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Presentata la nota informativa sugli Ordinariati personali per gli anglicani che entrano nella Chiesa cattolica

Una risposta ragionevole e necessaria

per una comunione piena e visibile

Sta per essere pubblicata una Costituzione apostolica sugli Ordinariati personali per gli anglicani che entrano nella Chiesa cattolica. L'annuncio è stato dato dal cardinale William Levada, prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, martedì mattina, 20 ottobre, durante l'incontro con i giornalisti nella Sala Stampa della Santa Sede. Con il cardinale era presente anche l'arcivescovo Joseph Augustine Di Noia, segretario della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti.
L'iniziativa del Papa, ha spiegato il cardinale, risponde "alle numerose richieste pervenute da vari gruppi di chierici e di fedeli anglicani di diverse parti del mondo".
Rispondendo a una precisa domanda rivolta a questo proposito da un giornalista, il cardinale ha indicato approssimativamente "una trentina di pastori anglicani tra i promotori della richiesta".
Gli è stato poi domandato se la Costituzione potrà in qualche modo avere delle ricadute sul prossimo colloquio con i lefebvriani che, come è noto, prenderà il via lunedì 26 ottobre. Il cardinale - iniziando la risposta con una battuta sulla sua duplice veste di Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede e presidente della Ecclesia Dei - ha detto trattarsi "solo di una coincidenza temporale" perché "quando scrivevamo il provvedimento non pensavamo certamente alla Fraternità San Pio x". E poi ha ricordato che l'accordo con questi settori del clero anglicano, i quali hanno optato per il cattolicesimo, è stato raggiunto con l'approvazione della Comunione anglicana, guidata dall'arcivescovo Rowan Williams "il quale ha dato il proprio assenso all'operazione". Tanto che - come ha spiegato in apertura di conferenza stampa il gesuita Federico Lombardi - "nello stesso momento in cui inizia questa conferenza ne comincia una simile a Londra per presentare l'iniziativa".
Agenzie di stampa internazionali riferiscono che l'arcivescovo di Canterbury ha rilasciato alcune dichiarazioni per sottolineare che la decisione non è stata interpretata come un accordo per la soluzione delle questioni interne alla Comunione anglicana viste come problematiche, ma è una risposta alle richieste di singole persone. In questo senso - ha aggiunto l'arcivescovo - il documento non avrà assolutamente un impatto negativo nelle relazioni tra la Comunione anglicana e la Chiesa cattolica. Il cardinale Levada, rispondendo a una precisa domanda proprio sulla questione delle donne ordinate e dei ministri omosessuali, ha detto che se non ci fossero stati questi problemi "probabilmente saremmo molto più vicini. Ciò tuttavia non rappresenta in nessun modo una diminuzione del nostro impegno ecumenico".
L'arcivescovo Di Noia ha inquadrato l'iniziativa nella scia del concilio Vaticano ii e ha notato come anche questo nuovo passo nel cammino ecumenico si svolge su impulso dello Spirito Santo, così come tutte le altre iniziative volte a proseguire nel dialogo, poiché "questa è la volontà di Cristo".
Rispondendo alla domanda su cosa abbia spinto i fedeli anglicani a chiedere questa possibilità, il cardinale ha rivelato che si tratta di un centinaio di persone che già si sentivano comunque cattoliche e che hanno espresso il desiderio di condividere questo loro sentire con gli altri fedeli cattolici. Hanno anche dichiarato di accettare il ministero petrino come elemento voluto da Cristo per la sua Chiesa.
Il cardinale Levada ha anche tenuto a precisare che questa Costituzione apostolica è diretta solo alla Comunione anglicana. Dunque non avrà alcun effetto, ad esempio, per presbiteriani, luterani, riti latini, né tanto meno - ha aggiunto - avrà effetti per quanti hanno abbandonato il sacerdozio e si sono sposati. Quanto ai tempi di pubblicazione della Costituzione apostolica il cardinale Levada, mostrando il testo già in bozze, ha detto che occorreranno ancora almeno un paio di settimane.
(©L'Osservatore Romano - 21 ottobre 2009)



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4.10.2009 @ 08:00

San Francesco d’Assisi - omelia

SAN FRANCESCO D’ASSISI - (Assisi, 4 ottobre 2009)
Fr. José Rodrígez Carballo, ofm - Ministro generale
Sir 50,3-7; Sal 15; Gal 6,14-18; Mt 11,25-30

 


Perché a te? Perché a te? Perché a te, Frate Francesco? Era questa la domanda che uno dei suo compagni rivolgeva al padre e fratello Francesco. Perché a te? Perché a te? Perché a te, Frate Francesco? Perché tutto il mondo continua a guardare a te con profonda ammirazione dopo 800 anni dal tuo passaggio in mezzo a noi? Perché tanti uomini e donne continuano a venerarti come padre e maestro nella sequela di Cristo e cercano di imitare il tuo esempio? Perché credenti e non credenti si rifanno a te quando parlano dell’impegno per la giustizia, la pace e la difesa del creato? Perché a te? Perché a te? Perché a te, Frate Francesco?

Non so, cari fratelli e sorelle, quello che ci risponderebbe oggi Francesco, ma io, che mi sono posto tante volte questa domanda, penso che il segreto dell’attualità di Francesco stia – e questo talvolta non l’hanno capito quelli che non condividono la nostra fede – nell’essersi lasciato trasformare da Cristo. Francesco è, prima di tutto e soprattutto, questo: un credente, un uomo che si è incontrato con Cristo, povero e crocefisso, e si è lasciato rapire dalla sua bellezza. San Bonaventura lo definisce come l’amico di Cristo (LegM 13,3) e santa Chiara, che amava definirsi “pianticella” di Francesco, parla di lui nel suo Testamento come di un «vero amante e imitatore di Cristo» (TestsC 5). Questo è Francesco: un vero innamorato di Cristo, che arrivò ad identificarsi pienamente con Lui, al punto che gli si possono applicare letteralmente le parole che l’apostolo Paolo riferisce a se stesso: «non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me» (Gal 2,20). Come Paolo si è lasciato incontrare dal Risorto sulla via di Damasco, così Francesco si è lasciato incontrare da Cristo, povero e crocefisso, nell’eremo di San Damiano, nell’abbraccio al lebbroso, nell’ascolto della Sacra Scrittura alla Porziuncola. E da allora la sua vita è cambiata radicalmente.

«Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli» (Mt 11,25). Dopo il lutto per quelli che non accolgono la Parola (cf Mt 11,20-24), l’evangelista Matteo ci presenta la danza per quanti la accolgono. È il magnificat di Gesù al Padre per essersi rivelato ai piccoli. È la sapienza silenziosa, propria del povero. È la dotta ignoranza del pure di cuore, a cui Dio si mostra (cf Mt 5,8). I sapienti di questo mondo cercano un dio sapiente e potente. I piccoli, invece, trovano la sapienza e la potenza di Dio là dov’è, nella debolezza e nella croce: «quanto a me invece non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo» (Gal 6,14). Tra questi piccoli c’è Francesco. Il Frate Minore per eccellenza, colui che per amore dell’amante fu trasformato nell’Amato, come dice il Dottore Serafico (cf LegM 5). Dio non è oggetto della conquista dell’intelligenza, ma è inizio e fine del nostro amore. Dio non si affaccia alla finestra della nostra mente, ma cerca la porta per entrare nel nostro cuore.

Qui sta la ragione ultima dell’attualità di Francesco: nell’aver scoperto Cristo come unico bene, come recita il Salmo che la liturgia oggi ci propone (cf Sal 15). Cercare l’attualità del Poverello da qualche altra parte sarebbe sbagliare direzione. Se Francesco abbraccia il lebbroso, e questo abbraccio cambia il suo cuore, è perché nel lebbroso scopre Cristo lebbroso (cf LegM 1,6). Se canta la creazione come sorella, è perché in essa scopre il Creatore, del quale essa è rivelazione e nel quale trova significato (cf Cant 5). Se ama i suoi fratelli più di quanto una madre possa amare i propri figli (cf Rb 6,8), è perché in loro scopre dei doni del Signore (cf Test 14). Se lavora per la pace e la riconciliazione (cf. Spec 101), è perché ha scoperto che «Cristo è la nostra pace» (Ef 2,14). Francesco ha una visione cristiana dell’uomo e dell’universo. Per Francesco è tutto segno, tutto è sacramento. Egli vede Cristo all’inizio, al centro e alla fine di tutto. Cristo per Francesco è tutto: il principio e la fine, la ragione prima e ultima della sua esistenza e delle sue scelte più radicali di povertà e di minorità.

«Per me il vivere è Cristo» (Fil 1,21). Quando Francesco sperimenta la potenza della grazia divina è come se morisse e risorgesse. Tutte le ricchezze di prima, ogni motivo di orgoglio e sicurezza, tutto diventa una perdita da quando incontra Gesù crocifisso e risorto (cf Fil 3,7-11). In seguito, lasciare tutto, lasciarsi crocifiggere per il mondo (cf. Gal. 6,14), diventa quasi necessario per esprimere la sovrabbondanza del dono ricevuto. Questo dono è così grande che richiede un’espropriazione totale.

Francesco «ha compreso se stesso alla luce del Vangelo» (Benedetto XVI), alla luce di Cristo. Questo è ciò che veramente affascina del figlio di Madonna Pica: essersi convertito in Vangelo vivente. Ecco come ha riparato il tempio, ecco come ha fortificato il santuario, per usare le espressioni della prima lettura che abbiamo ascoltato (cf Sir 50,1). «Francesco, va’, ripara la mia casa che, come vedi, è tutta in rovina» (2Cel 10). Ma non è mettendo pietra su pietra che Francesco deve riparare la chiesa. Lo capirà più tardi. Il Poverello riparò la Chiesa, lasciandosi trasformare da Cristo e guardando da quel momento con gli occhi di Cristo e a partire da Cristo all’uomo e al mondo. Il figlio di Bernardone consolidò la Chiesa (cfr Sir 50,1), amando appassionatamente Cristo e, con il cuore di Cristo, amando l’intera umanità, soprattutto quella ferita, che giace ai lati della strada mezza morta. Lo stigmatizzato della Verna protesse il suo popolo e rese sicura la città (cf Sir 50,4), assumendo per sé e per tutti coloro che lo seguono la forma santo Vangelo.

Sono passati 800 anni da quando è iniziata l’avventura evangelica di Francesco. E oggi come ieri Francesco ci indica Cristo. Francesco non è la meta, ma un esempio da seguire, un esempio nella ricerca del Signore. E una volta trovatolo, Francesco diventa esempio di sequela radicale e di consegna di sé a Cristo e agli altri, soprattutto ai più poveri. Così visse Francesco e così sono chiamati a vivere quanti si dicono suoi seguaci o ammiratori.

 


– Francesco, padre e fratello, vieni, insegnaci come seguire Cristo sulla strada tracciata dal Vangelo.

– Francesco, padre e fratello, vieni, insegnaci a scoprire Cristo, povero e crocifisso, come lo hai scoperto tu e a servirlo, servendo i più piccoli, gli ultimi e gli esclusi.

– Francesco, padre e fratello, ottieni per noi dal Signore un cuore da poveri, perché possiamo ricevere la grazia della rivelazione dei segreti del Regno.

– Francesco, padre e fratello, ottieni per noi dal Signore la grazia di rinnovarci nello spirito del Vangelo e di restituirlo con la nostra vita e le nostre parole.

– Francesco, padre e fratello, ottieni per noi dal Signore la grazia di guardare all’umanità e alla creazione con i suoi occhi e di amarle con il suo cuore.

– Francesco, padre e fratello, vieni, abbiamo bisogno di te. Ha bisogno di te questo mondo diviso e frammentato a causa della violenza e della guerra, perché tu gli mostri la via della pace e della riconciliazione. Ha bisogno di te la Chiesa, perché tu gli ricordi che vivere e annunciare il Vangelo è la sua ragion d’essere. Ha bisogno di te l’Ordine francescano, per ricordarci che solo vivendo la forma di vita che ci hai lasciato, in fedeltà creativa e gioiosa, potremo rinnovare la società e la Chiesa che tanto amiamo.

– Vieni, fratello e padre Francesco, abbiamo bisogno di te.


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ASSISI
NOVENA DI SAN FRANCESCO






24 SETTEMBRE - 2 OTTOBRE
Basilica Inferiore - ore 18.00 S. Messa.


MARTEDÌ 29 SETTEMBRE
Basilica Inferiore - ore 16.00 S. Messa
Pellegrinaggio degli Ammalati e Anziani


VENERDÌ 2 OTTOBRE
Ore 11.00 Camera dei Deputati - Sala della Lupa
Celebrazione del 700 anniversario della proclamazione
di S. Francesco d'Assisi Patrono d'Italia


SABATO 3 OTTOBRE


Basilica di Santa Maria degli Angeli in Porziuncola
Ore 17.30 Accoglienza delle Autorità da parte
di p. FABRIZIO MIGLIASSO,
Custode del Convento di S. Maria degli Angeli
in Porziuncola


Solenne Commemorazione
del Transito di san Francesco
presiede S.E. Mons. SALVATORE LIGORIO,
Arcivescovo di Matera - Irsina e Vice presidente
Conferenza Episcopale della Basilicata
Offerta dei doni da parte del Sindaco di Assisi
e delle Autorità Istituzionali della Basilicata


Basilica inferiore di San Francesco - Assisi
Ore 18.00 Celebrazione vigiliare


Tomba di San Francesco:
ore 6.15 - S. Messa: presiede P. GIUSEPPE PIEMONTESE,
Custode del Sacro Convento di San Francesco


Basilica inferiore:
ore 7.00 - S. Messa: presiede P. MARco TASCA,
Ministro Generale o.PM. Conv.
ore 8.00 - S. Messa: presiede S.Em. ATTILIO NICORA,
Cardinale Legato Pontificio
SS. Messe: ore 12.00 - 17.15 -18.30

Basilica superiore di San Francesco in Assisi
Ore 09.30 Accoglienza delle Autorità da parte
di p. GIUSEPPE PIEMONTESE,
Custode del Sacro Convento di San Francesco


Diretta televisiva su RAIUNO
Ore 10.00 Solenne Concelebrazione
in Cappella Papale presieduta da
S.Em. Mons. AGOSTINO SUPERBO
Arcivescovo Metropolita di Potenza - Muro
Lucano - Marsico Nuovo, Vicepresidente CEI


Prima del "Gloria", il Sindaco
di Potenza VITO SANTARSIERO
affiancato dai Sindaci dei capiluoghi ,
riaccenderà la "Lampada votiva"
con l'olio offerto dalla Regione Basilicata.


All'Offertorio le Autorità civili insieme al
fedeli presentano doni e prodotti tipici della
Regione Basilicata al Santo Patrono d'Italia.


Loggia antistante la Piazza inferiore
Ore 11.30 Saluto di P. MARCO TASCA
Ministro Generale dell'Ordine dei Frati
Minori Conventuali


Messaggio all'Italia del Ministro Rappresentante
il Governo Italiano
Saluto dell'On. VITO DE FILIPPO
Presidente della Regione Basilicata


Basilica inferiore di San Francesco in Assisi
Ore 16.00 Celebrazione Solenne dei Vespri Pontifìcali
presieduta da S.E. Mons. FRANCESCO
ANTONIO NOLÈ O.F.M. Conv., Vescovo
di Tursi - Lagonegro


O re 16.45 Processione dalla Basilica inferiore alla Piazza
superiore della Basilica
Benedizione dell' ltalia e del mondo con
l'Autografo della Benedizione di S. Francesco
Benedizione e consegna dei ramoscelli
di ulivo alle Autorità e al popolo
mentre si esegue il "Cantico delle Creature"
La Cappella Musicale della Basilica - il4 ottobre - esegue
"La Messa Lucana", per solo coro e orchestra, in prima
esecuzione, diretta dall 'aurore P. Giuseppe Magrino,
O.F.M. Conv. - Organista: Eugenio Becchetti.

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Per giovani dai 17 ai 35 anni che vogliono percorrere un itinerario di discernimento vocazionale e confrontarsi con il carisma della famiglia francescana dei Frati minori. Gli incontri si terranno presso il Convento S. Maria degli Angeli in Marano di Napoli.


CALENDARIO 2009/2010

1-4 ottobre: ritiro in preparazione alla solennità di S. Francesco
24-25 ottobre
2-3 
novembre
5-6 e
22-24 dicembre: ritiro in preparazione al S. Natale
16-17
gennaio
6-7
febbraio
20-21
marzo
1-3
aprile: ritiro in preparazione alla S. Pasqua di Resurrezione
8-9 e 29-30 
maggio
12-13 e 26-27
giugno

 


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Professione solenne

di Giovanna d'arco

26/09/2009 - 15:13

Data : 27-settembre-2009
Oggetto: Professione solenne: fr.Adriano Pannozzo
Descrizione: Il giorno 27 settembre c.a., nella Chiesa parrocchiale di S. Francesco in Fondi (LT), fra Agostino Esposito, Ministro Provinciale, durante la concelebrazione eucaristica delle ore 19.00, accoglierà la professione solenne di FRA ADRIANO PANNOZZO annoverandolo per sempre tra i frati minori della Provincia Napoletana del SS. Cuore di Gesù.




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Lettera del Ministro e del Definitorio generale per la Festa di san Francesco


SEGUIRE IL SANTO VANGELO
PER RENDERLO OGGI VIVO E VISIBILE


Carissimi fratelli,
Il Signore Gesù doni a ciascuno di voi
ogni bene e la Sua pace.
All’inizio del nostro servizio alla Fraternità
universale, e continuando una tradizione ormai
consolidata, in occasione della festa del nostro
serafico Padre san Francesco desideriamo inviarvi
un saluto fraterno e un semplice messaggio per
riprendere insieme il cammino della nostra vita e
missione francescana, «con autenticità e aperti al
futuro».
Abbiamo percorso tre anni di riflessione, di
approfondimento, di riscoperta della “grazia delle
origini”, e siamo stati ricondotti all’ispirazione originaria
del nostro carisma, all’«intuizione» primordiale
di Francesco, ispirata dal Signore, che ha preceduto
l’«istituzione» che ne è seguita. Rendiamo
insieme grazie al Signore per i molteplici frutti che
tale risalita al “bocciolo” originario ha sicuramente
prodotto nelle Fraternità e nelle Entità dell’Ordine.
È stato come un ritorno al «primo amore» e quanto
vorremmo che l’entusiasmo e la passione delle
origini possa continuare ad alimentare e rendere
dinamica la nostra fedeltà quotidiana! Riandando
all’origine del nostro carisma abbiamo incontrato
con occhi nuovi Francesco, ma non abbiamo voluto
tornare indietro, come ad un passato storico e
nostalgico; abbiamo invece rivisitato l’esperienza
fondante di Francesco come l’icona del nostro futuro,
come la forma vitae che tutti siamo chiamati
a realizzare e rendere eloquente testimonianza per
il mondo di oggi.
Quando noi celebriamo la “grazia delle origini”
guardiamo a Francesco d’Assisi. Ma Francesco,
per andare alla radice del suo progetto di vita,
vedeva Gesù Cristo, presente nel lebbroso baciato,
visibile nel Crocifisso di san Damiano, ispiratore
nella Parola ascoltata alla Porziuncola. E quando


ancora Francesco non sapeva cosa dovesse fare, il
Signore stesso gli rivelò che doveva «vivere secondo
la forma del santo Vangelo» (Test 14). Francesco
rinvia noi tutti al Vangelo, alla persona di Gesù
povero e crocifisso! Questo è il grande dono che
anche noi abbiamo ricevuto! Di questo dono unico,
come degli altri innumerevoli doni che riceviamo
– il dono della vita, della vocazione, dei fratelli,
della Parola, dell’Eucaristia – noi rendiamo continuamente
grazie al Signore e Gli siamo profondamente
riconoscenti. Il recente Capitolo generale ce lo ha ricordato
e riproposto con chiarezza: «È questa la buona
notizia che abbiamo ricevuto: il Vangelo di Gesù
Cristo Figlio di Dio, dono che cambiò la vita di
Francesco d’Assisi e che cambia quella di ciascuno
di noi» (Portatori del dono del Vangelo [PdV]
5). «Osservare il santo Vangelo» (Rb 1,1), che vuol
dire «seguire l’insegnamento e le orme del Signore
nostro Gesù Cristo» (Rnb 1,1) è la nostra «regola e
vita» (Rb 1, 1). Come Francesco «comprese se stesso
interamente alla luce del Vangelo» (Benedetto
XVI), così anche noi siamo chiamati a ripartire dal
Vangelo per viverlo nelle diverse e mutevoli condizioni
attuali in cui ciascuno si trova, insieme con
Francesco e come Francesco ce lo ha trasmesso. In
questo modo, in fedeltà gioiosa e creativa (cf. VC
37), daremmo risposte adeguate ai segni dei tempi,
come ci ha chiesto il Capitolo generale 2003 (cf. Il
Signore ti dia pace 6). Per poter «seguire più da vicino il Vangelo»
(CCGG 5,2), come abbiamo promesso, per tenere
«ferme le parole, la vita e l’insegnamento e il
santo Vangelo» (Rnb 22,12) di Gesù, dobbiamo in
primo luogo accogliere sempre nelle nostre vite la
Parola che ci viene donata, accogliere il Vangelo
come dono gratuito che ci viene offerto ogni giorno,
accoglierlo con l’assidua lettura orante della
Parola, che purifica le nostre intenzioni, guida le
nostre azioni, tiene vivo il fuoco della missione.


Con le parole del Capitolo generale straordinario
del 2006, che riprende quelle del Ministro generale,
ci ridiciamo con forza e con convinzione: «Torniamo
al Vangelo e la nostra vita riavrà la poesia,
la bellezza e l’incanto delle origni… Liberiamo il
Vangelo e il Vangelo libererà noi» (Il Signore ci
parla lungo il cammino 14). Lasciamoci liberare
dal torpore spirituale, dall’arida abitudine, dalla
stanchezza e dalla rassegnazione, per ripartire con
il Cristo e la sua Parola, accompagnati da Francesco,
con il forte desiderio di essere veri discepoli di
Gesù nel mondo e per il mondo di oggi.
Ma non possiamo essere veri discepoli se
non siamo nello stesso tempo anche testimoni e
missionari di Gesù, c’insegna san Francesco. Il
Vangelo ricevuto e accolto non possiamo tenerlo
solo per noi: dobbiamo restituirlo andando per il
mondo ad annunciarlo a tutti gli uomini. È quanto
il Capitolo generale ci ha detto chiamandoci «portatori
del dono del Vangelo». Sì, il Vangelo che
è la nostra forma vitae, il Vangelo che è all’origine
delle nostre Fraternità e della nostra missione
evangelizzatrice, dobbiamo restituirlo con la testimonianza
dell’amore reciproco nelle Fraternità,
con l’annuncio esplicito, con le scelte evangeliche
coraggiose per «incarnare il Vangelo in maniera
concreta» (PdV 8), con la fantasia creatrice che sa
trovare, nelle diverse circostanze, forme nuove e
adatte ai diversi destinatari del mondo odierno.
Il dono del Vangelo, accolto e restituito secondo
la logica evangelica del dono (cf. Il Signore ci
parla lungo il cammino, 19ss), è dunque la nostra
“professione” fondamentale. Secondo le recenti
ricostruzioni storiche del probabile contenuto
essenziale della Proto-Regola presentata al Papa
Innocenzo III Francesco non avrebbe precisato
nessuna modalità di attività apostoliche, avrebbe
invece chiaramente indicato le condizioni della sequela
Christi, la sua maniera di intendere e di voler
vivere radicalmente il Vangelo: spirito di orazione
e devozione, fraternità, povertà e minorità, “annuncio
del Vangelo di pace” (PdV 9), predicazione ed
evangelizzazione (cfr. CCGG 1,2). Sono le Priorità
che abbiamo cercato di approfondire e di mettere
in atto in questi ultimi anni e che ora ritroviamo
radicate nella scelta fondamentale del Vangelo vissuto

sine glossa, sul quale le medesime Priorità
ritrovano la loro unità carismatica.
Il Capitolo generale ha voluto riproporre
ancora le Priorità in quanto «valori fondamentali»,
rivisitate sotto una duplice luce: da una parte come
dimensioni evangeliche del discepolo-missionario,
e dunque «in chiave di missione evangelizzatrice e
nella prospettiva di apertura al mondo» (Mandati
del Capitolo generale 1); dall’altra come impegno
e responsabilità di ciascuna Entità che deve
«trovare una propria metodologia o un processo
per studiare, approfondire e mettere in pratica le
Priorità» (Mandati del Capitolo generale 6).
Questo è il cammino concreto che il Capitolo
di Pentecoste 2009 ci ha indicato e che ciascun
Frate, ogni Fraternità ed Entità, sono chiamati a riprendere
e percorrere sin da adesso.
Ora ci preme sottolineare l’importanza
assoluta di entrare tutti nella dinamica della logica
del dono per superare anzitutto ogni forma
di “immobilismo” spirituale e pastorale, per superare
qualsiasi tendenza o tentazione di “autoreferenzialità”
che chiude ogni orizzonte, in modo
da aprirsi, anche espropriandosi di tante forme di
indebita appropriazione, e andare ad «abitare le
frontiere» antropologiche e sociali, curare le ferite
provocate dalle «fessure di un mondo frammentato,
con un impegno di integrazione per superare
queste ed altre dicotomie, come cammino
di restituzione» (PdV 22). Riteniamo ugualmente
importante promuovere tra di noi una «sensibilità
sociale» (cfr. PdV 29-30) ed avviarci tutti verso
una nuova «evangelizzazione condivisa» promuovendo
«la condivisione della nostra missione
con i laici» nostri fratelli (cfr. PdV 25-27).
Noi, nuovo Definitorio generale, prenderemo
il nostro tempo nella seconda metà di settembre
fino alla prima settimana di ottobre per fare insieme
una riflessione approfondita sul documento del
Capitolo generale. Continueremo nei mesi successivi
e verso Natale pensiamo di fare conoscere a
tutti voi il frutto delle nostre riflessioni e le deci

sioni che lo Spirito ci suggerirà per l’animazione
dell’Ordine e la attuazione dei Mandati capitolari.
In questo primo messaggio abbiamo voluto
semplicemente riportare noi e voi al contenuto essenziale
della nostra Regola, il Vangelo, che poi è
la Persona stessa di Gesù, che abbiamo promesso di
“seguire” più che di “imitare” , per renderlo vivo e
visibile agli uomini di oggi.
Il modo migliore per onorare e celebrare san
Francesco è quello di rivivere fedelmente l’eredità
che ci ha lasciato: ascoltare e accogliere in noi il

Vangelo di Gesù, viverlo con autenticità e totalità
di adesione, restituirlo agli uomini e alle donne di
oggi, «camminando per le strade del mondo come
Frati Minori evangelizzatori con il cuore rivolto al
Signore» (PdV 10).
Buona festa del nostro Padre san Francesco,
al quale chiediamo che ci benedica come suoi figli
e ci accompagni sul cammino del Vangelo.


I vostri fratelli del Definitorio generale:

Fr. José Rodríguez Carballo ofm (Min. gen.)
Fr. Michael Anthony Perry, ofm (Vic. gen.)
Fr. Vincenzo Brocanelli, ofm (Def. gen.)
Fr. Vicente-Emilio Felipe Tapia, ofm (Def. gen.)
Fr. Nestor Inácio Schwerz, ofm (Def. gen.)
Fr. Francis William Walter, ofm (Def. gen.)
Fr. Roger Marchal, ofm (Def. gen.)
Fr. Ernest Karol Siekierka, ofm (Def. gen.)
Fr. Paskalis Bruno Syukur, ofm (Def. gen.)
Fr. Julio César Bunader, ofm (Def. gen.)
Fr. Vincent Mduduzi Zungu, ofm (Def. gen.)


Roma, 17 settembre 2009
Festa delle Stigmate di san Francesco
Prot.100238


fonte:www.ofm.org


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18 SETTEMBRE

SAN GIUSEPPE DA COPERTINO





La santità non è nei fenomeni mistici.

"Vi è un'opinione troppo diffusa e accettata, forse a causa dei trattati di mistica moderni e del modo di scrivere la vita dei santi. Ci si è abituati a vedere la santità in manifestazioni straordinarie, che talvolta la caratterizzano o nei modi dei quali Dio si vale per prepararla, accrescerla, manifestarla, quando gli piace, modi che non sono la santità, né la sua essenziale manifestazione.

Anche quando la causa di tali manifestazioni è divina, non bisogna darci soverchia importanza, dato che non potrebbero rivelare la profondità e il valore reale dell'azione divina, che, generalmente, tanto più è intensa quanto meno si tradisce all'esterno.

Quando si leggono le vite dei Padri e dei grandi contemplativi dell'antichità, si resta colpiti dal silenzio quasi completo, che essi mantengono circa gli effetti esteriori della contemplazione soprannaturale... Per essi l'unione con Dio, la vera santità consiste nella pratica eroica delle virtù teologali e cardinali...

I Santi sono uomini come gli altri, che hanno però preso sul serio le condizioni della loro creazione e il fine che Dio si è proposto nel crearli" (M.me Cecile Bruyère, La vie spirituelle et l'oraison, Mame, 1950, p. 42, 338).



Scopo dei privilegi.

Tuttavia accade che Dio conceda, a qualcuno dei suoi servi, privilegi che non sono per necessità segno della santità, ma piuttosto ricompensa e che soprattutto sono utili nella Chiesa per la salvezza, la conversione, la santificazione delle anime, che con stupore li notano. Dio li concede quando crede e, quando crede, anche li toglie e il segno della sua azione divina sta piuttosto nell'umiltà, che sempre sa conservare colui che è oggetto della divina liberalità.



Privilegi di san Giuseppe.

Due privilegi sono stati concessi a san Giuseppe da Copertino e lo hanno reso celebre, ma gli hanno procurato ancor più sofferenze e umiliazioni: il dono di essere alzato da terra come per un'esplosione di amore di Dio, e quello di leggere nelle anime, come se fossero libri aperti davanti ai suoi occhi. Il povero e ignorante religioso aveva penato per farsi ammettere nell'Ordine dei Frati Minori, perché sembrava buono a nulla ed era stato ordinato sacerdote solo perché il vescovo, che aveva fiducia in lui, non lo aveva sottoposto ad esame. Ma Dio voleva manifestare in questo ignorante, il quale aveva tanto mortificato la sua carne e subito tante umiliazioni e obbrobri, i privilegi che le nostre anime e i nostri corpi avranno dopo la risurrezione. I corpi risuscitati possono spostarsi da un luogo all'altro con grande rapidità, elevarsi verso Dio, senza peso o ostacoli e le anime potranno leggere nelle altre anime ciò che la grazia del Signore vi avrà deposto, dal giorno del battesimo fino alla glorificazione.



VITA. - Giuseppe nacque il 17 giugno 1603 a Copertino, nel regno di Napoli. Era di famiglia tanto povera che la madre lo mise al mondo in una stalla, ma gli diede una educazione piissima e severa. Già nell'infanzia la sua preghiera era così fervorosa e costante che parve non capire altro e non occuparsi d'altro che di Dio. Entrò a 17 anni nell'Ordine dei Minori Conventuali, ma fu necessario dimetterlo, perché, se erano notati i suoi rapimenti come le sue virtù, non erano meno notate le sue incapacità a qualsiasi lavoro e inoltre era sempre fuori della regola. Però i Conventuali ci ripensarono ed egli entrò nel noviziato e fu anche ordinato sacerdote, nonostante l'ignoranza della scolastica. I superiori lo designarono alla predicazione e tosto il suo linguaggio, semplice e infiammato, convertì molti peccatori. Le sue estasi, la sua vita tra cielo e terra, il dono di leggere nelle anime, gli valsero grande celebrità e molte persecuzioni e fu denunciato alla Inquisizione. L'Inquisizione riconobbe la sua virtù, ma ordinò che, per prudenza, fosse tenuto fisso in un convento dell'Ordine. Felice di tale decisione, passò gli ultimi anni della sua vita nella preghiera e nel silenzio. Morì a Osimo, presso Loreto, nel 1663; fu beatificato nel 1753 da Benedetto XIV e canonizzato da Clemente XIII nel 1767.



Preghiera.

Lodiamo Dio per i doni prodigiosi che ti ha fatto, o Giuseppe, ma le tue virtù sono doni più grandi. Senza di queste, quelli sarebbero stati sospetti per la Chiesa tanto più circospetta perché da tanto tempo il mondo applaudiva e ammirava. Obbedienza, pazienza, carità, crescendo in mezzo alle prove, posero in te il segno dell'autenticità divina incontestabile ai fatti straordinari, che il nemico può scimmiescamente contraffare. Satana può portare Simone in alto, ma non sa fare umile un uomo. Degno figlio del serafico d'Assisi, fa' che noi possiamo, sulle tue orme volare non nell'aria, ma nelle regioni della luce vera, lontani dalla terra e dalle passioni, la nostra vita possa essere, come la tua, nascosta in Dio (Colletta e Antifona propria della festa; Col 3,3).



da: dom Prosper Guéranger, L'anno liturgico. - II. Tempo Pasquale e dopo la Pentecoste, trad. it. L. Roberti, P. Graziani e P. Suffia, Alba, 1959, p. 1092-1093


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17.09.2009 @ 22:57

Sono stato crocifisso con Cristo

Sono stato crocifisso con Cristo
José Rodríguez Carballo, OFM Ministro generale
Monte Verna 17 Settembre 2009 - Gal 6, 14-18; Lc 9,23-26


Cari fratelli e sorelle, cari pellegrini, «La grazia del Signore nostro Gesù Cristo sia con il vostro spirito. Amen» (Gal 6,18).

Con il cuore ricolmo di commozione, anche quest’anno, siamo saliti su questo santo monte, toccato dal dito dell’Onnipotente e segnato dalla presenza del Poverello, per incontrarci con “il crocifisso della Verna”, con Francesco d’Assisi, l’alter Christus, nel cui corpo il Signore, due anni prima della sua morte, volle imprimere le stimmate della sua passione, per infiammare il nostro spirito con il fuoco del suo amore (cf Colletta), e attraverso Francesco, incontrarci con colui che lui stesso canta come l’«altissimo, onnipotente, bon Signore» (Cant 1).

Francesco, che fin dalla sua conversione nutrì una profonda e tenera devozione a Cristo crocifisso, desiderò ardentemente configurarsi a Lui «nelle sofferenze e nei dolori della passione» (LegM XIII, 2). E qui, a poca distanza da dove ci troviamo, «un mattino, all’appressarsi della festa dell’Esaltazione della Santa Croce», l’«amico di Cristo», come lo chiama san Bonaventura, venne «trasformato tutto nel ritratto visibile di Cristo crocifisso, non mediante il martirio della carne, ma mediante l’incendio dello spirito», portando nelle mani, nei piedi e nel costato le stigmate di Gesù, «come quelle che poco prima aveva osservato nell’immagine dell’uomo crocifisso (LegM XIII, 3).

È così che Francesco si trasforma nell’immagine del Crocifisso e da vero amante si configura interamente a Lui. Da questo momento potrà davvero far sue le parole di Paolo: «sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me» (Gal 2,20); e anche quelle che abbiamo ascoltato nella la prima lettura: «Quanto a me invece non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo, per mezzo della quale il mondo per me è stato crocifisso, come io per il mondo … D’ora innanzi nessuno mi procuri fastidi: difatti io porto le stigmate di Gesù nel mio corpo (Gal 6,14.17).

Francesco sta vivendo forse il momento peggiore della sua vita. Una delle sue biografie, lo Specchio di perfezione, parla di tentazioni, tribolazioni e sofferenze (cf Sp 99). Francesco soffre nel suo corpo, pieno di malattie, ma soffre in particolare nello spirito: i suoi, quelli che ha sempre accolto come un dono di Dio – «il Signore mi diede dei fratelli», dice nel suo Testamento (14) – sono quelli che ormai non lo ritengono più necessario e rifiutano i suoi insegnamenti perché sembrano troppo radicali. La sua vita, umanamente parlando, gli si presenta come una frustrazione. E in questa situazione, come reagisce Francesco?

Guardiamo alle Lodi di Dio Altissimo che Francesco ha composto qui alla Verna proprio dopo lo stigmatizzazione. Nel mezzo della grande notte oscura che sta attraversando, il Poverello scopre che il Signore è tutto: «il bene, ogni bene, il sommo bene» (LodAl 3). Nel mezzo della tempesta interiore l’assisiense comincia a cantare: Tu sei sapienza, umiltà, pazienza, bellezza, mansuetudine, sicurezza, quiete, gioia, speranza e letizia, giustizia, temperanza e tutta la nostra ricchezza a sufficienza (cf LodAl, 4s). E quando tutti i sostegni umani vengono meno, Francesco dice: Tu sei bellezza, protettore, custode e difensore, Tu sei refrigerio, Tu sei tutta la nostra dolcezza (cf LodAl 6s). Francesco ha finalmente capito che la vera felicità, la vera gioia, non nasce dall’autorealizzazione, dalle risposte gratificanti che gli altri possono dare, ma dall’adempimento del progetto del Signore. Se le stigmate sono la risposta del Signore all’autenticità di Francesco, «alla [sua] ricerca del volere di Dio, a cui bramava con sommo ardore di conformarsi in tutto e per tutto», come afferma il Dottore Serafico (LegM XIII, 1), le Lodi di Dio Altissimo sono la risposta credente di Francesco che sperimenta nella propria carne che cosa significa rinnegare se stessi, prendere la propria croce ogni giorno e seguire Gesù, come è detto nel Vangelo che abbiamo ascoltato (cf Lc 9,23). Se Gesù stesso ha sofferto tentazioni, tribolazioni, afflizioni, e aveva provato nella sua carne il prezzo del tradimento di uno dei suoi amici, che cosa poteva aspettarsi Francesco volendo seguire le sue orme? Finalmente Francesco può dire: «per me il vivere è Cristo» (Fil 1, 21). Vivere come Gesù, seguire le sue orme, vivere di Cristo: questo è ormai il solo progetto esistenziale di Francesco. Essere tutto per Colui che è il tutto.

Cari fratelli e amici, la nostra salita sul monte della Verna non può lasciarci indifferenti al messaggio che gridano queste rocce. Esse ci parlano di amore e passione. Amore di Gesù per l’umanità: «Avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine» (Gv 13,1). Amore di un uomo, Francesco d’Assisi, per il Dio vivo e vero; amore che lo ha portato a configurarsi in tutto al volto visibile di Dio, al Crocifisso, diventando «di lui vero amante e imitatore», come lo ha definito sorella Chiara (TestsC 5). Ma questo monte ci parla anche della necessità di tornare ai fratelli, anche a quelli che ci fanno soffrire, per condividere con loro ciò che il Signore opera in ciascuno. Francesco, stando alle fonti biografiche, soffriva intensamente perché i fratelli non comprendevano la sua situazione e perché lui non poteva mostrare loro la gioia che era nel suo cuore. D’altra parte non tiene per sé il dono ricevuto, lo condivide scendendo dalla montagna e portando a tutti l’immagine del Cristo crocifisso (cf LegM 5).

Alla luce di questa esperienza veramente mistica di Francesco due sono gli inviti molto concreti che ci rivolge oggi lo stigmatizzato della Verna: configurarci all’amore che ci ha amati per primo (cf 1Gv 4,19); essere per i nostri fratelli immagini viventi di Cristo e del suo amore per l’umanità, in particolare quella sofferente.

Amici e fratelli, noi, che siamo stati toccati dall’amore di Cristo, che siamo stati chiamati ad essere discepoli e a seguirlo nel Vangelo, conosciamo il percorso per rispondere a questo amore e a questa vocazione: rinnegare noi stessi e prendere la croce ogni giorno. Il programma di viaggio non è facile, ma Francesco ci grida: non abbiate paura, nulla è impossibile perché il Signore è la nostra forza.

Francesco, vieni, torna tra noi, abbiamo bisogno di te, perché tu ci dica che la gioia vera non sta nella sapienza umana, nelle ricchezze, nelle ricompense che ci vengono dagli uomini, ma nell’essere fedeli al progetto del Signore.

Francesco, vieni, torna tra noi, abbiamo bisogno di te, per imparare che per seguire Gesù vi è un solo percorso: quello seguito anche da Lui, fatto di espropriazione e di rinnegamento di sé.

Francesco, vieni, torna tra noi, abbiamo bisogno di te, perché tu ci dica come amare coloro che ci fanno soffrire e come fare perché l’Amore sia ogni giorno un po’ più amato; per convertirci, anche noi, in amici di Cristo, in veri suoi amanti e imitatori.

Vieni, Frate Francesco. Abbiamo bisogno di te…

 

 


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Francesco, mediante le sacre Stimmate, prese l’immagine del Crocifisso

Dalla «Legenda minor» di san Bonaventura


Francesco, servo fedele e ministro di Cristo, due anni prima di rendere a Dio il suo spirito, si ritirò in un luogo alto e solitario, chiamato monte della Verna, per farvi una quaresima in onore di san Michele Arcangelo. Fin dal principio, sentì con molta più abbondanza del solito la dolcezza della contemplazione delle cose divine e, infiammato maggiormente di desideri celesti, si sentì favorito sempre più di ispirazioni dall’alto.

 



Un mattino, verso la festa dell’Esaltazione della santa Croce; raccolto in preghiera sulla sommità del monte, mentre era trasportato in Dio da ardori serafici, vide la figura di un Serafino discendente dal cielo. Aveva sei ali risplendenti e fiammanti. Con volo velocissimo giunse e si fermò, sollevato da terra, vicino all’uomo di Dio. Apparve allora non solo alato ma anche crocifisso.
A questa vista Francesco fu ripieno di stupore e nel suo animo c’erano, al tempo stesso, dolore e gaudio. Provava una letizia sovrabbondante vedendo Cristo in aspetto benigno, apparirgli in modo tanto ammirabile quanto affettuoso ma al mirarlo così confitto alla croce, la sua anima era ferita da una spada di compaziente dolore.
Dopo un arcano e intimo colloquio, quando la visione disparve, lasciò nella sua anima un ardore serafico e, nello stesso tempo, lasciò nella sua carne i segni esterni della passione, come se fossero stati impressi dei sigilli sul corpo, reso tenero dalla forza fondente del fuoco.
Subito incominciarono ad apparire nelle sue mani e nei suoi piedi i segni dei chiodi; nell’incàvo delle mani e nella parte superiore dei piedi apparivano le capocchie, e dall’altra parte le punte. Il lato destro del corpo, come se fosse stato trafitto da un colpo di lancia, era solcato da una cicatrice rossa, che spesso emetteva sangue.
Dopo che l’uomo nuovo Francesco apparve insignito, mediante insolito e stupendo miracolo, delle sacre stimmate, discese dal monte. Privilegio mai concesso nei secoli passati, egli portava con sé l’immagine del Crocifisso, non scolpita da artista umano in tavole di pietra o di legno, ma tracciata nella sua carne dal dito del Dio vivente.

 

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Il santuario sotto il cielo di san Giovanni Maria Vianney

Nel piccolo villaggio

di un grande santo


da Ars
Marco Roncalli

Sta per calare il tramonto nella cittadella del sacerdozio. E non si vede troppa gente in giro. Preti a parte, che ad Ars sembrano non mancare mai. Alcuni sono soli e capita di vederli in clergyman, fermi nelle loro auto sotto i platani, mentre recitano il breviario. Altri indugiano a gruppetti fuori dal Foyer Sacerdotale Jean-Paul ii, lo spazio d'accoglienza gestito dalla società Saint Jean-Marie Vianney che li fa sentire a casa propria. Qualcuno è lì nel centro del paese, scatta l'ultima foto o esce dalla libreria religiosa, quasi davanti alla basilica costruita a ridosso della vecchia chiesa. Senti sempre ripetere che non ci sono vocazioni e a vedere tanti sacerdoti insieme, anche giovani, ti si rinfranca il cuore.
Non importa se sono volti anonimi di cui tutt'al più intuisci la provenienza, complici il dialetto veneto o la cadenza milanese, la lingua francese o polacca, i lineamenti orientali, dell'America Latina, dell'Africa. Sono gli stessi volti fugacemente incrociati lungo il giorno. Quando hai visto i loro occhi curiosi nella disadorna Maison du Saint Curé o il loro abbandono orante nella Cappella del Cuore edificata nel 1930, luogo di profondo raccoglimento. O quando li hai guardati in ginocchio sulla balaustra davanti all'urna con le spoglie dell'abbé nella sua chiesa parrocchiale e ti sei chiesto per chi stessero pregando. Un bagno spirituale la loro sosta nel piccolo borgo del grande santo, l'incontro con colui che è stato proclamato da Pio xi patrono universale dei parroci. Adesso torneranno a casa, o, meglio, nelle loro parrocchie.
Già, la parrocchia. Non aveva ragione don Primo Mazzolari a continuare a indicarla come la cellula indispensabile della Chiesa, il luogo privilegiato dell'annuncio cristiano, anche di fronte alle crisi di certi modelli bisognosi di rinnovamento, vuoi per il mutare dei tempi e dell'ecclesiologia? Me lo chiedo mentre penso che forse Bozzolo non è così lontana da Ars. E me lo chiedo ben convinto, con lo storico Philippe Boutry, di un fatto: è attraverso le parrocchie che nella Francia dell'Ottocento passa il riassetto dei quadri della vita religiosa dopo l'uragano della Rivoluzione; lì si esprime la maggior parte della vita spirituale, che si nutre dei sacramenti - a cominciare dalla confessione e dalla comunione - spesso posti ai fedeli dai parroci con tale forza che pietà popolare e culto cattolico finiscono per sovrapporsi.
Ecco perché, nonostante l'attenzione degli storici sia spesso concentrata sul volto più istituzionale della Chiesa - con i suoi vescovi, i fondatori di ordini e di opere, i suoi teologi - anche semplici preti di campagna, ma vicini ai loro piccoli greggi, hanno poi trovato interesse. Ne è un esempio proprio Jean-Marie-Baptiste Vianney: alla guida per quarantuno anni di una piccola parrocchia rurale, l'ha santificata nella prospettiva di una conversione totalizzante, con un impegno tale da sacralizzare persino lo spazio del suo agire, trasformandolo in un santuario a cielo aperto, fuori dal tempo: che è stato il suo, ma che è anche il nostro.
Arrivando ad Ars, alla vigilia e dopo la morte di Vianney, ma anche oggi, il pellegrino s'emozionava un po' mettendo i piedi su questo fazzoletto di terra benedetta dalla presenza di un santo vivo: nella carne come nel ricordo. A sfuggirgli, piuttosto, dietro il volto del borgo, proprio le sequenze storiche che avevano avuto protagonista l'eccezionale pastore, capace di trasformare "la Siberia della diocesi di Lione" - dove era stato mandato perché era ritenuto un parroco poco affidabile - in una sorta di "Eldorado cristiano", per riprendere le parole di un pellegrino dell'Ottocento. Nulla, a ben guardare, predisponeva questo villaggio dell'Ain a tale avventura, portata a compimento in più momenti, fra il 1818 e il 1830, poi dopo la morte del curato d'Ars nel 1859, centocinquant'anni fa, un'avventura per certi versi ancora aperta.
Lontano geograficamente dal polo economico-sociale di Lione, il piccolo paese - nemmeno trecento abitanti per lo più contadini, piccoli proprietari e giornalieri chini su terre a lungo già beni ecclesiastici - costituì la realizzazione dei sogni degli abbés della Restaurazione. Eppure, per dar forza al sogno, Vianney capì che doveva trovare accanto a sé non solo lo sparuto mannello di anime affidatogli, ma anche quanti, allora, reggevano le sorti di istituzioni come il Comune, il consiglio municipale, i piccoli consigli delle realtà lavorative, pronti ad aderire alle sue mete, colpiti dalla sua credibilità persino nel condannare, senza farne una leggenda nera, il cabaret o il ballo, rare occasioni di socializzazione laica ma imperniate su feste depotenziate del loro significato religioso.
Ecco dunque l'innescarsi di un progetto totalizzante per la comunità che aveva visto svanire dietro di sé l'irruzione della pietà barocca e viveva le conseguenze dell'ondata rivoluzionaria ormai dimentica del sentire cattolico. Tutto inizia il 13 febbraio 1818 quando il giovane Jean-Marie-Baptiste arriva qui dove si apre la zona dei mille stagni, le Dombes modificate da generazioni di monaci, costellate di piccionaie, lavatoi, fattorie, chiese romaniche. Si narra che al giovane pastore cui aveva chiesto la strada per il villaggio Vianney avesse detto, con il suo grazie, la frase "e io ti mostrerò il cammino del cielo". Oggi una statua che i dépliant chiamano pomposamente "il monumento dell'incontro", ricorda quella prima lontana tappa, oggetto proprio in questi giorni di un approfondimento qui ad Ars da parte dei seminaristi del San Carlo di Lugano guidati dal teologo monsignor Ettore Malnati e dal vescovo di Belley-Ars, Guy Bagnard.
Un ingresso quello del curato - ça va sans dire - senza alcun festeggiamento. In ogni caso, varcato il limes dove tra i frutteti si trovavano sparse sì e no una quarantina di casupole di argilla e, dove, a mezza costa, si vedeva un edificio sormontato da travi che dovevano sostenere una campana - la sua chiesa - ecco Vianney inginocchiarsi e baciare la sua nuova terra. Cerchi di immaginarti la consapevolezza di un gesto devoto, ma pure i pensieri del prete contadino: quelli di un uomo di trentadue anni, piccolo, magro, al quale i superiori avevano detto: "Non c'è molto amor di Dio in quella parrocchia; voi ce ne metterete".
E provi a fantasticare sul suo primo ingresso nella canonica - ora trasformata in un piccolo museo - affacciata su un cortile dove è fermo, chissà da quanto, un antico carretto. Un piano terra con cucina e sala da pranzo e un piano superiore con tre stanze, le pareti di pietra, gli utensili, i libri, le tazze, una tonaca rattoppata; tutto lasciato lì come se il tempo si fosse fermato, come se l'acqua del Formans, il ruscello che tranquillo attraversa il paese, fosse sempre la stessa.
Più facile, liberandoci d'ogni immaginazione, dar conto di tutto quanto accadde dopo, magari attingendo alla valanga di libri dedicati al curato d'Ars, che, a partire dai "grandi vecchi" come l'abbé Alfred Monnin, suo commensale, o monsignor François Trochu, arriva ai nostri giorni. Senza dimenticare pagine nate dalla penna di autori celebri. Da Henri Ghéon a Jean de La Varende, da Michel de Saint-Pierre a Georges Bernanos, da Ernest Hello al poeta Jean Follain. Sino a Cristina Campo che in una lettera definì Vianney "una terribile aquila che ti rapisce nel suo forte becco ad altezze spaventose e poi, come l'uccello Roc che trasportava Sindbad, ti lascia cadere con la massima indifferenza; e peggio per te se non sai volare", aggiungendo "non mi stupisce che Simone [Weil] lo amasse tanto".
Nei fatti, Jean-Marie-Baptiste stilò quel che oggi si definirebbe il suo programma pastorale in più modi. Meditando ai piedi del tabernacolo, entrando nelle famiglie e condividendone i problemi, scuotendo l'indolenza con la predicazione: "Sarebbe da augurarsi che tutti i parroci di campagna predicassero bene come lui", disse Lacordaire dopo aver ascoltato una sua omelia il 4 maggio 1845. E, ancora, facendosi prigioniero del suo confessionale nella vecchia sagrestia, offrendo con la sua persona la testimonianza di una vita povera, indicando nella comunione frequente il necessario alimento spirituale, rompendo così col dominante rigorismo di tendenza giansenista e gallicana che aveva fatto del sacramento il premio di una vita cristiana irreprensibile. Nonché intensificando i momenti pubblici - messe quotidiane, catechismo, vespri, preghiere della sera, letture devote, rosario, processioni, pellegrinaggi, rogazioni - della sua restaurazione spirituale per Ars, che andò a braccetto con quella materiale; diceva che "niente è troppo bello per Dio", e da qui vennero gli abbellimenti della chiesa, il campanile, il coro, le cappelle Jean-Baptiste nel 1823, Ecce Homo nel 1833, Sainte Philomène nel 1837.
Certo, c'è poi Vianney apostolo della carità, il fondatore della Provvidenza, la casa prima scuola gratuita, poi orfanotrofio a pochi passi dalla canonica, dove oggi le suore di San Giuseppe - venute ad Ars nel 1848 - invitano il visitatore a scoprire la cosiddetta madia miracolosa dalla quale il parroco prendeva il pane anche quando non sembrava esserci. E c'è il taumaturgo che già attorno alla metà del secolo attirava malati nel corpo e nello spirito, genitori angosciati dalla mortalità infantile - anche quelli di Marie-Joseph Lagrange, il fondatore dell'École biblique di Gerusalemme assai legato a Vianney - e poi folle sempre più grandi, sino alla morte, ed oltre.
Con numeri significativi che registrano dalle ottantamila presenze annue già nell'Ottocento al quasi mezzo milione di oggi: specie in questo periodo giubilare in cui "ci si rallegra del dono che è la vita di un santo" per usare le parole di monsignor Bagnard. La vita di un santo prete vissuto fra Rivoluzione e Restaurazione, nel quale - ribadiva tempo fa il cardinale André Vingt-Trois - "ciò che è esemplare non è il luogo e il tempo in cui gli è toccato di vivere, ma l'amore pastorale per il suo popolo, la catechesi di tutti i giorni attraverso la predicazione e il catechismo per i piccoli e per i grandi, la misericordia offerta e elargita attraverso il sacramento della penitenza e la conversione della sua vita". Un santo, ancora, la cui celebrazione se l'ha esposto al rischio di risvegliare piccole frange di neoconformismo clericale di ritorno pronte a farlo ostaggio o involontario testimonial di nostalgie passatiste, ha in realtà offerto ai più l'occasione di scoperta straordinaria, e dentro di questa, la sorpresa di un'impensabile prossimità.
Tra i più, tanti giovani. Seminaristi che hanno scoperto nel profilo di questo prete il significato delle attese di Benedetto XVI circa l'anno sacerdotale, ma anche la devozione per lui di Karol Wojtyla - pellegrino ad Ars già nel 1947, poco dopo l'ordinazione sacerdotale - o del futuro Giovanni XXIII, giunto nella parrocchia del santo curato già nel 1905 e che da Pontefice firmò l'enciclica Sacerdotii nostri primordia a lui dedicata. E poi laici, come quelli che il 18 settembre parteciperanno al pellegrinaggio intitolato a san Francesco Régis. Infine, sacerdoti: i molti incontrati nello scorcio di questa estate che sta finendo e i tanti attesi ad Ars per il ritiro sacerdotale internazionale che dal 27 settembre al 3 ottobre sarà predicato dal cardinale Christoph Schönborn su un tema centrale in questo anno voluto da Benedetto XVI: "La gioia di essere sacerdote: consacrato per la salvezza del mondo".



(©L'Osservatore Romano - 14-15 settembre 2009)


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San Paolo nell'«Itinerarium» di Bonaventura

Per volare fino al terzo cielo servono sei ali




Pubblichiamo il testo di una delle relazioni tenute a Bagnoregio in occasione del 57° convegno del Centro Studi Bonaventuriani.



di Pietro Messa

Nel prologo dell'Itinerarium mentis in Deum, dopo aver innalzato la preghiera all'eterno Padre della luce affinché ci illumini sulla via della pace, Bonaventura prosegue: "Poiché dunque, seguendo l'esempio del beatissimo padre Francesco, questa pace cercavo con spirito ardente, io peccatore che, benché indegno, sono il settimo suo successore nel governo dell'ordine, accadde che trentatré anni dopo la sua morte, mi recai per volere divino sul monte della Verna, come a un quieto rifugio ove cercare la pace dello spirito; e là, mentre meditavo sulle possibilità dell'anima di ascendere a Dio, mi si presentò, tra l'altro, quell'evento mirabile occorso in quel luogo al beato Francesco, cioè alla visione del Serafino alato in forma di Crocifisso. E su ciò stavo meditando, subito mi avvidi che tale visione mi offriva l'estasi contemplativa del medesimo padre Francesco e insieme la via che ad essa conduce" (Bonaventura di Bagnoregio, Itinerarium mentis in Deum, Prol., 2).
Certamente i numeri indicati sono in contemporanea dati storici, ma anche dal forte significato teologico; considerando che san Francesco è morto nel 1226 e che Bonaventura sale a la Verna trentatré anni dopo, si deduce che egli ha scritto l'Itinerarium mentis in Deum nel 1259, ossia due anni dopo la sua elezione a ministro generale a opera del capitolo di Roma del 1257. Quindi quest'anno ci troviamo nel 750° anniversario della composizione di tale testo. Proprio per tale motivo è stato organizzato un incontro, distinto in due sessioni (al Santuario La Verna il 26 settembre e all' Antonianum di Roma il 27 ottobre 2009), su come quest'opera bonaventuriana sia stata recepita da alcuni teologi e filosofi del secolo xx, in modo da cogliere la posterità del pensiero di Bonaventura nel secolo che ci ha preceduto. Dei teologi che saranno presi in considerazione certamente quello che desta più interesse è Joseph Ratzinger, sia perché oggi, divenuto Papa Benedetto XVI, la comprensione dei suoi studi su Bonaventura è essenziale per comprendere il suo pensiero, ma anche perché egli ha approfondito la teologia della storia bonaventuriana, un sistema complesso che ha visto la convergenza di più correnti di pensiero, tra cui quella gioachimita, non sempre facile da decifrare.
Joseph Ratzinger nel suo studio sulla teologia della storia in san Bonaventura fa riferimento soprattutto alle Collationes in Hexaëmeron, abbondantemente citate. Tuttavia vi sono rimandi anche ad altre opere bonaventuriane, tra cui anche all' Itinerarium mentis in Deum (cfr. Joseph Ratzinger, San Bonaventura. La teologia della storia, Assisi, Edizioni Porziuncola, 2008, pagine 256, euro 28; pagine 88, 131, 134).
Così, nel capitolo secondo, dedicato a descrivere "Il contenuto della speranza di salvezza in Bonaventura" indica pax e revelatio come i beni salvifici del tempo ultimo. Dopo aver affermato che "il vero contenuto di questo tempo di salvezza viene riassunto nella parola "pace"" (ibidem, pagina 87) egli cerca le fonti di questa convinzione bonaventuriana e tra le altre indica "la posizione dominante che lo stesso Francesco aveva riservato nel suo ordine al saluto e al messaggio di pace" (ibidem, pagine 87-88). In nota Ratzinger ricorda che "Bonaventura pone un particolare accento su questo tratto fondamentale del messaggio di Francesco" (ivi, nota 5) nell'Itinerarium mentis in Deum, riportando un brano del prologo: "Pace che predicò e donò Cristo nostro Signore, di cui fu apostolo il nostro padre Francesco, che l'annunziava al principio e alla fine di ogni discorso, l'augurava in ogni saluto, e in ogni contemplazione sospirava alla pace dell'estasi, quasi concittadino della Gerusalemme perfetta. Di questa pace parla quell'uomo pacifico che si conservava in pace anche con quanti la pace odiavano. Chiedete quanto arreca pace a Gerusalemme. Egli ben sapeva che il trono di Salomone è fondato sulla pace, come è scritto: La sua sede è nella pace, e in Sion è la sua dimora" (Itinerarium, Prol., 1).
Sempre nel capitolo secondo, Ratzinger evidenzia la presenza della teologia di Dionigi l'Areopagita nelle opere bonaventuriane, facendo notare come "la teologia dionisiana di Bonaventura culmini sempre più nel concetto di rivelazione, con il quale originariamente non ha nulla a che fare, che contribuisce infine a crearne l'impronta essenziale". Infatti "per il Dottore Serafico erano sempre esistiti motivi sufficienti per aderire ad una dottrina che, quale sommo vertice dello slancio creaturale verso Dio, insegnasse un contatto con questo Dio in modo completamente non cognitivo e superintellettuale" (J. Ratzinger, San Bonaventura cit., pagine 130-131). Continuando afferma: "A questo si aggiunge ancora un altro processo che assicura a quello appena descritto la sua piena portata: dapprima nell'Itinerarium mentis in Deum e poi ancora con nuova enfasi nell'Hexaëmeron questo contatto mistico viene indicato come "rivelazione"". Il rimando è al capitolo conclusivo dell'Itinerarium mentis in Deum: "In questa ascesa, perché sia perfetta, è necessario che si abbandonino tutte le operazioni dell'intelletto, e che l'apice dell'affetto sia segretissimo, che non lo può conoscere chi non lo sperimenta, e non lo riceve se non chi lo desidera, né lo desidera se non colui che il fuoco dello Spirito Santo, che Cristo mandò sulla terra, profondamente infiamma. Per questo l'Apostolo dice che questa sapienza mistica è stata rivelata per mezzo dello Spirito Santo".
Bonaventura conclude questo brano rinviando a quanto affermato da san Paolo in 1 Corinzi (2, 10 e seguenti).
Nel paragrafo conclusivo del capitolo secondo, Ratzinger illustra "la sintesi decisiva a partire dalla quale si costruisce la speranza escatologica della rivelazione in Bonaventura e il concetto di rivelazione che ne costituisce la base" (J. Ratzinger, San Bonaventura cit., pagina 132).
Prima di tutto mostra come Bonaventura ha trasformato in senso storico la concezione cosmica delle gerarchie di Dionigi; successivamente ha mostrato che a questo sviluppo storico-gerarchico "corrisponde anche uno sviluppo della conoscenza di fede fino alla forma suprema di un contatto con Dio super-intellettuale e affettivo-mistico" (ibidem, pagina 133).
Secondo Ratzinger "il concetto che sostiene e fonda questa sintesi complessa mi pare essere quello dei Serafini. La visione di San Francesco, al quale Cristo crocifisso apparve nella figura di un Serafino, non ha più abbandonato san Bonaventura dopo il suo ritiro sul monte della Verna. Allo spirito del teologo in meditazione doveva infatti apparire indubitabile che in questa visione si annunciasse l'essenza dell'esperienza piena di mistero: il modo di cogliere Dio si è qui realizzato al supremo livello dell'amore, al livello dei Serafini. Come le stigmate, dunque, attestavano l'identità del Poverello quale angelus cum signo Dei vivi, allo stesso modo l'apparizione del Signore nella figura del Serafino, indicava la collocazione gerarchica di Francesco e la sua ora storica; egli doveva conseguentemente appartenere alla Chiesa serafica del tempo ultimo. Nella strana duplice figura di quella visione si cela dunque già la sintesi comprendente il pensiero delle gerarchie, la mistica e la storia, con cui Bonaventura tentava di dominare l'eredità teologica e religiosa del suo tempo" (ibidem, pagina 134).
Nel momento che Ratzinger accenna al ritiro di Bonaventura alla Verna, rimanda in nota al prologo dell'Itinerarium mentis in Deum (Prol., 2).
Continuando, Bonaventura spiega il perché del forte significato simbolico del Serafino apparso a san Francesco: "Le sei ali del Serafino, infatti, possono ben simboleggiare i sei gradi dell'illuminazione, attraverso i quali l'anima, come per gradini o vie, si dispone a salire al godimento della pace nei rapimenti estatici della sapienza cristiana. Per questa via non si va se non sospinti dall'ardentissimo amore del crocifisso che rapì Paolo al terzo cielo, trasformandolo al punto che esclamò: "Con Cristo sono confitto in croce. Non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me". Questo amore assorbì la mente di Francesco al punto che ciò che era nella mente si manifestò nella carne, portando per due anni impresse nel corpo, fino alla morte, le sacre stimmate della Passione. Dunque, la visione delle sei ali del Serafino suggerisce le sei illuminazioni ascendenti, che partono dalle creature e conducono fino a Dio, nel quale nessuno penetra rettamente se non tramite il Crocifisso" (Itinerarium, Prol. 3).
Come si vede il rimando è a san Paolo, rapito fino al terzo cielo, e trasformato in Cristo, come dice sempre l'Apostolo in un testo che può essere definito come il più grande della mistica cristiana: Christo confixus sum cruci, iam non ego; vivit vero in me Christus (Galati, 2,19-20). Lo stesso passo paolino Bonaventura lo usa all'inizio del capitolo xiv della Vita beati Francisci in cui narra la morte del santo: "Francesco, ormai confitto nella carne e nello spirito con Cristo alla Croce, non solo ardeva di amore serafico verso Dio, ma era anche assetato, con Cristo crocifisso, della salvezza degli uomini".
Tuttavia Bonaventura non è il primo ad applicare Galati 2, 19-20, a san Francesco; infatti egli si pone in quella che ormai era diventato un patrimonio dell'agiografia francescana diffusa anche mediante l'iconografia francescana.
Ratzinger del prologo dell'Itinerarium si sofferma soltanto sulla figura del serafino alato in forma di crocifisso e la sua importanza nel pensiero bonaventuriano, ma tale brano è pienamente comprensibile soltanto se si completa con quello successivo in cui il riferimento è proprio Paolo apostolo. Infatti nella spiegazione dell'evento della Verna, Bonaventura non solo attinge abbondantemente dagli scritti paolini, ma l'esperienza stessa di san Paolo rapito al terzo cielo è presa come riferimento per comprendere ciò che avvenne a san Francesco quando gli apparve il serafino.
Sarà a conclusione dei Miracoli, posti al termine della Vita beati Francisci, che Bonaventura sintetizzerà la sua lettura teologica della vita del santo d'Assisi con un intreccio di citazioni bibliche - soprattutto paoline - in cui l'Itinerarium mentis in Deum, denominato anche Speculatio pauperis in deserto, fa come da sfondo: "Indubbiamente, questo mistero grande e mirabile della croce, nel quale sono nascosti così profondamente da risultare nascosti ai sapienti e ai prudenti di questo mondo i carismi della grazia, i meriti delle virtù, i tesori della sapienza e della conoscenza, fu svelato in tutta la sua pienezza a questo piccolino di Cristo, tanto tutta la sua vita non fu che seguire sempre e solo le vestigia della croce, gustarne la dolcezza, predicarne la gloria. Perciò egli ha potuto dire veramente con l'Apostolo, all'inizio della sua conversione: "Quanto a me invece non vi sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo". Con non minor verità ha potuto ripetere, nello svolgimento della sua vita: "E su quanti seguiranno questa norma sia pace e misericordia". E con pienezza di verità, nel compimento della sua vita terrena, ha potuto soggiungere: "Io porto le stigmate del Signore Gesù nel mio corpo!". Ma noi desideriamo sentire ogni giorno da lui anche queste parole: "La grazia del Signore nostro Gesù Cristo sia col vostro spirito, fratelli. Amen".
Gloriati, dunque, ormai sicuro, nella gloria della croce, o glorioso alfiere di Cristo; tu che, cominciando dalla croce, sei progredito seguendo la regola della croce e nella croce hai portato a compimento la tua opera. Gloriati, dunque ora che prendendo a testimonio la croce, manifesti a tutti i fedeli quanto è grande la tua gloria nel cielo" (Vita beati Francisci, Mir. X, 8-9).



(©L'Osservatore Romano - 13 agosto 2009)

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Nuovi beati

di Giovanna d'arco

10/09/2009 - 12:05

AVVISO DELL’UFFICIO DELLE CELEBRAZIONI LITURGICHE

RITI DI BEATIFICAZIONE APPROVATI DAL SANTO PADRE


L’Ufficio della Celebrazioni Liturgiche del Sommo Pontefice comunica che nel prossimo periodo avranno luogo i seguenti riti di Beatificazione:

- Eustachio (Joseph) Kugler, religioso dell’Ordine Ospedaliero di San Giovanni di Dio ("Fate Bene Fratelli"):

Domenica 4 ottobre 2009, XXVII "per annum", alle ore 14, nella Cattedrale di Regensburg (Repubblica Federale di Germania);

- Ciriaco Maria Sancha y Hervás, Vescovo e Cardinale, Fondatore dell’Istituto delle Religiose di Carità del Cardinale Sancha:

Domenica 18 ottobre 2009, XXIX "per annum", alle ore 10, nella Cattedrale di Toledo (Spagna);

- Carlo Gnocchi, sacerdote, fondatore dell’Opera Pro Iuventute:

Domenica 25 ottobre 2009, I dopo la Dedicazione (del Rito Ambrosiano), alle ore 10, nella Piazza del Duomo di Milano (Italia);

- Zoltán Lajos Meszlényi, Vescovo e martire:

sabato 31 ottobre 2009, alle ore 10.30, nella Cattedrale di Esztergom (Ungheria);

- Maria Alfonsina Danil Ghattas (Maria Soultaneh), Confondatrice della Congregazione delle Suore Domenicane del Santissimo Rosario di Gerusalemme:

Domenica 22 novembre 2009, solennità di nostro Signore Gesù Cristo Re dell’Universo, alle ore 10.30, nella Basilica dell’Annunciazione di Nazareth (Israele).



fonte: Sala Stampa della Santa Sede


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SAN GIOVANNI LEONARDI

NAPOLI

CHIESA DI SANTA BRIGIDA

gio

I GIORNI DEL GIUBILEO

IN SANTA BRIGIDA


8 - 14 Settembre - Con Maria ai piedi della Croce
Settenario di preghiera - Via Matris


Domenica 13 Settembre


Ore 18.00 - Un Santo in mezzo a noi
Chiesa di San Giorgio Maggiore
Accoglienza delle Reliquie del Santo
Processione
Ore 18, 30 - Gioia e salvezza
Cattedrale di Napoli
Solenne Concelebrazione Eucaristica
Presieduta da S. E. il Card. CRESCENZIO SEPE
GIUBILEO DEI FARMACISTI


Martedì 15 Settembre


Festa B. Vergine Maria Addolorata


Eucaristia: 07,30 - 09,00 - 10,00 - 11,00 - 12,00 - 18,30


Domenica 20 Settembre


Ore 17,30 - Un Santo nel cuore della Città
Chiesa di S. Ferdinando
Processione con l'Urna di S. Giovanni Leonardi Via Toledo - Via S. Brigida
Ore 18,30 Giubilo e gloria
Chiesa di S. Brigida
Concelebrazione Eucaristica presieduta da p. Francesco Petrillo,
Rettore Generale omd e animata dal Coro parrocchiale di Villa S. Maria (Ch)
APERTURA GIUBILEO PARROCCHIALE


Lunedì 21 Settembre


Ore 07,15 Lodi
Ore 07,30 - 10,00 - 12,00 Celebrazione Eucaristica
Ore 17,30 Rosario e Vespri
Ore 18,30 - Un santo amico dei Sacerdoti
Pellegrinaggio dei Parroci del III° Decanato
e Concelebrazione Eucaristica.


Martedì 22 Settembre


Ore 07,15 Lodi
Ore 07,30 - 10,00 - 12,00 Celebrazione Eucaristica
Ore 10,30 Preghiera dell'ora Media con i Sacerdoti del III° Decanato
Ore 17,30 Rosario e Vespri
Ore 18.30 Celebrazione Eucaristica


Mercoledì 23 Settembre


Ore 07,15 Lodi
Ore 07,30 - 10,00 - 12,00 Celebrazione Eucaristica
Ore 17,30 Rosario e Vespri
Ore 18.30 Celebrazione Eucaristica


Giovedì 24 Settembre


Ore 07,15 Lodi
Ore 07,30 - 10,00 - 12,00 Celebrazione Eucaristica
Ore 17,30 Rosario e Vespri
Ore 18.30 - Uomo di Dio e degli uomini
Celebrazione Eucaristica
Benedizione delle famiglie. Affido dei fanciulli e dei giovani a San Giovanni
Leonardi


Venerdì 25 Settembre


Ore 07,15 Lodi
Ore 07,30 - 10,00 - 12,00 Celebrazione Eucaristica
Ore 17,30 Rosario e Vespri
Ore 18.30 - Farmacista del corpo e dello spirito
Celebrazione Eucaristica e Unzione dei malati
Partecipa l'UNITALSI


Sabato 26 Settembre


Ore 07,15 Lodi
Ore 07,30 - 10,00 - 12,00 Celebrazione Eucaristica
Ore 17,30 Rosario e Vespri
Ore 18.30 Celebrazione Eucaristica
Ore 20.30 - “Con Cristo misurate le cose”
Oratorio Musicale composto e diretto dal M° Gianni Proietti
Coro e Orchestra della Diocesi di Roma


Domenica 27 Settembre


Ore 9.00 Lodi
Ore 09,30 Celebrazione Eucaristica
Ore 11.30 - Parto lasciandovi il cuore
Concelebrazione Eucaristica
CHIUSURA GIUBILEO PARROCHIALE - Saluto al Santo

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