,7-8). Membri della stessa Famiglia, perché figli dello stesso Padre celeste, uniti dal vincolo della comune vocazione, ispirati dalla luce della stessa Regola, in questi giorni cercheremo, per quanto possibile, di condividere la nostra esperienza di fede e di metterci in ascolto di quella degli altri. Percorreremo così un breve tratto di strada assieme per poi ripartire per le strade del mondo, là dove il Signore chiama ciascuno.
Qui, oggi, il volto della nostra Fraternità diventa veramente universale e riconosciamo la verità di ciò che affermava il nostro serafico Padre, quando diceva che il Ministro generale dell’Ordine è lo Spirito Santo (cf 2Cel 779). Anche noi, sotto questa tenda, ci sentiamo riuniti dallo Spirito e, come in un nuovo cenacolo, desideriamo lasciarci accendere dal suo fuoco, per superare le nostre chiusure e annunciare a tutti il Vangelo della salvezza.
Come, infatti, dalla Porziuncola Francesco inviò i primi Frati per andare a due a due per il mondo, così anche noi idealmente vogliamo ripartire da qui per portare il messaggio evangelico della pace e della riconciliazione ad ogni cuore affranto e sofferente, a quanti patiscono a causa delle ingiustizie e delle guerre che ancora dilaniano le nostre terre, a chi non può avere il necessario per vivere, a coloro ai quali sono negati i diritti umani fondamentali, ad ogni fratello lebbroso del nostro tempo.
Siamo tornati qui, dove la Fraternità francescana ha mosso i suoi primi passi, per ritrovare le nostre origini, certi che la nostra identità francescana è ancora oggi una parola profetica per il mondo e che il nostro vivere il Vangelo, di cui la Regola è come il midollo, è la sola cosa che può aiutarci a rispondere con fiducia, fantasia e coraggio alle tante domande che gli uomini e le donne di oggi ci pongono.
Che questo Capitolo ci faccia ritrovare quello spirito che Giacomo da Vitry, uno dei primi osservatori della vita francescana, vedeva nei primi frati, tanto da dire di loro: «rinunciando a ogni proprietà, rinnegano se stessi e, prendendo la loro croce, nudi seguono Cristo nudo. Come Giuseppe, lasciano la veste; come la Samaritana, la loro anfora, e corrono spediti. Camminano davanti al volto del Signore, senza mai riguardare indietro. Dimentichi delle cose passate, si protendono sempre in avanti con passi incessanti, e volano come le nubi o come le colombe verso le loro colombaie, premunendosi con ogni diligenza e cautela perché non vi entri la morte».
Che anche la Famiglia Francescana di oggi sia sempre rivolta al futuro perché, rendendo grazie per il proprio passato, possa sempre vivere con passione il presente. Vorrei, infine, concludere questo mio saluto di benvenuto ricordando i nostri fratelli e le nostre sorelle della terra d’Abruzzo, così duramente colpiti da questo tremendo terremoto e a cui ci sentiamo tutti particolarmente vicini. Assicuriamo loro, soprattutto in questi giorni, la nostra preghiera perché il Signore accolga nella pace quanti hanno trovato la morte in questa sciagura e doni la consolazione a coloro che hanno perso i propri cari, le proprie case, i propri beni.
FR. JOSÉ RODRÍGUEZ CARBALLO, OFM
Ministro generale
e Presidente di turno





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