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INDONESIA: APPELLO PER AIUTI UMANITARI
PER LE VITTIME DEL TERREMOTO IN PADANG


La Famiglia Francescana ha elaborato un progetto per aiutare urgentemente le vittime del terremoto in Padang (Indonesia). Per portare a termine la prima fase del progetto, strettamente umanitario, c’è bisogno di 38.846 Euro. Con tale progetto si vuole aiutare 700 famiglie, circa 3.000 persone. Le donazioni possono essere inviate all’Economato generale della Curia OFM, specificando “per le vittime del terremoto in Padang (Indonesia). Il coordinatore del progetto è Fr. Peter C. Aman, OFM.

Per inviare donazione:
BANCA POPOLARE DI SONDRIO – ROMA SEDE
Intestazione: FONDO SOLIDARIETÀ S. FRANCESCO
IBAN: IT95 L056 9603 2110 0000 5300 X66
BIC/SWIFT: POSOIT22

 

 


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4.10.2009 @ 08:00

San Francesco d’Assisi - omelia

SAN FRANCESCO D’ASSISI - (Assisi, 4 ottobre 2009)
Fr. José Rodrígez Carballo, ofm - Ministro generale
Sir 50,3-7; Sal 15; Gal 6,14-18; Mt 11,25-30

 


Perché a te? Perché a te? Perché a te, Frate Francesco? Era questa la domanda che uno dei suo compagni rivolgeva al padre e fratello Francesco. Perché a te? Perché a te? Perché a te, Frate Francesco? Perché tutto il mondo continua a guardare a te con profonda ammirazione dopo 800 anni dal tuo passaggio in mezzo a noi? Perché tanti uomini e donne continuano a venerarti come padre e maestro nella sequela di Cristo e cercano di imitare il tuo esempio? Perché credenti e non credenti si rifanno a te quando parlano dell’impegno per la giustizia, la pace e la difesa del creato? Perché a te? Perché a te? Perché a te, Frate Francesco?

Non so, cari fratelli e sorelle, quello che ci risponderebbe oggi Francesco, ma io, che mi sono posto tante volte questa domanda, penso che il segreto dell’attualità di Francesco stia – e questo talvolta non l’hanno capito quelli che non condividono la nostra fede – nell’essersi lasciato trasformare da Cristo. Francesco è, prima di tutto e soprattutto, questo: un credente, un uomo che si è incontrato con Cristo, povero e crocefisso, e si è lasciato rapire dalla sua bellezza. San Bonaventura lo definisce come l’amico di Cristo (LegM 13,3) e santa Chiara, che amava definirsi “pianticella” di Francesco, parla di lui nel suo Testamento come di un «vero amante e imitatore di Cristo» (TestsC 5). Questo è Francesco: un vero innamorato di Cristo, che arrivò ad identificarsi pienamente con Lui, al punto che gli si possono applicare letteralmente le parole che l’apostolo Paolo riferisce a se stesso: «non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me» (Gal 2,20). Come Paolo si è lasciato incontrare dal Risorto sulla via di Damasco, così Francesco si è lasciato incontrare da Cristo, povero e crocefisso, nell’eremo di San Damiano, nell’abbraccio al lebbroso, nell’ascolto della Sacra Scrittura alla Porziuncola. E da allora la sua vita è cambiata radicalmente.

«Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli» (Mt 11,25). Dopo il lutto per quelli che non accolgono la Parola (cf Mt 11,20-24), l’evangelista Matteo ci presenta la danza per quanti la accolgono. È il magnificat di Gesù al Padre per essersi rivelato ai piccoli. È la sapienza silenziosa, propria del povero. È la dotta ignoranza del pure di cuore, a cui Dio si mostra (cf Mt 5,8). I sapienti di questo mondo cercano un dio sapiente e potente. I piccoli, invece, trovano la sapienza e la potenza di Dio là dov’è, nella debolezza e nella croce: «quanto a me invece non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo» (Gal 6,14). Tra questi piccoli c’è Francesco. Il Frate Minore per eccellenza, colui che per amore dell’amante fu trasformato nell’Amato, come dice il Dottore Serafico (cf LegM 5). Dio non è oggetto della conquista dell’intelligenza, ma è inizio e fine del nostro amore. Dio non si affaccia alla finestra della nostra mente, ma cerca la porta per entrare nel nostro cuore.

Qui sta la ragione ultima dell’attualità di Francesco: nell’aver scoperto Cristo come unico bene, come recita il Salmo che la liturgia oggi ci propone (cf Sal 15). Cercare l’attualità del Poverello da qualche altra parte sarebbe sbagliare direzione. Se Francesco abbraccia il lebbroso, e questo abbraccio cambia il suo cuore, è perché nel lebbroso scopre Cristo lebbroso (cf LegM 1,6). Se canta la creazione come sorella, è perché in essa scopre il Creatore, del quale essa è rivelazione e nel quale trova significato (cf Cant 5). Se ama i suoi fratelli più di quanto una madre possa amare i propri figli (cf Rb 6,8), è perché in loro scopre dei doni del Signore (cf Test 14). Se lavora per la pace e la riconciliazione (cf. Spec 101), è perché ha scoperto che «Cristo è la nostra pace» (Ef 2,14). Francesco ha una visione cristiana dell’uomo e dell’universo. Per Francesco è tutto segno, tutto è sacramento. Egli vede Cristo all’inizio, al centro e alla fine di tutto. Cristo per Francesco è tutto: il principio e la fine, la ragione prima e ultima della sua esistenza e delle sue scelte più radicali di povertà e di minorità.

«Per me il vivere è Cristo» (Fil 1,21). Quando Francesco sperimenta la potenza della grazia divina è come se morisse e risorgesse. Tutte le ricchezze di prima, ogni motivo di orgoglio e sicurezza, tutto diventa una perdita da quando incontra Gesù crocifisso e risorto (cf Fil 3,7-11). In seguito, lasciare tutto, lasciarsi crocifiggere per il mondo (cf. Gal. 6,14), diventa quasi necessario per esprimere la sovrabbondanza del dono ricevuto. Questo dono è così grande che richiede un’espropriazione totale.

Francesco «ha compreso se stesso alla luce del Vangelo» (Benedetto XVI), alla luce di Cristo. Questo è ciò che veramente affascina del figlio di Madonna Pica: essersi convertito in Vangelo vivente. Ecco come ha riparato il tempio, ecco come ha fortificato il santuario, per usare le espressioni della prima lettura che abbiamo ascoltato (cf Sir 50,1). «Francesco, va’, ripara la mia casa che, come vedi, è tutta in rovina» (2Cel 10). Ma non è mettendo pietra su pietra che Francesco deve riparare la chiesa. Lo capirà più tardi. Il Poverello riparò la Chiesa, lasciandosi trasformare da Cristo e guardando da quel momento con gli occhi di Cristo e a partire da Cristo all’uomo e al mondo. Il figlio di Bernardone consolidò la Chiesa (cfr Sir 50,1), amando appassionatamente Cristo e, con il cuore di Cristo, amando l’intera umanità, soprattutto quella ferita, che giace ai lati della strada mezza morta. Lo stigmatizzato della Verna protesse il suo popolo e rese sicura la città (cf Sir 50,4), assumendo per sé e per tutti coloro che lo seguono la forma santo Vangelo.

Sono passati 800 anni da quando è iniziata l’avventura evangelica di Francesco. E oggi come ieri Francesco ci indica Cristo. Francesco non è la meta, ma un esempio da seguire, un esempio nella ricerca del Signore. E una volta trovatolo, Francesco diventa esempio di sequela radicale e di consegna di sé a Cristo e agli altri, soprattutto ai più poveri. Così visse Francesco e così sono chiamati a vivere quanti si dicono suoi seguaci o ammiratori.

 


– Francesco, padre e fratello, vieni, insegnaci come seguire Cristo sulla strada tracciata dal Vangelo.

– Francesco, padre e fratello, vieni, insegnaci a scoprire Cristo, povero e crocifisso, come lo hai scoperto tu e a servirlo, servendo i più piccoli, gli ultimi e gli esclusi.

– Francesco, padre e fratello, ottieni per noi dal Signore un cuore da poveri, perché possiamo ricevere la grazia della rivelazione dei segreti del Regno.

– Francesco, padre e fratello, ottieni per noi dal Signore la grazia di rinnovarci nello spirito del Vangelo e di restituirlo con la nostra vita e le nostre parole.

– Francesco, padre e fratello, ottieni per noi dal Signore la grazia di guardare all’umanità e alla creazione con i suoi occhi e di amarle con il suo cuore.

– Francesco, padre e fratello, vieni, abbiamo bisogno di te. Ha bisogno di te questo mondo diviso e frammentato a causa della violenza e della guerra, perché tu gli mostri la via della pace e della riconciliazione. Ha bisogno di te la Chiesa, perché tu gli ricordi che vivere e annunciare il Vangelo è la sua ragion d’essere. Ha bisogno di te l’Ordine francescano, per ricordarci che solo vivendo la forma di vita che ci hai lasciato, in fedeltà creativa e gioiosa, potremo rinnovare la società e la Chiesa che tanto amiamo.

– Vieni, fratello e padre Francesco, abbiamo bisogno di te.


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ASSISI
NOVENA DI SAN FRANCESCO






24 SETTEMBRE - 2 OTTOBRE
Basilica Inferiore - ore 18.00 S. Messa.


MARTEDÌ 29 SETTEMBRE
Basilica Inferiore - ore 16.00 S. Messa
Pellegrinaggio degli Ammalati e Anziani


VENERDÌ 2 OTTOBRE
Ore 11.00 Camera dei Deputati - Sala della Lupa
Celebrazione del 700 anniversario della proclamazione
di S. Francesco d'Assisi Patrono d'Italia


SABATO 3 OTTOBRE


Basilica di Santa Maria degli Angeli in Porziuncola
Ore 17.30 Accoglienza delle Autorità da parte
di p. FABRIZIO MIGLIASSO,
Custode del Convento di S. Maria degli Angeli
in Porziuncola


Solenne Commemorazione
del Transito di san Francesco
presiede S.E. Mons. SALVATORE LIGORIO,
Arcivescovo di Matera - Irsina e Vice presidente
Conferenza Episcopale della Basilicata
Offerta dei doni da parte del Sindaco di Assisi
e delle Autorità Istituzionali della Basilicata


Basilica inferiore di San Francesco - Assisi
Ore 18.00 Celebrazione vigiliare


Tomba di San Francesco:
ore 6.15 - S. Messa: presiede P. GIUSEPPE PIEMONTESE,
Custode del Sacro Convento di San Francesco


Basilica inferiore:
ore 7.00 - S. Messa: presiede P. MARco TASCA,
Ministro Generale o.PM. Conv.
ore 8.00 - S. Messa: presiede S.Em. ATTILIO NICORA,
Cardinale Legato Pontificio
SS. Messe: ore 12.00 - 17.15 -18.30

Basilica superiore di San Francesco in Assisi
Ore 09.30 Accoglienza delle Autorità da parte
di p. GIUSEPPE PIEMONTESE,
Custode del Sacro Convento di San Francesco


Diretta televisiva su RAIUNO
Ore 10.00 Solenne Concelebrazione
in Cappella Papale presieduta da
S.Em. Mons. AGOSTINO SUPERBO
Arcivescovo Metropolita di Potenza - Muro
Lucano - Marsico Nuovo, Vicepresidente CEI


Prima del "Gloria", il Sindaco
di Potenza VITO SANTARSIERO
affiancato dai Sindaci dei capiluoghi ,
riaccenderà la "Lampada votiva"
con l'olio offerto dalla Regione Basilicata.


All'Offertorio le Autorità civili insieme al
fedeli presentano doni e prodotti tipici della
Regione Basilicata al Santo Patrono d'Italia.


Loggia antistante la Piazza inferiore
Ore 11.30 Saluto di P. MARCO TASCA
Ministro Generale dell'Ordine dei Frati
Minori Conventuali


Messaggio all'Italia del Ministro Rappresentante
il Governo Italiano
Saluto dell'On. VITO DE FILIPPO
Presidente della Regione Basilicata


Basilica inferiore di San Francesco in Assisi
Ore 16.00 Celebrazione Solenne dei Vespri Pontifìcali
presieduta da S.E. Mons. FRANCESCO
ANTONIO NOLÈ O.F.M. Conv., Vescovo
di Tursi - Lagonegro


O re 16.45 Processione dalla Basilica inferiore alla Piazza
superiore della Basilica
Benedizione dell' ltalia e del mondo con
l'Autografo della Benedizione di S. Francesco
Benedizione e consegna dei ramoscelli
di ulivo alle Autorità e al popolo
mentre si esegue il "Cantico delle Creature"
La Cappella Musicale della Basilica - il4 ottobre - esegue
"La Messa Lucana", per solo coro e orchestra, in prima
esecuzione, diretta dall 'aurore P. Giuseppe Magrino,
O.F.M. Conv. - Organista: Eugenio Becchetti.

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Per giovani dai 17 ai 35 anni che vogliono percorrere un itinerario di discernimento vocazionale e confrontarsi con il carisma della famiglia francescana dei Frati minori. Gli incontri si terranno presso il Convento S. Maria degli Angeli in Marano di Napoli.


CALENDARIO 2009/2010

1-4 ottobre: ritiro in preparazione alla solennità di S. Francesco
24-25 ottobre
2-3 
novembre
5-6 e
22-24 dicembre: ritiro in preparazione al S. Natale
16-17
gennaio
6-7
febbraio
20-21
marzo
1-3
aprile: ritiro in preparazione alla S. Pasqua di Resurrezione
8-9 e 29-30 
maggio
12-13 e 26-27
giugno

 


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Professione solenne

di Giovanna d'arco

26/09/2009 - 15:13

Data : 27-settembre-2009
Oggetto: Professione solenne: fr.Adriano Pannozzo
Descrizione: Il giorno 27 settembre c.a., nella Chiesa parrocchiale di S. Francesco in Fondi (LT), fra Agostino Esposito, Ministro Provinciale, durante la concelebrazione eucaristica delle ore 19.00, accoglierà la professione solenne di FRA ADRIANO PANNOZZO annoverandolo per sempre tra i frati minori della Provincia Napoletana del SS. Cuore di Gesù.




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Lettera del Ministro e del Definitorio generale per la Festa di san Francesco


SEGUIRE IL SANTO VANGELO
PER RENDERLO OGGI VIVO E VISIBILE


Carissimi fratelli,
Il Signore Gesù doni a ciascuno di voi
ogni bene e la Sua pace.
All’inizio del nostro servizio alla Fraternità
universale, e continuando una tradizione ormai
consolidata, in occasione della festa del nostro
serafico Padre san Francesco desideriamo inviarvi
un saluto fraterno e un semplice messaggio per
riprendere insieme il cammino della nostra vita e
missione francescana, «con autenticità e aperti al
futuro».
Abbiamo percorso tre anni di riflessione, di
approfondimento, di riscoperta della “grazia delle
origini”, e siamo stati ricondotti all’ispirazione originaria
del nostro carisma, all’«intuizione» primordiale
di Francesco, ispirata dal Signore, che ha preceduto
l’«istituzione» che ne è seguita. Rendiamo
insieme grazie al Signore per i molteplici frutti che
tale risalita al “bocciolo” originario ha sicuramente
prodotto nelle Fraternità e nelle Entità dell’Ordine.
È stato come un ritorno al «primo amore» e quanto
vorremmo che l’entusiasmo e la passione delle
origini possa continuare ad alimentare e rendere
dinamica la nostra fedeltà quotidiana! Riandando
all’origine del nostro carisma abbiamo incontrato
con occhi nuovi Francesco, ma non abbiamo voluto
tornare indietro, come ad un passato storico e
nostalgico; abbiamo invece rivisitato l’esperienza
fondante di Francesco come l’icona del nostro futuro,
come la forma vitae che tutti siamo chiamati
a realizzare e rendere eloquente testimonianza per
il mondo di oggi.
Quando noi celebriamo la “grazia delle origini”
guardiamo a Francesco d’Assisi. Ma Francesco,
per andare alla radice del suo progetto di vita,
vedeva Gesù Cristo, presente nel lebbroso baciato,
visibile nel Crocifisso di san Damiano, ispiratore
nella Parola ascoltata alla Porziuncola. E quando


ancora Francesco non sapeva cosa dovesse fare, il
Signore stesso gli rivelò che doveva «vivere secondo
la forma del santo Vangelo» (Test 14). Francesco
rinvia noi tutti al Vangelo, alla persona di Gesù
povero e crocifisso! Questo è il grande dono che
anche noi abbiamo ricevuto! Di questo dono unico,
come degli altri innumerevoli doni che riceviamo
– il dono della vita, della vocazione, dei fratelli,
della Parola, dell’Eucaristia – noi rendiamo continuamente
grazie al Signore e Gli siamo profondamente
riconoscenti. Il recente Capitolo generale ce lo ha ricordato
e riproposto con chiarezza: «È questa la buona
notizia che abbiamo ricevuto: il Vangelo di Gesù
Cristo Figlio di Dio, dono che cambiò la vita di
Francesco d’Assisi e che cambia quella di ciascuno
di noi» (Portatori del dono del Vangelo [PdV]
5). «Osservare il santo Vangelo» (Rb 1,1), che vuol
dire «seguire l’insegnamento e le orme del Signore
nostro Gesù Cristo» (Rnb 1,1) è la nostra «regola e
vita» (Rb 1, 1). Come Francesco «comprese se stesso
interamente alla luce del Vangelo» (Benedetto
XVI), così anche noi siamo chiamati a ripartire dal
Vangelo per viverlo nelle diverse e mutevoli condizioni
attuali in cui ciascuno si trova, insieme con
Francesco e come Francesco ce lo ha trasmesso. In
questo modo, in fedeltà gioiosa e creativa (cf. VC
37), daremmo risposte adeguate ai segni dei tempi,
come ci ha chiesto il Capitolo generale 2003 (cf. Il
Signore ti dia pace 6). Per poter «seguire più da vicino il Vangelo»
(CCGG 5,2), come abbiamo promesso, per tenere
«ferme le parole, la vita e l’insegnamento e il
santo Vangelo» (Rnb 22,12) di Gesù, dobbiamo in
primo luogo accogliere sempre nelle nostre vite la
Parola che ci viene donata, accogliere il Vangelo
come dono gratuito che ci viene offerto ogni giorno,
accoglierlo con l’assidua lettura orante della
Parola, che purifica le nostre intenzioni, guida le
nostre azioni, tiene vivo il fuoco della missione.


Con le parole del Capitolo generale straordinario
del 2006, che riprende quelle del Ministro generale,
ci ridiciamo con forza e con convinzione: «Torniamo
al Vangelo e la nostra vita riavrà la poesia,
la bellezza e l’incanto delle origni… Liberiamo il
Vangelo e il Vangelo libererà noi» (Il Signore ci
parla lungo il cammino 14). Lasciamoci liberare
dal torpore spirituale, dall’arida abitudine, dalla
stanchezza e dalla rassegnazione, per ripartire con
il Cristo e la sua Parola, accompagnati da Francesco,
con il forte desiderio di essere veri discepoli di
Gesù nel mondo e per il mondo di oggi.
Ma non possiamo essere veri discepoli se
non siamo nello stesso tempo anche testimoni e
missionari di Gesù, c’insegna san Francesco. Il
Vangelo ricevuto e accolto non possiamo tenerlo
solo per noi: dobbiamo restituirlo andando per il
mondo ad annunciarlo a tutti gli uomini. È quanto
il Capitolo generale ci ha detto chiamandoci «portatori
del dono del Vangelo». Sì, il Vangelo che
è la nostra forma vitae, il Vangelo che è all’origine
delle nostre Fraternità e della nostra missione
evangelizzatrice, dobbiamo restituirlo con la testimonianza
dell’amore reciproco nelle Fraternità,
con l’annuncio esplicito, con le scelte evangeliche
coraggiose per «incarnare il Vangelo in maniera
concreta» (PdV 8), con la fantasia creatrice che sa
trovare, nelle diverse circostanze, forme nuove e
adatte ai diversi destinatari del mondo odierno.
Il dono del Vangelo, accolto e restituito secondo
la logica evangelica del dono (cf. Il Signore ci
parla lungo il cammino, 19ss), è dunque la nostra
“professione” fondamentale. Secondo le recenti
ricostruzioni storiche del probabile contenuto
essenziale della Proto-Regola presentata al Papa
Innocenzo III Francesco non avrebbe precisato
nessuna modalità di attività apostoliche, avrebbe
invece chiaramente indicato le condizioni della sequela
Christi, la sua maniera di intendere e di voler
vivere radicalmente il Vangelo: spirito di orazione
e devozione, fraternità, povertà e minorità, “annuncio
del Vangelo di pace” (PdV 9), predicazione ed
evangelizzazione (cfr. CCGG 1,2). Sono le Priorità
che abbiamo cercato di approfondire e di mettere
in atto in questi ultimi anni e che ora ritroviamo
radicate nella scelta fondamentale del Vangelo vissuto

sine glossa, sul quale le medesime Priorità
ritrovano la loro unità carismatica.
Il Capitolo generale ha voluto riproporre
ancora le Priorità in quanto «valori fondamentali»,
rivisitate sotto una duplice luce: da una parte come
dimensioni evangeliche del discepolo-missionario,
e dunque «in chiave di missione evangelizzatrice e
nella prospettiva di apertura al mondo» (Mandati
del Capitolo generale 1); dall’altra come impegno
e responsabilità di ciascuna Entità che deve
«trovare una propria metodologia o un processo
per studiare, approfondire e mettere in pratica le
Priorità» (Mandati del Capitolo generale 6).
Questo è il cammino concreto che il Capitolo
di Pentecoste 2009 ci ha indicato e che ciascun
Frate, ogni Fraternità ed Entità, sono chiamati a riprendere
e percorrere sin da adesso.
Ora ci preme sottolineare l’importanza
assoluta di entrare tutti nella dinamica della logica
del dono per superare anzitutto ogni forma
di “immobilismo” spirituale e pastorale, per superare
qualsiasi tendenza o tentazione di “autoreferenzialità”
che chiude ogni orizzonte, in modo
da aprirsi, anche espropriandosi di tante forme di
indebita appropriazione, e andare ad «abitare le
frontiere» antropologiche e sociali, curare le ferite
provocate dalle «fessure di un mondo frammentato,
con un impegno di integrazione per superare
queste ed altre dicotomie, come cammino
di restituzione» (PdV 22). Riteniamo ugualmente
importante promuovere tra di noi una «sensibilità
sociale» (cfr. PdV 29-30) ed avviarci tutti verso
una nuova «evangelizzazione condivisa» promuovendo
«la condivisione della nostra missione
con i laici» nostri fratelli (cfr. PdV 25-27).
Noi, nuovo Definitorio generale, prenderemo
il nostro tempo nella seconda metà di settembre
fino alla prima settimana di ottobre per fare insieme
una riflessione approfondita sul documento del
Capitolo generale. Continueremo nei mesi successivi
e verso Natale pensiamo di fare conoscere a
tutti voi il frutto delle nostre riflessioni e le deci

sioni che lo Spirito ci suggerirà per l’animazione
dell’Ordine e la attuazione dei Mandati capitolari.
In questo primo messaggio abbiamo voluto
semplicemente riportare noi e voi al contenuto essenziale
della nostra Regola, il Vangelo, che poi è
la Persona stessa di Gesù, che abbiamo promesso di
“seguire” più che di “imitare” , per renderlo vivo e
visibile agli uomini di oggi.
Il modo migliore per onorare e celebrare san
Francesco è quello di rivivere fedelmente l’eredità
che ci ha lasciato: ascoltare e accogliere in noi il

Vangelo di Gesù, viverlo con autenticità e totalità
di adesione, restituirlo agli uomini e alle donne di
oggi, «camminando per le strade del mondo come
Frati Minori evangelizzatori con il cuore rivolto al
Signore» (PdV 10).
Buona festa del nostro Padre san Francesco,
al quale chiediamo che ci benedica come suoi figli
e ci accompagni sul cammino del Vangelo.


I vostri fratelli del Definitorio generale:

Fr. José Rodríguez Carballo ofm (Min. gen.)
Fr. Michael Anthony Perry, ofm (Vic. gen.)
Fr. Vincenzo Brocanelli, ofm (Def. gen.)
Fr. Vicente-Emilio Felipe Tapia, ofm (Def. gen.)
Fr. Nestor Inácio Schwerz, ofm (Def. gen.)
Fr. Francis William Walter, ofm (Def. gen.)
Fr. Roger Marchal, ofm (Def. gen.)
Fr. Ernest Karol Siekierka, ofm (Def. gen.)
Fr. Paskalis Bruno Syukur, ofm (Def. gen.)
Fr. Julio César Bunader, ofm (Def. gen.)
Fr. Vincent Mduduzi Zungu, ofm (Def. gen.)


Roma, 17 settembre 2009
Festa delle Stigmate di san Francesco
Prot.100238


fonte:www.ofm.org


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17.09.2009 @ 22:57

Sono stato crocifisso con Cristo

Sono stato crocifisso con Cristo
José Rodríguez Carballo, OFM Ministro generale
Monte Verna 17 Settembre 2009 - Gal 6, 14-18; Lc 9,23-26


Cari fratelli e sorelle, cari pellegrini, «La grazia del Signore nostro Gesù Cristo sia con il vostro spirito. Amen» (Gal 6,18).

Con il cuore ricolmo di commozione, anche quest’anno, siamo saliti su questo santo monte, toccato dal dito dell’Onnipotente e segnato dalla presenza del Poverello, per incontrarci con “il crocifisso della Verna”, con Francesco d’Assisi, l’alter Christus, nel cui corpo il Signore, due anni prima della sua morte, volle imprimere le stimmate della sua passione, per infiammare il nostro spirito con il fuoco del suo amore (cf Colletta), e attraverso Francesco, incontrarci con colui che lui stesso canta come l’«altissimo, onnipotente, bon Signore» (Cant 1).

Francesco, che fin dalla sua conversione nutrì una profonda e tenera devozione a Cristo crocifisso, desiderò ardentemente configurarsi a Lui «nelle sofferenze e nei dolori della passione» (LegM XIII, 2). E qui, a poca distanza da dove ci troviamo, «un mattino, all’appressarsi della festa dell’Esaltazione della Santa Croce», l’«amico di Cristo», come lo chiama san Bonaventura, venne «trasformato tutto nel ritratto visibile di Cristo crocifisso, non mediante il martirio della carne, ma mediante l’incendio dello spirito», portando nelle mani, nei piedi e nel costato le stigmate di Gesù, «come quelle che poco prima aveva osservato nell’immagine dell’uomo crocifisso (LegM XIII, 3).

È così che Francesco si trasforma nell’immagine del Crocifisso e da vero amante si configura interamente a Lui. Da questo momento potrà davvero far sue le parole di Paolo: «sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me» (Gal 2,20); e anche quelle che abbiamo ascoltato nella la prima lettura: «Quanto a me invece non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo, per mezzo della quale il mondo per me è stato crocifisso, come io per il mondo … D’ora innanzi nessuno mi procuri fastidi: difatti io porto le stigmate di Gesù nel mio corpo (Gal 6,14.17).

Francesco sta vivendo forse il momento peggiore della sua vita. Una delle sue biografie, lo Specchio di perfezione, parla di tentazioni, tribolazioni e sofferenze (cf Sp 99). Francesco soffre nel suo corpo, pieno di malattie, ma soffre in particolare nello spirito: i suoi, quelli che ha sempre accolto come un dono di Dio – «il Signore mi diede dei fratelli», dice nel suo Testamento (14) – sono quelli che ormai non lo ritengono più necessario e rifiutano i suoi insegnamenti perché sembrano troppo radicali. La sua vita, umanamente parlando, gli si presenta come una frustrazione. E in questa situazione, come reagisce Francesco?

Guardiamo alle Lodi di Dio Altissimo che Francesco ha composto qui alla Verna proprio dopo lo stigmatizzazione. Nel mezzo della grande notte oscura che sta attraversando, il Poverello scopre che il Signore è tutto: «il bene, ogni bene, il sommo bene» (LodAl 3). Nel mezzo della tempesta interiore l’assisiense comincia a cantare: Tu sei sapienza, umiltà, pazienza, bellezza, mansuetudine, sicurezza, quiete, gioia, speranza e letizia, giustizia, temperanza e tutta la nostra ricchezza a sufficienza (cf LodAl, 4s). E quando tutti i sostegni umani vengono meno, Francesco dice: Tu sei bellezza, protettore, custode e difensore, Tu sei refrigerio, Tu sei tutta la nostra dolcezza (cf LodAl 6s). Francesco ha finalmente capito che la vera felicità, la vera gioia, non nasce dall’autorealizzazione, dalle risposte gratificanti che gli altri possono dare, ma dall’adempimento del progetto del Signore. Se le stigmate sono la risposta del Signore all’autenticità di Francesco, «alla [sua] ricerca del volere di Dio, a cui bramava con sommo ardore di conformarsi in tutto e per tutto», come afferma il Dottore Serafico (LegM XIII, 1), le Lodi di Dio Altissimo sono la risposta credente di Francesco che sperimenta nella propria carne che cosa significa rinnegare se stessi, prendere la propria croce ogni giorno e seguire Gesù, come è detto nel Vangelo che abbiamo ascoltato (cf Lc 9,23). Se Gesù stesso ha sofferto tentazioni, tribolazioni, afflizioni, e aveva provato nella sua carne il prezzo del tradimento di uno dei suoi amici, che cosa poteva aspettarsi Francesco volendo seguire le sue orme? Finalmente Francesco può dire: «per me il vivere è Cristo» (Fil 1, 21). Vivere come Gesù, seguire le sue orme, vivere di Cristo: questo è ormai il solo progetto esistenziale di Francesco. Essere tutto per Colui che è il tutto.

Cari fratelli e amici, la nostra salita sul monte della Verna non può lasciarci indifferenti al messaggio che gridano queste rocce. Esse ci parlano di amore e passione. Amore di Gesù per l’umanità: «Avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine» (Gv 13,1). Amore di un uomo, Francesco d’Assisi, per il Dio vivo e vero; amore che lo ha portato a configurarsi in tutto al volto visibile di Dio, al Crocifisso, diventando «di lui vero amante e imitatore», come lo ha definito sorella Chiara (TestsC 5). Ma questo monte ci parla anche della necessità di tornare ai fratelli, anche a quelli che ci fanno soffrire, per condividere con loro ciò che il Signore opera in ciascuno. Francesco, stando alle fonti biografiche, soffriva intensamente perché i fratelli non comprendevano la sua situazione e perché lui non poteva mostrare loro la gioia che era nel suo cuore. D’altra parte non tiene per sé il dono ricevuto, lo condivide scendendo dalla montagna e portando a tutti l’immagine del Cristo crocifisso (cf LegM 5).

Alla luce di questa esperienza veramente mistica di Francesco due sono gli inviti molto concreti che ci rivolge oggi lo stigmatizzato della Verna: configurarci all’amore che ci ha amati per primo (cf 1Gv 4,19); essere per i nostri fratelli immagini viventi di Cristo e del suo amore per l’umanità, in particolare quella sofferente.

Amici e fratelli, noi, che siamo stati toccati dall’amore di Cristo, che siamo stati chiamati ad essere discepoli e a seguirlo nel Vangelo, conosciamo il percorso per rispondere a questo amore e a questa vocazione: rinnegare noi stessi e prendere la croce ogni giorno. Il programma di viaggio non è facile, ma Francesco ci grida: non abbiate paura, nulla è impossibile perché il Signore è la nostra forza.

Francesco, vieni, torna tra noi, abbiamo bisogno di te, perché tu ci dica che la gioia vera non sta nella sapienza umana, nelle ricchezze, nelle ricompense che ci vengono dagli uomini, ma nell’essere fedeli al progetto del Signore.

Francesco, vieni, torna tra noi, abbiamo bisogno di te, per imparare che per seguire Gesù vi è un solo percorso: quello seguito anche da Lui, fatto di espropriazione e di rinnegamento di sé.

Francesco, vieni, torna tra noi, abbiamo bisogno di te, perché tu ci dica come amare coloro che ci fanno soffrire e come fare perché l’Amore sia ogni giorno un po’ più amato; per convertirci, anche noi, in amici di Cristo, in veri suoi amanti e imitatori.

Vieni, Frate Francesco. Abbiamo bisogno di te…

 

 


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Francesco, mediante le sacre Stimmate, prese l’immagine del Crocifisso

Dalla «Legenda minor» di san Bonaventura


Francesco, servo fedele e ministro di Cristo, due anni prima di rendere a Dio il suo spirito, si ritirò in un luogo alto e solitario, chiamato monte della Verna, per farvi una quaresima in onore di san Michele Arcangelo. Fin dal principio, sentì con molta più abbondanza del solito la dolcezza della contemplazione delle cose divine e, infiammato maggiormente di desideri celesti, si sentì favorito sempre più di ispirazioni dall’alto.

 



Un mattino, verso la festa dell’Esaltazione della santa Croce; raccolto in preghiera sulla sommità del monte, mentre era trasportato in Dio da ardori serafici, vide la figura di un Serafino discendente dal cielo. Aveva sei ali risplendenti e fiammanti. Con volo velocissimo giunse e si fermò, sollevato da terra, vicino all’uomo di Dio. Apparve allora non solo alato ma anche crocifisso.
A questa vista Francesco fu ripieno di stupore e nel suo animo c’erano, al tempo stesso, dolore e gaudio. Provava una letizia sovrabbondante vedendo Cristo in aspetto benigno, apparirgli in modo tanto ammirabile quanto affettuoso ma al mirarlo così confitto alla croce, la sua anima era ferita da una spada di compaziente dolore.
Dopo un arcano e intimo colloquio, quando la visione disparve, lasciò nella sua anima un ardore serafico e, nello stesso tempo, lasciò nella sua carne i segni esterni della passione, come se fossero stati impressi dei sigilli sul corpo, reso tenero dalla forza fondente del fuoco.
Subito incominciarono ad apparire nelle sue mani e nei suoi piedi i segni dei chiodi; nell’incàvo delle mani e nella parte superiore dei piedi apparivano le capocchie, e dall’altra parte le punte. Il lato destro del corpo, come se fosse stato trafitto da un colpo di lancia, era solcato da una cicatrice rossa, che spesso emetteva sangue.
Dopo che l’uomo nuovo Francesco apparve insignito, mediante insolito e stupendo miracolo, delle sacre stimmate, discese dal monte. Privilegio mai concesso nei secoli passati, egli portava con sé l’immagine del Crocifisso, non scolpita da artista umano in tavole di pietra o di legno, ma tracciata nella sua carne dal dito del Dio vivente.

 

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San Paolo nell'«Itinerarium» di Bonaventura

Per volare fino al terzo cielo servono sei ali




Pubblichiamo il testo di una delle relazioni tenute a Bagnoregio in occasione del 57° convegno del Centro Studi Bonaventuriani.



di Pietro Messa

Nel prologo dell'Itinerarium mentis in Deum, dopo aver innalzato la preghiera all'eterno Padre della luce affinché ci illumini sulla via della pace, Bonaventura prosegue: "Poiché dunque, seguendo l'esempio del beatissimo padre Francesco, questa pace cercavo con spirito ardente, io peccatore che, benché indegno, sono il settimo suo successore nel governo dell'ordine, accadde che trentatré anni dopo la sua morte, mi recai per volere divino sul monte della Verna, come a un quieto rifugio ove cercare la pace dello spirito; e là, mentre meditavo sulle possibilità dell'anima di ascendere a Dio, mi si presentò, tra l'altro, quell'evento mirabile occorso in quel luogo al beato Francesco, cioè alla visione del Serafino alato in forma di Crocifisso. E su ciò stavo meditando, subito mi avvidi che tale visione mi offriva l'estasi contemplativa del medesimo padre Francesco e insieme la via che ad essa conduce" (Bonaventura di Bagnoregio, Itinerarium mentis in Deum, Prol., 2).
Certamente i numeri indicati sono in contemporanea dati storici, ma anche dal forte significato teologico; considerando che san Francesco è morto nel 1226 e che Bonaventura sale a la Verna trentatré anni dopo, si deduce che egli ha scritto l'Itinerarium mentis in Deum nel 1259, ossia due anni dopo la sua elezione a ministro generale a opera del capitolo di Roma del 1257. Quindi quest'anno ci troviamo nel 750° anniversario della composizione di tale testo. Proprio per tale motivo è stato organizzato un incontro, distinto in due sessioni (al Santuario La Verna il 26 settembre e all' Antonianum di Roma il 27 ottobre 2009), su come quest'opera bonaventuriana sia stata recepita da alcuni teologi e filosofi del secolo xx, in modo da cogliere la posterità del pensiero di Bonaventura nel secolo che ci ha preceduto. Dei teologi che saranno presi in considerazione certamente quello che desta più interesse è Joseph Ratzinger, sia perché oggi, divenuto Papa Benedetto XVI, la comprensione dei suoi studi su Bonaventura è essenziale per comprendere il suo pensiero, ma anche perché egli ha approfondito la teologia della storia bonaventuriana, un sistema complesso che ha visto la convergenza di più correnti di pensiero, tra cui quella gioachimita, non sempre facile da decifrare.
Joseph Ratzinger nel suo studio sulla teologia della storia in san Bonaventura fa riferimento soprattutto alle Collationes in Hexaëmeron, abbondantemente citate. Tuttavia vi sono rimandi anche ad altre opere bonaventuriane, tra cui anche all' Itinerarium mentis in Deum (cfr. Joseph Ratzinger, San Bonaventura. La teologia della storia, Assisi, Edizioni Porziuncola, 2008, pagine 256, euro 28; pagine 88, 131, 134).
Così, nel capitolo secondo, dedicato a descrivere "Il contenuto della speranza di salvezza in Bonaventura" indica pax e revelatio come i beni salvifici del tempo ultimo. Dopo aver affermato che "il vero contenuto di questo tempo di salvezza viene riassunto nella parola "pace"" (ibidem, pagina 87) egli cerca le fonti di questa convinzione bonaventuriana e tra le altre indica "la posizione dominante che lo stesso Francesco aveva riservato nel suo ordine al saluto e al messaggio di pace" (ibidem, pagine 87-88). In nota Ratzinger ricorda che "Bonaventura pone un particolare accento su questo tratto fondamentale del messaggio di Francesco" (ivi, nota 5) nell'Itinerarium mentis in Deum, riportando un brano del prologo: "Pace che predicò e donò Cristo nostro Signore, di cui fu apostolo il nostro padre Francesco, che l'annunziava al principio e alla fine di ogni discorso, l'augurava in ogni saluto, e in ogni contemplazione sospirava alla pace dell'estasi, quasi concittadino della Gerusalemme perfetta. Di questa pace parla quell'uomo pacifico che si conservava in pace anche con quanti la pace odiavano. Chiedete quanto arreca pace a Gerusalemme. Egli ben sapeva che il trono di Salomone è fondato sulla pace, come è scritto: La sua sede è nella pace, e in Sion è la sua dimora" (Itinerarium, Prol., 1).
Sempre nel capitolo secondo, Ratzinger evidenzia la presenza della teologia di Dionigi l'Areopagita nelle opere bonaventuriane, facendo notare come "la teologia dionisiana di Bonaventura culmini sempre più nel concetto di rivelazione, con il quale originariamente non ha nulla a che fare, che contribuisce infine a crearne l'impronta essenziale". Infatti "per il Dottore Serafico erano sempre esistiti motivi sufficienti per aderire ad una dottrina che, quale sommo vertice dello slancio creaturale verso Dio, insegnasse un contatto con questo Dio in modo completamente non cognitivo e superintellettuale" (J. Ratzinger, San Bonaventura cit., pagine 130-131). Continuando afferma: "A questo si aggiunge ancora un altro processo che assicura a quello appena descritto la sua piena portata: dapprima nell'Itinerarium mentis in Deum e poi ancora con nuova enfasi nell'Hexaëmeron questo contatto mistico viene indicato come "rivelazione"". Il rimando è al capitolo conclusivo dell'Itinerarium mentis in Deum: "In questa ascesa, perché sia perfetta, è necessario che si abbandonino tutte le operazioni dell'intelletto, e che l'apice dell'affetto sia segretissimo, che non lo può conoscere chi non lo sperimenta, e non lo riceve se non chi lo desidera, né lo desidera se non colui che il fuoco dello Spirito Santo, che Cristo mandò sulla terra, profondamente infiamma. Per questo l'Apostolo dice che questa sapienza mistica è stata rivelata per mezzo dello Spirito Santo".
Bonaventura conclude questo brano rinviando a quanto affermato da san Paolo in 1 Corinzi (2, 10 e seguenti).
Nel paragrafo conclusivo del capitolo secondo, Ratzinger illustra "la sintesi decisiva a partire dalla quale si costruisce la speranza escatologica della rivelazione in Bonaventura e il concetto di rivelazione che ne costituisce la base" (J. Ratzinger, San Bonaventura cit., pagina 132).
Prima di tutto mostra come Bonaventura ha trasformato in senso storico la concezione cosmica delle gerarchie di Dionigi; successivamente ha mostrato che a questo sviluppo storico-gerarchico "corrisponde anche uno sviluppo della conoscenza di fede fino alla forma suprema di un contatto con Dio super-intellettuale e affettivo-mistico" (ibidem, pagina 133).
Secondo Ratzinger "il concetto che sostiene e fonda questa sintesi complessa mi pare essere quello dei Serafini. La visione di San Francesco, al quale Cristo crocifisso apparve nella figura di un Serafino, non ha più abbandonato san Bonaventura dopo il suo ritiro sul monte della Verna. Allo spirito del teologo in meditazione doveva infatti apparire indubitabile che in questa visione si annunciasse l'essenza dell'esperienza piena di mistero: il modo di cogliere Dio si è qui realizzato al supremo livello dell'amore, al livello dei Serafini. Come le stigmate, dunque, attestavano l'identità del Poverello quale angelus cum signo Dei vivi, allo stesso modo l'apparizione del Signore nella figura del Serafino, indicava la collocazione gerarchica di Francesco e la sua ora storica; egli doveva conseguentemente appartenere alla Chiesa serafica del tempo ultimo. Nella strana duplice figura di quella visione si cela dunque già la sintesi comprendente il pensiero delle gerarchie, la mistica e la storia, con cui Bonaventura tentava di dominare l'eredità teologica e religiosa del suo tempo" (ibidem, pagina 134).
Nel momento che Ratzinger accenna al ritiro di Bonaventura alla Verna, rimanda in nota al prologo dell'Itinerarium mentis in Deum (Prol., 2).
Continuando, Bonaventura spiega il perché del forte significato simbolico del Serafino apparso a san Francesco: "Le sei ali del Serafino, infatti, possono ben simboleggiare i sei gradi dell'illuminazione, attraverso i quali l'anima, come per gradini o vie, si dispone a salire al godimento della pace nei rapimenti estatici della sapienza cristiana. Per questa via non si va se non sospinti dall'ardentissimo amore del crocifisso che rapì Paolo al terzo cielo, trasformandolo al punto che esclamò: "Con Cristo sono confitto in croce. Non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me". Questo amore assorbì la mente di Francesco al punto che ciò che era nella mente si manifestò nella carne, portando per due anni impresse nel corpo, fino alla morte, le sacre stimmate della Passione. Dunque, la visione delle sei ali del Serafino suggerisce le sei illuminazioni ascendenti, che partono dalle creature e conducono fino a Dio, nel quale nessuno penetra rettamente se non tramite il Crocifisso" (Itinerarium, Prol. 3).
Come si vede il rimando è a san Paolo, rapito fino al terzo cielo, e trasformato in Cristo, come dice sempre l'Apostolo in un testo che può essere definito come il più grande della mistica cristiana: Christo confixus sum cruci, iam non ego; vivit vero in me Christus (Galati, 2,19-20). Lo stesso passo paolino Bonaventura lo usa all'inizio del capitolo xiv della Vita beati Francisci in cui narra la morte del santo: "Francesco, ormai confitto nella carne e nello spirito con Cristo alla Croce, non solo ardeva di amore serafico verso Dio, ma era anche assetato, con Cristo crocifisso, della salvezza degli uomini".
Tuttavia Bonaventura non è il primo ad applicare Galati 2, 19-20, a san Francesco; infatti egli si pone in quella che ormai era diventato un patrimonio dell'agiografia francescana diffusa anche mediante l'iconografia francescana.
Ratzinger del prologo dell'Itinerarium si sofferma soltanto sulla figura del serafino alato in forma di crocifisso e la sua importanza nel pensiero bonaventuriano, ma tale brano è pienamente comprensibile soltanto se si completa con quello successivo in cui il riferimento è proprio Paolo apostolo. Infatti nella spiegazione dell'evento della Verna, Bonaventura non solo attinge abbondantemente dagli scritti paolini, ma l'esperienza stessa di san Paolo rapito al terzo cielo è presa come riferimento per comprendere ciò che avvenne a san Francesco quando gli apparve il serafino.
Sarà a conclusione dei Miracoli, posti al termine della Vita beati Francisci, che Bonaventura sintetizzerà la sua lettura teologica della vita del santo d'Assisi con un intreccio di citazioni bibliche - soprattutto paoline - in cui l'Itinerarium mentis in Deum, denominato anche Speculatio pauperis in deserto, fa come da sfondo: "Indubbiamente, questo mistero grande e mirabile della croce, nel quale sono nascosti così profondamente da risultare nascosti ai sapienti e ai prudenti di questo mondo i carismi della grazia, i meriti delle virtù, i tesori della sapienza e della conoscenza, fu svelato in tutta la sua pienezza a questo piccolino di Cristo, tanto tutta la sua vita non fu che seguire sempre e solo le vestigia della croce, gustarne la dolcezza, predicarne la gloria. Perciò egli ha potuto dire veramente con l'Apostolo, all'inizio della sua conversione: "Quanto a me invece non vi sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo". Con non minor verità ha potuto ripetere, nello svolgimento della sua vita: "E su quanti seguiranno questa norma sia pace e misericordia". E con pienezza di verità, nel compimento della sua vita terrena, ha potuto soggiungere: "Io porto le stigmate del Signore Gesù nel mio corpo!". Ma noi desideriamo sentire ogni giorno da lui anche queste parole: "La grazia del Signore nostro Gesù Cristo sia col vostro spirito, fratelli. Amen".
Gloriati, dunque, ormai sicuro, nella gloria della croce, o glorioso alfiere di Cristo; tu che, cominciando dalla croce, sei progredito seguendo la regola della croce e nella croce hai portato a compimento la tua opera. Gloriati, dunque ora che prendendo a testimonio la croce, manifesti a tutti i fedeli quanto è grande la tua gloria nel cielo" (Vita beati Francisci, Mir. X, 8-9).



(©L'Osservatore Romano - 13 agosto 2009)

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2.08.2009 @ 18:51

Santa Maria degli Angeli, 2009

PORZIUNCOLA (Santa Maria degli Angeli, 2009)
Fr. José Rodríguez Carballo, ofm - omelia del Ministro generale
Sir 24,1-4.22-31; Sal 33; Gal 4,3-7; Lc 1,26-33


Con la liturgia odierna, in questa bella giornata, benediciamo il Signore, e con il cuore traboccante di gioia ci serviamo delle parole della vergine fatta Chiesa, come chiamava il Poverello Maria, figlia e ancella dell’altissimo e sommo Re, il padre celeste, madre del Signore nostro Gesù Cristo, sposa dello Spirito Santo (Ant. UffP), per manifestare la nostra gioia: “L’anima mia magnifica il Signore, ed il mio spirito esulta in Dio mio salvatore (Lc 1,46-37). E in questo giorno di festa, con parole del Padre san Francesco, salutiamo Maria, come palazzo, tabernacolo, vestimento e casa di Dio (cfr. SalBVM, 4-5).

Celebriamo oggi la dedicazione di questa Basilica, che quest’anno compie proprio 100 anni come Basilica Pontificia. Una Basilica innalzata per conservare al suo interno, come tesoro prezioso, la chiesetta della Porziuncola. Questa cappella che Francesco ricostruì con le sue stesse mani, con vero amore filiale nei confronti della Regina degli Angeli, nei primi anni della sua conversione (cfr. 1Cel 21), e dove, alla fine, capì il Vangelo (cfr. 1Cel 22). Luogo santo tra i santi, nel quale ha avuto orgine l’avventura evangelica di Francesco, di Chiara e della prima fraternità di frati, 800 anni fa (cfr. LegM 2,8), e dal quale i frati della prima ora partivano per la missione. Luogo, infine, amato da Francesco più di ogni altro (cfr. 2Cel 18), perché dedicato alla Madre di Dio, e dove, mosso da questo amore, Francesco chiederà di essere trasportato per esalare il suo ultimo alito di vita, qui dove aveva ricevuto lo spirito di grazia (LegM 14, 3).

La Porziuncola è, prima di tutto, un luogo, però grazie al fratello e padre san Francesco, questa piccola porzione di terra (questo significa porziuncola), si convertì in uno spazio dello spirito e della fede (Benedetto XVI), dove possiamo accedere alla grazia del perdono e della misericordia. Il cosiddetto perdon d’Assisi, o meglio ancora, l’Indulgenzia della Porziuncola, ottenuta dallo stesso san Francesco nel 1216 dal Papa Onorio III, ha trasformato questo luogo in uno spazio privilegiato di penitenza e di grazia, particolarmente per i poveri che non potevano fare il pellegrinaggio verso Santiago, Gerusalemme o Roma, sia per la lontananza geografica, sia per le offerte che dette indulgenze richiedevano, particolarmente quella della Terra Santa, e che erano la fonte principale del sostentamento della Chiesa locale.

Francesco, che dalla sua conversione aveva scoperto la povertà e i poveri, chiedendo al Papa che l’acquisto dell’indulgenza non comportasse alcun peso economico, era mosso dalla fraterna sollecitudine per quelle persone che, per mancanza di mezzi o di forze, non potevano iniziare un lungo viaggio. L’indulgenza della Porziuncola è un gesto di profonda solidarietà da parte di Francesco con coloro che non potevano dar nulla, se non la loro fede, la loro preghiera e la loro disponibilità a vivere secondo il Vangelo la propria condizione di povertà.

Al di là di un viaggio lungo e, quasi sempre, molto difficile a causa dei pericoli derivanti dall’incamminarsi verso Compostella, la Terra Santa o la Città Eterna, ciò che si chiedeva e si chiede per ottenere il perdono della Porziuncola è l’iniziare un viaggio interiore di conversione, un incontro con la radicalità del Vangelo, come lo stesso san Francesco aveva fatto proprio in questo luogo, una pronta disponibilità per mettere in pratica le esigenze evangeliche. Non si può pretendere di ottenere l’indulgenza della Porziuncola rimanendo ancorati alla nostra situazione di peccato. Non si può pretendere di gustare la grazia del perdon d’Assisi nemmeno rimanendo nella nostra mediocrità. Se il peccato è rottura di una relazione amorosa tra l’uomo e Dio, un abisso profondo che ci separa da Lui e, come conseguenza, dagli altri (cfr. Rm 1,20-25) –e anche se gli uomini possono essere strettamente uniti nella colpa, questo non significa che siano realmente uniti tra di loro- si rende necessario abbattere questa barriera che si interpone tra noi e Dio e che ci impedisce un’autentica relazione con l’Altissimo, Onnipotente e Buon Signore e con gli altri. Se il peccato abita in noi, come dice san Paolo (cfr. Rm 7,20-21), e ci fa suoi schiavi e prigionieri (cfr. Rm 6,17.20; 7,14), così che volendo fare il bene, operiamo il male (cfr. Rm 7,19), per gustare la misericordia del Signore è necessaria una volontà ferma per sradicarlo da noi, una lotta che ci porti a sperimentare in noi stessi quello che sappiamo per fede: che il peccato è stato vinto da Cristo.

Cari fratelli e sorelle: Dio è compassionevole e buono, ricco nella misericordia, affermano le Sacre Scritture. Questa è una delle verità di fede tra le più meravigliose e gioiose. La rivelazione ci mostra come il dramma del peccato è anche un dramma nel cuore di Dio, che constata come l’uomo, facendo un uso non corretto della sua libertà (cfr. Mt 7,20), possa trasgredire al vero amore. Ciascuno di noi, creato ad immagine e somiglianza di Dio, di fatto ha il terribile potere di ostacolare Dio nella sua volontà di darci la vita e la vita in pienezza. Ciascuno di noi, a causa del peccato, cade in una schiavitù dalla quale non possiamo uscire con i nostri soli mezzi. È proprio in questi momenti che Dio non ci abbandona. La sua misericordia è la chiave per toglierci da questa schiavitù, facendoci uscire nello spazio della libertà, insegnandoci ad amare in modo sincero e autentico.

Il Padre ci ama! E questa certezza non può che spingerci ad aderire a Cristo, a camminare in atteggiamento di conversione costante: Convertitevi, ossia: credete al Vangelo (Mc 1,15), ripete oggi il Signore a ciascuno di noi, convocati per celebrare il perdon d’Assisi. In questo impegno sappiamo che non siamo soli. All’origine di ogni autentica conversione c’è lo sguardo di Dio sul peccatore. Uno sguardo che si traduce in una ricerca amorosa costante, in passione fino alla croce, in volontà di perdono senza misura, come nel caso di Levi (cfr. Mc 2,13-17), di Zaccheo (cfr. Lc 19,1-10), dell’adultera (cfr. Gv 8,1-11), del ladrone (cfr. Lc 23, 39-43), della samaritana (cfr. Gv 4,1-30). Quando l’essere umano ha scoperto e gustato il Dio della misericordia e del perdono, non può vivere se non convertendosi costantemente a lui (Dives in misericordia, 13).

Va e non peccare più (Gv 8,11). Il perdono è dato gratuitamente, però l’uomo è invitato a corrispondere a questo perdono con un serio impegno di vita rinnovata. Celebrando l’indulgenza della Porziuncola, avviciniamoci, cari fratelli e sorelle, al sacramento della riconciliazione e della misericordia. Il Signore ci aspetta, come il padre della parabola del figliol prodigo (cfr. Lc 15,11-32). Un cuore contrito e umile il Signore non lo disprezza. Egli è sempre disposto a riscattarci dalla schiavitù (cfr. Gal 4,3ss), a rinnovare la sua alleanza con noi e a ridonarci al dignità di figli (anello e vesti nuove).E allora gusteremo e vedremo che il Signore è buono, che egli ci libera dal nostro peccato e cura il nostro cuore ferito (cfr. Sal 33). E sentiremo, anche, che la festa che il padre ha preparato è per ciascuno di noi, e che il figlio che era morto e che è tornato alla vita siamo tu ed io. E allora benediremo il Signore in ogni momento perché la sua bontà e misericordia non hanno limiti.

Maria, madre della misericordia, madre del bell’amore e del timore,
della conoscenza e della santa speranza (cfr. Sir 24,24, neo vulgata), attraverso la quale abbiamo ricevuto colui che è la manifestazione suprema dell’amore di Dio per l’umanità, lei, la piena di grazia (Lc 1,28), ci ottenga la grazia di partecipare in pienezza della grazia.

 


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Capitulum generale Ordinis fratrum minorum

S. Mariae Angelorum 2009



Introduzione alla Lectio del 1° giugno

Fr. Giacomo Bini ofm


Dalla Regola bollata (Cap 1)

Nel nome del Signore incomincia la vita dei frati minori

La regola e la vita dei frati minori è questa, cioè osservare il santo Vangelo del Signore nostro Gesù Cristo, vivendo in obbedienza, senza nulla di proprio e in castità.

Frate Francesco promette obbedienza e ossequio al signor papa Onorio e ai suoi successori canonicamente eletti e alla Chiesa romana. E gli altri frati siano tenuti a obbedire a frate Francesco e ai suoi successori.


REGOLA DEI FRATI MINORI (Cap.1).


Francesco era zelantissimo per la vita comune e la Regola, e lasciò una particolare benedizione a quanti ne desideravano ardentemente l'osservanza.

Questa, ripeteva, è il libro della vita, speranza di salvezza, midollo del Vangelo, via della perfezione, chiave del Paradiso, patto di eterna alleanza. Voleva che tutti ne avessero il testo e la conoscessero molto bene, e ne facessero sempre oggetto di meditazione con l'uomo interiore, come sprone contro l'indolenza ed a memoria delle promesse giurate.

Insegnò ad averla sempre davanti agli occhi, come richiamo alla propria condotta, e, ciò che più importa, a morire con essa” (2Cel 208).


La vita dei Frati Minori inizia nel nome del Signore, consiste nel vivere il Vangelo come “forma vitae”, come Regola; siamo liberi da ogni dipendenza e radicalmente espropriati (voti), per appartenere esclusivamente al Signore, nella Chiesa e con la Chiesa.


La vita. La Regola nasce dunque dalla vita e si accompagnerà alla vita; non è solo un documento giuridico, né dovrà contrapporsi alla vita o escluderla, ma armonizzarsi con essa: l’una ha bisogno dell’altra; ma la priorità spetta alla vita. Trattandosi di vita evangelica, il vino nuovo dovrà periodicamente far scoppiare gli otri vecchi nei quali siamo talvolta tentati di travasarlo.


Frati Minori. Si tratta della vita evangelica, definita da Francesco con due termini che sono già un programma ben delineato: come “fratelli” e come “minori”! La Fraternità, come elemento essenziale (e non opzionale) dovrà accompagnare sempre la vocazione e la missione dei Frati. Siamo chiamati a vivere il Vangelo in fraternità, qualificata dalla “minorità”, situandoci tra gli ultimi, come ha fatto Gesù, facendo della propria vita un servizio, un dono gratuito, umile e universale. Il vivere dunque da poveri, per i poveri, con i poveri e come i poveri: è il nostro stato di vita, al quale siamo chiamati.


Inizio... Questa “avventura” inizia perché chiamati dal Signore e con gli occhi e il cuore orientati verso il Vangelo. E siccome la distanza tra il nostro comportamento quotidiano e il Vangelo è incolmabile, siamo invitati a ricominciare continuamente. E’ stata questa la raccomandazione di Francesco ai frati alla fine della sua vita.(cfr 1Cel 103).


Nel nome del Signore. Tutto viene da Lui: la vita, il coraggio di iniziare a camminare con Lui, il lavorare per la riconciliazione in vista di una fraternità sempre più universale perché tutti siamo figli dello stesso Padre, chiamati a metterci a servizio di tutti. Tutto è dono suo; abbiamo dunque la responsabilità di far “circolare” questo amore e farlo fruttificare,per restituirglielo senza appropriarci di nulla. La nostra vita dovrà essere una risposta a questo amore gratuito che si caratterizza per una “stabilità” nella fede e in ciò che “abbiamo fermamente promesso”(Rb 12).


Vivere il Vangelo. E’ il centro di tutto. Vivere il Vangelo nel suo insieme, ciò che Gesù ha detto e ciò che Gesù ha fatto, “sine glossa”, senza rimandi e senza ritocchi, soprattutto senza annacquarlo né strumentalizzarlo; vivere ancorati al Vangelo in un’attitudine contemplative e obbediente. E’ su questo “centro” che costruiremo la nostra vocazione, la nostra missione, la nostra identità, una identità “in via”, sempre in divenire e sempre confrontata con la Parola, e sempre “da ristrutturare”.


La Regola. La Regola è la “forma di vita evangelica”; è il Vangelo che prende “forma” nella misura in cui la nostra esistenza quotidiana si propone di “seguire le orme, l’umiltà, la povertà e gli insegnamenti del S. Vangelo”. “Seguire” significa che siamo disposti sempre a lasciare tutto per ancorarci all’unica sicurezza che è Gesù. La nostra vita sarà sempre un’itineranza evangelica, in fraternità e minorità, ispirata al Vangelo, modellata sul Vangelo e “ri-formata” sul Vangelo. La Regola e le Costituzioni dovranno sempre rimandare, guidare e orientare verso il Vangelo.


Nella Chiesa e con la Chiesa. Questa avventura evangelica ha sempre bisogno di mediazioni concrete: di una Fraternità organizzata e soprattutto della Chiesa. Queste mediazioni ci aiutano a non cadere in “personalismi pseudo-profetici” devianti, o in interpretazioni troppo soggettive della nostra “forma vitae”. Contemporaneamente tutte le mediazioni vanno sempre riferite al Vangelo, nostra fonte di ispirazione; vanno purificate e orientate secondo la radicalità evangelica alla quale siamo chiamati e ci siamo impegnati nella professione.

E’ molto significativo quanto avvenne al Capitolo delle stuoie, ed è narrato dallo Specchio di Perfezione. Alcuni frati,”sapienti e istruiti”, fecero pressione sul cardinale Ugolino perché Francesco si lasciasse convincere a dar loro una Regola sullo stile di quelle già esistenti, “al fine di condurre una vita religiosa ben ordinata”.

Francesco, a queste insinuazioni, senza dilungarsi in troppe spiegazioni, “prese per mano (il Cardinale) e lo condusse tra i frati riuniti a Capitolo, e così parlò ad essi in fervore e forza di Spirito Santo: Fratelli miei, fratelli miei! Il Signore mi ha chiamato per la via della semplicità e dell’umiltà, e questa via mostrò a me nella verità per me e per quelli che intendono credermi e imitarmi. Di conseguenza non voglio che mi nominiate nessuna Regola né di S. Benedetto, né di S. Agostino, né di S. Bernardo, né alcun’altra via e forma di vita, se non quella che dal Signore mi è stata misericordiosamente mostrata e donata. Il Signore mi ha detto che dovevo essere come un novello pazzo in questo mondo, e non ci ha voluto condurre per altra via che quella di questa scienza... Dio vi confonderà per mezzo della vostra scienza e sapienza” (Spec 68).

In questo testo Francesco ristabilisce chiaramente la gerarchia dei valori di fronte alla tentazione, sempre presente nella storia, del potere, dell’apparenza, dell’efficienza, del numero... Tutte le mediazioni umane che contano e che nella logica del mondo tendono a farsi valere vanno purificate e sottomesse alla logica del Vangelo, alla sequela di Gesù umile e povero. Questa tensione non va esasperata, ma riconciliata. Francesco non vuol separarsi dai Fratelli e lo dice chiaramente al Capitolo; non vuol separarsi dalla Chiesa e prende per mano il Cardinale (la Chiesa!) per riportare tutto e tutti verso la priorità del Vangelo, su cui anche la Chiesa deve sempre confrontarsi; e questo anche con l’aiuto dei Frati Minori! Si tratta della dimensione provocativa e profetica tipica della vita religiosa, tipica della nostra vita.

 

 


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Omelia veglia di Pentecoste Capitolo generale ofm

S. Maria degli Angeli sabato 30 maggio 2009




Con stupore siamo entrati in questa celebrazione, supplicando con forza : “ Veni Creator Spiritus”. È la Pentecoste! Oggi celebriamo la discesa dello Spirito vivificante, oggi lo Spirito Santo è effuso su tutta la terra, su ogni uomo. In questa santa notte, come abbiamo pregato all’inizio della Veglia: “ si rinnova il prodigio della Pentecoste”. Eccoci allora a celebrare il mistero nella contemplazione della luce, nell’ascolto della Parola, nella silenziosa adorazione eucaristica, compiendo tutto questo insieme con Maria, la Vergine degli Angeli, la Sposa dello Spirito Santo, colei che ancora una volta accompagna i discepoli del suo Figlio e prega insieme con loro in ardente attesa del dono dello Spirito.


Abbiamo iniziato la nostra celebrazione con il simbolo della luce cantando. “ Accende lumen sensibus, infonde amorem cordibus”. Nella sacre Scritture lo Spirito Santo non proclama mai il proprio nome, ma sempre quello del Padre o del Figlio. Non ci insegna a dire: Ruach, che è il suo nome, ma Abbà, cioè Padre, e Maranatha. Cioè Signore Gesù! Lo Spirito si rivela rivelando altre persone. Sconosciuto, egli è colui che fa conoscere ogni cosa. Lo Spirito Santo dunque è luce; luce nel senso che illumina le cose, rimanendo essa stessa nascosta. Ma è proprio così facendo che egli si dà a conoscere per quello che è. San Basilio Magno lo spiega in base alla profonda osservazione che ciò che è causa del vedere, è visto insieme a ciò che si vede. Mostrandoci il Figlio – che è l’immagine di Dio e lo splendore della sua gloria – il Paraclito rivela se stesso ( Basilio Magno, Sullo Spirito Santo, XVI 64 PG 32,185 ). L’illuminazione dello Spirito allora ci permette, anche questa sera di fare esperienza viva di Cristo, luce da luce, splendore della gloria del Padre ( cf. preghiera iniziale ), e di accogliere insieme al Padre e al Figlio il medesimo e vivificante Spirito. L’illuminazione dello Spirito ci permette dunque di fare esperienza viva del Dio Uno e Trino.


Ed è sotto questa luce che noi abbiamo ascoltato e accolto nel rendimento di grazie la Parola di Dio che abbiamo proclamato. Una parola che illumina ancora una volta la nostra vita e ci aiuta ad entrare nella profondità del mistero che con tutta la Chiesa celebriamo, facendoci comprendere che cosa lo Spirito Santo opera nella vita del mondo e dei credenti. Ripercorriamo brevemente i testi proclamati.


Il giorno di Babele segnò per gli uomini la sciagura della divisione per incomunicabilità Il giorno di Pentecoste restaura la gioiosa possibilità del dialogo ritrovato per la potenza redentrice del sacrificio di Gesù. Egli morì non per una nazione, ma per radunare tutti i figli di Dio dispersi. Così, come abbiamo pregato, la terra può diventare una solo famiglia e ogni lingua può proclamare che Gesù è il Signore ( cf. orazione alla prima lettura ). Accogliendo il dono dello Spirito siamo dunque chiamati a diventare strumenti e segni di unità.


Ai piedi del Sinai, Dio si sceglie un popolo. Egli fa sempre le sue scelte. Ha preferito i poveri per parlare del suo amore; ha scelto dei discepoli per farli testimoni della risurrezione. Ma, a sua volta, anche l’eletto da Dio è costretto a fare delle scelte: gli avvenimenti di cui è testimone non sono semplici fatti di cronaca: lo impegnano direttamente. Chi è stato liberato, si sente chiamato a sua volta a un’opera di liberazione. Il fuoco del Sinai è lo stesso fuoco del Cenacolo. Nasce un nuovo popolo chiamato a far conoscere la salvezza e la liberazione che Cristo ha portato. Ecco chi diventiamo accogliendo il dono dello Spirito.



Lo Spirito che noi invochiamo, perché scenda ancora abbondante su tutti noi, è lo Spirito del Signore che dona vita. La visione di Ezechiele è molto eloquente a tal proposito. Il deserto delle ossa aride e secche, vivificate dalla Parola di Dio e dallo Spirito, diventa il simbolo di Israele senza speranza, a cui Dio promette sopravvivenza e liberazione. La vita nuova che lo Spirito Santo dona continuamente alla sua Chiesa è la continua risurrezione che trasforma la nostra vita e ci rende capaci di speranza dentro le diverse situazione di morte.


A Gerusalemme il giorno di Pentecoste i discepoli annunziavano in varie lingue le grandi opere di Dio e tutti comprendevano il messaggio di salvezza. Si compiva quello che il profeta Gioele predisse: un popolo intero è capace di profetizzare. Lo Spirito ci rende testimoni e profeti.


Ecco cosa compie in noi lo Spirito Santo, portando a compimento tutta la storia della salvezza. Lo Spirito Santo, come afferma la quarta preghiera eucaristica, è infatti colui che ci aiuta a non vivere più per noi stessi e a perfezione l’opera di Dio nel mondo compiendo ogni santificazione. L’apostolo Paolo ci ha ricordato poi che lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza. È lui che prega in noi, è lui che ci fa comprendere i misteri del regno di Dio, è lui che ci fa entrare nell’intimità di Dio.


Raccogliamo il grido di Gesù che forte risuona questa sera anche per noi: “ Chi ha sete venga a me e beva, chi crede in me. Come dice la Scrittura: dal suo seno sgorgheranno fiumi d’acqua viva”. È il richiamo a dissetarci a quell’acqua zampillante che è lo Spirito Santo, dono del Cristo Risorto. È in Cristo che la nostra vita ha senso e chi fa esperienza dello Spirito, cioè di quest’acqua viva, di questa sorgente che zampilla per la vita eterna, incontra il Cristo ed è anche chiamato a far conoscre agli altri, che solo Cristo è l’amore gratuito, che sazia il cuore dell’uomo. Quando nel cuore dell’uomo alberga lo Spirito Santo, quando egli prende dimora dentro di noi, la vita cambia. Cambia la nostra mentalità, il nostro modo di pensare ed agire: non viviamo più per noi stessi, ma viviamo nel dono e nel perdono. Viviamo da Risorti. Così la Pasqua si compie nella nostra vita e non solo nel tempo liturgico.


Attuali più che mai mi sembrano le parole di papa Paolo VI che in una udienza del 29 novembre 1972 diceva: “ Quale bisogno avvertiamo, primo e ultimo, per questa nostra Chiesa benedetta, quale?”, E potremmo aggiungere noi frati minori qui radunati alla Porziuncola per il Capitolo generale, “ Quale bisogno avvertiamo per la nostra fraternità universale?”. Paolo VI rispondeva e diceva anche per noi: “ Avvertiamo il bisogno dello Spirito, lo Spirito Santo, animatore e santificatore della Chiesa, suo respiro divino, il vento delle sue vele, suo principio unificatore, sua sorgente interiore di luce e di forza, suo sostegno e sua consolatore, sua sorgente di carismi e di canti, sua pace e suo gaudio….La Chiesa ha bisogno della sua perenne Pentecoste; ha bisogno di fuoco nel cuore, di parola sulle labbra, di profezia nello sguardo…..Ha bisogno la Chiesa di sentir fluire per tutte le sue umane facoltà l’onda dell’amore, di quell’amore che si chiama carità, e che appunto è diffusa nei nostri cuori proprio dallo Spirito Santo”.


Forse è proprio per questo che Francesco voleva che i suoi frati si radunassero a Capitolo nel tempo di Pentecoste. Forse è proprio questo che intendeva quando affermava che il ministro generale dell’Ordine è lo Spirito Santo. Forse è proprio questo che voleva e vuole dai suoi frati e cioè che “ facciano attenzione che sopra ogni cosa devono desiderare di avere lo Spirito del Signore e la sua santa operazione” ( Rb X, 8 ).


Alla vergine Maria che Francesco invoca e saluta con i titoli di “ Figlia e ancella dell’altissimo sommo Re, il Padre celeste, madre del santissimo Signore nostro Gesù Cristo, sposa dello Spirito Santo” ( Antifona UffPass 2 ) affidiamo la nostra vita e la comprensione di quanto lo Spirito dice oggi alla sua Chiesa, a tutto il nostro Ordine e a ciascuno di noi. “ Chi ha orecchi ascolti ciò che lo Spirito dice …” ( Ap 2,7b ) in questa sera di grazia.

 

F.Bravi



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28.05.2009 @ 20:00

CapGen09: Celebrazione Penitenziale - Fr. Giacomo Bini

Celebrazione Penitenziale - Fr. Giacomo Bini
(San Damiano - 28.05.2009)


Il brano del vangelo secondo Luca e l’Ammonizione V di san

Francesco

ci invitano a fare nostro un atteggiamento di lode e di riconoscenza

per tutto quello che il Signore ha fatto e fa per noi e con noi.

Dalla contemplazione di quello che Lui fa nasce la coscienza della

nostra povertà, indegnità e infedeltà.

“Ti rendo lode, Padre…”: la lode, l’adorazione e il ringraziamento al

Padre si trovano, in Luca, nel contesto della missione dei 72;

al ritorno i discepoli condividono le meraviglie compiute “nel

suo nome”

durante la missione. Tutto riportano a Lui; tutto condividono e

“restituiscono” a Lui. Sempre ci troveremo di fronte a questa

scelta decisiva e fondamentale per la nostra vita:

Considerare le nostre opere alla luce di Dio, e “restituirle” a Lui,

o considerarle come nostre, pretendendo di diventare

protagonisti assoluti del nostro successo. Questo è un

grave peccato di appropriazione dal quale Francesco ci mette

bene in guardia. Gesù loda il Padre e Gli dà gloria per il

“non-successo” presso i saggi, gli intelligenti, gli uomini

che sanno tutto e si appropriano di tutto; si rallegra invece

per il successo con i piccoli, con gli uomini senza troppe

competenze religiose, senza abilità dialettica, che magari

non hanno la parola facile, ma sono obbedienti alla Parola e

non pretendono di manipolarla.



Francesco ci ricorda che di nulla possiamo gloriarci,

perché siamo solo amministratori dei beni che Dio ci ha

affidato, e non proprietari: “Di nostro abbiamo solo vizi e peccati”.

 

La lode e la gratitudine sono strettamente legate alla fede, ad

una relazione retta e giusta con Dio, con noi stessi e con gli altri;

esprimono la consapevolezza della nostra “creaturalità”, della

nostra

reale identità, della nostra povertà che ci rende accoglienti e

disponibili nei

confronti di Dio. Dire grazie non è Né ovvio né scontato: solo

un lebbroso

su dieci torna per ringraziare!

La gratitudine apre poi all’adorazione, alla contemplazione

della presenza

di Dio nel nostro agire; ci porta con naturalezza a ricentrare

la nostra vita e

la nostra identità più sull’essere che sul fare. La gratitudine serena

e cosciente acquista una dimensione profetica soprattutto oggi,

nel nostro

tempo caratterizzato dalla frenesia del possesso, dell’accumulo, da un comportamento per cui tutto è dovuto; la gratitudine, invece, si esprime

nella libertà dell’espropriazione per diventare “proprietà esclusiva”

del Signore, riferendo tutto a Lui e diventando spazio creativo di

Dio in funzione del suo Regno.

La lode e il ringraziamento sono davvero la dimensione essenziale,

la tonalità fondamentale della nostra vita?

Nell’Ammonizione V Francesco collega la gioia dell’uomo creato a

immagine di Dio, come opera meravigliosa del suo amore, con la

tentazione

costante di volersi appropriare di doni che non gli appartengono,

e gloriarsene.

Il perdono che invochiamo questa sera per noi e per tutti i nostri

fratelli

che ci hanno preceduto lungo otto secoli di storia riguarda

soprattutto

la mancanza di quella radicale espropriazione che abbiamo

promesso professando la Regola.



Quante meraviglie e miracoli il Signore ha compiuto attraverso i

nostri

fratelli in questo lungo tempo! Quanti ne farebbe ancora con noi

oggi,

se davvero ci affidassimo al suo amore, se ci lasciassimo ancora

condurre

da Dio senza opporre resistenze, senza assolutizzare i nostri

progetti, personali o provinciali!

Sarebbe triste se, facendo memoria della nostra storia secolare,

commettessimo il peccato di appropriarci anche di questa storia,

delle meraviglie che i nostri santi hanno compiuto, gloriandoci

senza

merito: “Grande vergogna è per noi servi del Signore il fatto che

i santi

operarono con le azioni e noi, raccontando e predicando le

cose che

essi fecero, ne vogliamo ricevere onore e gloria” (Am VI).

 

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